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domenica 22 febbraio 2026

Un frutto che rimane (2/3)

Perseveranza


In una notissima parabola, il Signore Gesù parla del seme “che è caduto in un buon terreno”, e ci spiega che si tratta di “coloro i quali, dopo aver udito la parola… portano frutto con perseveranza” (Luca 8:15). La pianta è germogliata, è cresciuta, ha messo foglie e forse fiori; questo è il lavoro di Dio, che non dipende da noi. E poi è venuta la stagione dei frutti. Ma c’è un segreto perché la pianta si sviluppi, prosperi e i frutti maturino: il terreno deve essere annaffiato, e questo dipende da chi coltiva.


L’acqua da far scorrere nel buon terreno non è nascosta, ma scorre vicino a noi, è a nostra disposizione: si tratta della Parola di Dio (Efesini 5:26). L’apostolo Paolo, istruendo il giovane Timoteo per il suo ministero nella chiesa di Efeso, dopo averlo esortato ad essere d’esempio ai credenti, gli raccomanda: “Applicati, finché io venga, alla lettura…” (1 Timoteo 4:13). Applicarsi a fare qualcosa non significa farlo di tanto in tanto, ma con continuità, perseverando. E ai Colossesi scriveva: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente” (3:16). La Parola è un nutrimento spirituale completo, per mantenere in buona salute il nostro “uomo nuovo” (Efesini 4:24) e renderlo produttivo.


Ancora Paolo, quando parla del proprio lavoro veramente fruttifero di evangelista e di servitore della Chiesa, non paragona la propria vita a una passeggiata, ma a una corsa, una gara: “corro verso la meta per ottenere il premio”; e questo faceva “dimenticando le cose che stanno dietro” e protendendosi “verso quelle che stanno davanti” (Filippesi 3:13-14). Nessun indugio, arresto o deviazione di percorso. L’autore della Lettera agli Ebrei (forse Paolo stesso) raccomandava a se stesso e a tutti i credenti: “Corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù” (Ebrei 12:2).


Ma durante questa “corsa” non possiamo fare a meno di fermarci per la preghiera: “Perseverate nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie” (Colossesi 4:2).



“Risvégliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce”.

Efesini 5:14

 

Mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi.

Romani 5:6

 

Ultima chiamata

 

In un’aerostazione, un viaggiatore con accanto il suo bagaglio si era assopito su una poltroncina. L’orario del suo volo era chiaramente scritto sul biglietto, ma non sentì l’ultima chiamata che invitava i viaggiatori ad affrettarsi verso l’imbarco. Continuò a dormire. Poi la porta venne chiusa, la passerella ritirata, e l’aereo decollò… senza di lui.

Lettore, forse hai sentito parlare del Vangelo. Esso propone a tutti il mezzo per essere eternamente felici alla presenza di Dio quando saremo chiamati a lasciare questo mondo. Gesù è venuto sulla terra per salvare gli uomini. È l’ultima chiamata che Dio fa all’uomo perduto. Se è ascoltata e ricevuta, essa permette ad ognuno di essere pronto per la partenza, con il “biglietto” giusto, un “biglietto” che non può essere perso o dimenticato. Dio lo imprime nel più profondo del nostro essere in modo indelebile: è il sacrificio di Cristo alla croce se l’abbiamo accolto con fede sincera.

Ecco cosa può dire chi ha udito la sua chiamata e ha creduto al messaggio del Vangelo:

Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me (Galati 2:20). Il sangue di Gesù Cristo mi ha purificato da ogni peccato (1 Giovanni 1:7).

Ed anche: Mi sono convertito “dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti” (1 Tessalonicesi 1:9, 10).

Non abbiate timore. Contrariamente a quel viaggiatore, tutti quelli che credono alla realtà di queste parole di vita udranno la voce del Signore quando li chiamerà, e partiranno verso il cielo con Lui.


sabato 21 febbraio 2026

Un frutto che rimane (1/3)

“Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”

Giacomo 3:18.


“Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”

Giovanni 15:16


Così diceva il Signore intrattenendosi coi suoi discepoli poco prima di annunciare loro che, dopo la sua morte e la sua risurrezione, avrebbe mandato lo Spirito Santo il quale, oltre a consolarli, li avrebbe ammaestrati, diretti, fortificati. Ma lo dice anche ai credenti di tutti i tempi; anche a noi, oggi.


Queste parole del Signore ci interpellano, individualmente e collettivamente. Anche noi siamo di quelli che l’apostolo Paolo chiamava “i nostri”, a proposito dei quali scriveva: “Imparino anche i nostri a dedicarsi a buone opere… affinché non stiano senza portar frutto” (Tito 3:14).


È certamente vero che il frutto in tutti i suoi aspetti (amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo) non proviene da noi stessi, ma è lo Spirito Santo, che abita in tutti i veri credenti, a produrlo (Galati 5:22). Ma è altrettanto vero che nessun frutto si vedrà nella nostra vita se la nostra volontà non è in gioco, se non decidiamo di metterci a disposizione del Signore e se non permettiamo al suo Spirito di agire in noi; e questa decisione non può essere presa una volta sola per tutte, ma dev’essere rinnovata, giorno dopo giorno. Il Signore si aspetta da noi un impegno perseverante per portare molto frutto.


Impegno


“Mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza l’autocontrollo, all’autocontrollo la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno l’amore” (2 Pietro 1:5, 10).


Qui c’è qualcosa di più di un consiglio o di un’esortazione, si tratta di un ordine: “Aggiungete”. Un ordine da eseguire non alla leggera, ma “mettendoci ogni impegno”. All’anello iniziale della fede siamo chiamati ad aggiungere una serie di altri anelli per formare una catena che si conclude  con l’amore, che è ancora più alto dell’affetto fraterno. E questo amore è, nello stesso tempo, sia il primo aspetto del “frutto dello Spirito” (Galati 5:22) sia l’anello che rende compiuto il nostro progresso spirituale. Alle volte siamo portati a seguire la nostra inclinazione naturale, a dire, riferendoci a qualcuno: Non mi sento di amarlo. L’amore, che pur viene dallo Spirito e non da noi (cfr. Romani 5:5), è da ricercare, da coltivare da parte nostra; con impegno, forse proprio perché non sorge spontaneo in noi.


Ma lo stesso impegno ci è richiesto se desideriamo che nella nostra vita si vedano tutti gli aspetti del frutto che lo Spirito produce: “Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini” (Romani 12:17). Fare il bene è un’espressione che ci apre un ampio ventaglio di possibilità: “Finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Galati 6:10). Quindi, pur tenendo conto delle precedenze indicate, non possiamo escludere nessuno. Perché “davanti a tutti gli uomini?” Perché la testimonianza palese porti gloria a Dio. Non è per metterci in evidenza ed essere ammirati. Se così fosse, non si tratterebbe del frutto dello Spirito. Chiediamo al Signore di saper vegliare anche su ciò che ci spinge al ben operare.


L’impegno ci è richiesto anche per ricercare e mantenere la pace nelle nostre relazioni non solo fraterne ma con tutti, senza dimenticare però la purezza: “Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione” (Ebrei 12:14). Anche la pace nelle nostre relazioni reciproche, che va perseguita con impegno, non può essere realizzata venendo meno a ciò che il Signore ci chiede: “Siate santi in tutta la vostra condotta” (1 Pietro 1:16). Non c’è momento della nostra vita in cui ci è consentito di convivere con il male.

(segue)


21 febbraio - Il disprezzo

Tu, perché disprezzi tuo fratello? Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio.

Romani 14:10

 

Guardatevi dal disprezzare uno di questi piccoli.

Matteo 18:10

 

Il disprezzo

 

Il disprezzo è una mancanza di rispetto, di stima e di fiducia verso i nostri simili. È la svalutazione degli altri, il rifiuto a volerne riconoscere i pregi. Il disprezzo si manifesta non soltanto con maldicenze e critiche, come spesso accade, ma anche con parole poco gentili, dure o addirittura arroganti. Non l’abbiamo più volte constatato? Le risposte sono distaccate e presuntuose, gli atteggiamenti prepotenti; le proposte dei più semplici non vengono prese in considerazione con l’amore dovuto, le loro obiezioni sono rifiutate con senso di superiorità. In fondo c’è del disprezzo.

Nella Bibbia non mancano consigli e direttive su questo argomento. Nel Libro dei Proverbi il disprezzo è presentato come peccato e sintomo di stupidità! “Chi disprezza il prossimo pecca” (14:21). “Chi disprezza il prossimo è privo di senno” (11:12).

È evidente che non tutti hanno le stesse capacità né la stessa intelligenza né lo stesso livello culturale. Ma il Signore non fa le differenze che facciamo noi; ci ha comprati tutti pagando lo stesso prezzo, ci ama tutti dello stesso amore. Se rileva delle differenze, queste riguardano piuttosto il nostro amore per Lui, la nostra consacrazione, la devozione con la quale lo serviamo. Non per niente Paolo fa ai Filippesi questa preziosa raccomandazione: “Non fate nulla… per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso... Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù” (Filippesi 2:3-5).

(da “La nostra lingua un fuoco”)


venerdì 20 febbraio 2026

“Deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge” (2/2)

 Il peccato


Oltre a ogni peso, il passo di Ebrei 12:1 ci dice che dobbiamo “deporre” il peccato, per poter correre la gara e vincere il premio. Del peccato è detto “che così facilmente ci avvolge”. In realtà, essendo la carne è ancora in noi, se non vegliamo, le vanità e le contaminazioni del mondo agiscono su essa ed eccitano le concupiscenze del cuore. Di qui a commettere il peccato non v’è che un passo che purtroppo spesso facciamo, per mancanza di vigilanza. Eccoci allora avvolti nelle reti del peccato e fermati nella nostra corsa.


È dunque necessario fare attenzione, nel nostro cammino quotidiano, alle cose apparentemente poco importanti, ma che potrebbero nuocere alla santità interiore e alla separazione dal male per amore del Signore. Dobbiamo respingere il peccato, opporre un rifiuto energico alle tentazioni del nemico e mantenerci vicini al Signore. Qui, nella sua comunione, saremo preservati dalle cadute. Come per il “peso” da deporre, la risorsa per la liberazione dal peccato è “fissare lo sguardo su Gesù”. Quando guardiamo a Lui, il nuovo uomo entra in azione e i suoi affetti per la persona di Cristo sono fortificati; e il cuore è liberato dalla concupiscenza tramite la potenza dello Spirito Santo che agisce nella nuova natura e che esclude ciò che influisce sul vecchio uomo. Un fratello ha scritto: “Quando si guarda a Gesù tutto è più facile; quando non si guarda a Lui, tutto è impossibile… In Lui, e in Lui soltanto, si getta lontano e senza alcuna riserva mentale ogni ostacolo; non si può combattere il peccato con la carne”.


La Scrittura elenca alcuni peccati precisi che siamo tenuti a “deporre”: “ogni impurità e residuo di malizia” (Giac. 1:21); “ogni cattiveria, ogni frode, l’ipocrisia, le invidie e ogni maldicenza” (1 Pietro 2:1); “bandita (greco: apotithèmi, come in Ebrei 12:1) la menzogna, ognuno dice la verità al suo prossimo” (Ef. 4:25); “deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene” (o vergognose – Colossesi 3:8).


Tutte queste cose sono il frutto della propria volontà e del cuore naturale e, di conseguenza, sono incompatibili con la vita di Cristo in noi. Queste manifestazioni del vecchio uomo sono anche in contraddizione completa con l’esempio che il Signore ci ha dato nel suo cammino quaggiù. Ora il credente, essendo morto con Cristo, ha spogliato il vecchio uomo con tutto ciò che lo contraddistingue e ha rivestito il nuovo che è secondo l’immagine di Colui che l’ha creato. La vita del nuovo uomo deve dunque manifestarsi in pratica. Per questo, da una parte dobbiamo rifiutare tutto ciò che proviene dal vecchio uomo, fonte corrotta da cui scaturiscono “ogni impurità e ogni residuo di malizia”; d’altra parte, dobbiamo mostrare i tratti caratteristici della nuova natura, cioè la vita di Cristo in noi. Solo lo Spirito Santo ci può condurre a realizzare queste cose.


Deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, per poter correre per Cristo e verso di Lui.

20 febbraio - Sono tutti riscattati?

Cristo Gesù ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti.

1 Timoteo 2:5-6

 

“… la sua vita come prezzo di riscatto per molti”.

Matteo 20:28

 

Sono tutti riscattati?

 

L’opera redentrice del Signore Gesù è di portata universale. Non c’è nessuna distinzione fra il popolo terreno di Dio (Israele) e le altre nazioni: tutti gli esseri umani sono schiavi del peccato e di Satana e tutti hanno bisogno di essere riscattati, resi liberi. Il suo sangue ha la capacità di cancellare i peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi; “Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2).

Possiamo allora dire che tutti gli uomini sono salvati? Se abbiamo fatto attenzione, nel secondo versetto citato oggi il Signore Gesù ha parlato della propria missione e ha detto: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Matteo 20:28). Perché non per tutti? Chi sono questi “molti”? Sono quelli che riconoscono di essere schiavi del peccato, che sentono il giogo di questa schiavitù, e chiedono a Dio di essere liberati (Giovanni 10:17-18). È soltanto per questi che il Signore ha pagato il prezzo del riscatto.

Anche il profeta Isaia, vedendo in anticipo i risultati gloriosi dell’opera della redenzione, aveva attribuito a Dio queste parole riguardo al suo gradimento per l’opera di Cristo: “Perciò io gli darò la sua parte fra i grandi... perché egli ha portato i peccati di molti” (Isaia 53:12). Molti, però, non significa tutti.

Lettore, se non sei anche tu fra i “molti”, sei ancora schiavo e perduto. Sappi che il Redentore ti sta cercando perché vuole liberarti, per la tua beatitudine eterna e per la tua vera gioia.

giovedì 19 febbraio 2026

“Deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge” (1/2)

di M. Tapernoux


Nella sua vita il credente è sempre posto di fronte a delle scelte. Da una parte, deve “apprezzare le cose migliori” (Fil. 1:10), che si tratti di un servizio da compiere o di una grazia da cogliere, e d’altra parte è tenuto a respingere con fermezza tutto ciò che non è conforme alla volontà di Dio.


“Deponiamo (greco: apotithèmi, che esprime l’idea di disfarsi di qualcosa per non essere appesantiti o ostacolati) ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta.” (Ebrei 12:1-2).


Il credente è chiamato a “correre la gara” per ottenere il premio. In vista di questo, deve deporre tutto ciò che potrebbe ostacolarlo nello sforzo verso la meta, si tratti di preoccupazioni, di difficoltà, di gioie terrene, insomma tutto quello che accaparra la nostra mente e il nostro cuore.


L’atleta determinato a vincere non potrebbe caricarsi di pesi di nessun genere e, se ne avesse, se ne sbarazzerebbe subito, per essere alleggerito al massimo e correre così nelle migliori condizioni. E noi, non siamo anche noi sovente degli “atleti” che pretendono di correre con dei pesi addosso? Vogliamo correre, ma senza rinunciare ai “pesi” ai quali siamo incatenati: pigrizia spirituale, attaccamento ai beni terreni, egoismo sotto tutte le forme, senza parlare della mondanità. Pensiamo all’esempio dell’apostolo Paolo che considerava “spazzatura” tutto quello che poteva ostacolarlo nella corsa (Fil. 3:8). Questa dovrebbe essere la nostra valutazione delle cose del mondo, perché i vantaggi e i tesori che esso offre, come pure tutte le vanità, sono come delle reti sul nostro percorso e dei pesi che ci portiamo addosso.


Non c’è da stupirsi se tanti “corridori” credenti, poco dopo una partenza promettente, smettono presto di correre e si stendono sulla pista per riposarsi, affaticati e ostacolati da tutto ciò che non hanno voluto lasciare prima di iniziare a correre. E non sono mai più ripartiti. “Dormire un po’, sonnecchiare un po‘, incrociare un po’ le mani per riposare… la tua povertà verrà come un ladro, la tua miseria, come un uomo armato” (Prov. 6:10-11).


“Un po’”. Quale insidia satanica si nasconde in questa espressione apparentemente insignificante! Il “peso”, che ci fa perdere la gara, e quindi il premio, non ci è mai presentato dal nemico come qualcosa di pericoloso, ma come una cosa lecita, addirittura indispensabile. “Devo pur lavorare, riposarmi, distrarmi, e così via”. Certamente! Ma da quando queste cose, di per sé lecite, prendono nel nostro cuore il posto che appartiene al Signore, diventano dei pesi che dobbiamo posare. Su questo argomento il Signore ha pronunciato delle parole che faremmo bene meditare: “Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio… Chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo… Così dunque ognuno di voi, che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo” (Luca 9:62).


Ma come possiamo “deporre ogni peso”? Fissando gli occhi su Gesù! Così il nostro cuore è occupato di lui, i nostri affetti sono concentrati sulla sua persona e siamo liberati da ciò che può ostacolarci. Un fratello ha scritto: “In Cristo troviamo non solo quello che risponde agli affetti della vita e della natura nuova che possediamo, ma anche la potenza per scartare ciò che non è conforme ad essa e che è della carne”.


Alleggeriti di ogni peso, possiamo correre la corsa che è davanti a noi. Più avanziamo e meglio discerniamo la meta gloriosa verso la quale ci stiamo dirigendo; ed essa ci sarà sempre più preziosa. Questa meta è Cristo stesso, un Cristo celeste, nel quale riceviamo le “cose promesse” (Ebrei 11:13).


(segue)

19 febbraio - A chi appartiene il nostro corpo?

Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale per ubbidire alle sue concupiscenze.

Romani 6:12

 

Siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo.

1 Corinzi 6:20

 

A chi appartiene il nostro corpo?

 

Un credente non può prendere come scusante di una vita di peccato la sua debolezza umana, perché in lui c’è lo Spirito Santo, “persona” divina che fornisce tutta l’energia necessaria per vivere secondo Dio. Lo Spirito è a disagio se in noi vi sono dei vizi o dei comportamenti corrotti, e si rattrista. E quando lo Spirito è rattristato noi siamo dei cristiani in crisi, senza potenza, incapaci di rendere una testimonianza efficace verso gli increduli.

Sia chiaro, nessuno di noi arriverà mai ad essere perfetto sulla terra. La scuola che Dio ci fa nel corso di tutta la nostra esistenza ha in vista proprio la nostra santificazione, perché possiamo essere sempre più conformi all’immagine del suo Figlio; ma solo quando “lo vedremo com’Egli è” (1 Giovanni 3:2), saremo resi “simili” a Lui. Per questo Paolo scrive ai Tessalonicesi: “Il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Tessalonicesi 5:23).

Dunque, il nostro corpo è “per il Signore” perché è “del Signore”. Il nostro cuore è suo. Gliel’abbiamo dato con gioia quando abbiamo capito quanto era sporco e abbiamo creduto al suo amore e al suo perdono. Sono sue le nostre mani e i nostri piedi, e dobbiamo fare attenzione a dove andiamo e a quello che facciamo. Sono suoi i nostri occhi e le nostre orecchie, e ci dobbiamo impegnare a selezionare, secondo “i suoi gusti”, quello che guardiamo e che ascoltiamo. Solo così saremo felici e Dio sarà onorato.

(da “1200 giorni con Gesù”)

mercoledì 18 febbraio 2026

18 febbraio - La perfetta efficacia del sacrificio di Cristo

Una volta sola, alla fine dei secoli, (Cristo) è stato manifestato per annullare il peccato con il suo sacrificio.

Ebrei 9:26

 

La perfetta efficacia del sacrificio di Cristo

 

Come possiamo essere sicuri che il sacrificio di Cristo abbia raggiunto lo scopo, che è quello di far sì che i peccatori, se si pentono e credono, scampino alla “morte eterna”? Se Cristo si fosse limitato a morire, come muoiono certi uomini in nome di un ideale, e non fosse poi risorto, lo scopo non sarebbe stato raggiunto. Il ricordo e l’esempio della sua vita terrena perfetta non ci sarebbe stato di alcuna utilità perché nessuno sarebbe mai riuscito ad imitarlo, e ognuno sarebbe rimasto col peso dei propri peccati e quindi condannato. “Gesù Cristo, nostro Signore, è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Romani 4:25). “Se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Corinzi 15:17). Ciò che dà sicurezza e tranquillità ai credenti è la vittoria del Signore Gesù sulla morte e la sua glorificazione alla destra di Dio.

Egli si è fatto “ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome” (Filippesi 2:8-9). Dio ha così dimostrato di avere pienamente gradito l’opera del suo Figlio. Le Sue sante, giuste e inderogabili esigenze sono state completamente soddisfatte. L’opera del Signore è stata perfetta, completa, definitiva. “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica” (Romani 8:33).

A Dio Padre e al Signore Gesù siano la lode e l’adorazione da parte di tutti i credenti che, grazie a Lui, sono diventati, in Lui, “giustizia di Dio” (2 Corinzi 5:21)!


martedì 17 febbraio 2026

Signore?

“Perché mi chiamate: "Signore, Signore!" e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, io vi mostrerò a chi assomiglia. Assomiglia a un uomo il quale, costruendo una casa, ha scavato e scavato profondamente, e ha posto il fondamento sulla roccia; e, venuta un'alluvione, la fiumana ha investito quella casa e non ha potuto smuoverla perché era stata costruita bene. Ma chi ha udito e non ha messo in pratica, assomiglia a un uomo che ha costruito una casa sul terreno, senza fondamenta; la fiumana l'ha investita, e subito è crollata; e la rovina di quella casa è stata grande”  Luca 6:46-49.


L'appellativo Signore significa Padrone; il che comporta la sua totale autorità sulla nostra vita, la nostra appartenenza a Lui e l'obbligo, da parte nostra di ubbidirli in ogni cosa.

Chiamarlo Signore e non ubbidirli è un'illogica contraddizione. Non è sufficiente che professiamo semplicemente la sua signoria su di noi. Una fede e un amore genuini sottintendono l'ubbidienza.

Mi chiami Via ma non mi percorri.

Mi chiami Verità ma non mi credi.

Mi chiami Vita ma non mi vivi.

Mi chiami Signore ma non mi servi.

Affermi che io sono il Pane della vita ma non ti nutri delle mie parole.

Per illustrare l'importanza di queste verità, Il Signore racconta la storia di due costruttori.

L'uomo savio e colui che viene a Cristo (salvezza), ascolta le sue parole (insegnamento), e le mette in pratica (ubbidienza). Non si è limitato a scavare ma ha scavato “profondo” fino a che non ha trovato la Roccia. Eccolo il fondamento, ecco il segreto per cui la tua casa non crollerà.

17 febbraio - Operazione verità!

(Gesù ai farisei:) “Voi vi proclamate giusti davanti agli uomini; ma Dio conosce i vostri cuori”.

Luca 16:15

 

Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre… Se camminiamo nella luce, com’egli è nella luce, abbiamo comunione l’uno con l’altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.

1 Giovanni 1:5, 7

 

Operazione verità!

 

Dobbiamo ammettere che sovente cerchiamo di apparire diversi da come siamo. Sarà per timore di non essere capiti o per proteggerci o per salvaguardare i nostri interessi o per ottenere stima e riconoscimenti… In ogni caso per trarne un vantaggio. Ma Dio non può essere ingannato; Egli ci conosce bene. Davanti a Lui, che valore ha la buona opinione che possiamo avere di noi stessi o l’immagine che cerchiamo di presentare agli altri? Alla presenza del Dio santo e puro, “tutta la nostra giustizia”, dice il profeta, è “come un abito sporco” (Isaia 64:6).

Per conoscere veramente l’amore di Dio, dobbiamo accettare il suo verdetto sul nostro stato morale.

Solo se crediamo che l’amore di cui Dio ci ama è grande e risolutivo e che sulla croce il Signore Gesù ha cancellato i peccati di tutti quelli che mettono in lui la loro fiducia, ci sarà possibile vedere il nostro stato di peccato in tutta la sua gravità. Ma la luce del Vangelo ci libera da ogni timore; il credente può dire che l’amore di Dio è luce per lui, e che è in questa luce che Dio lo vede.

Siamo sinceri davanti al nostro Dio che ci ama. Lui ci conosce a fondo. E invece di sforzarci di apparire agli altri migliori di quelli che siamo, chiediamo a Dio l’aiuto per correggere i nostri eventuali difetti e per migliorare, se è il caso, i nostri comportamenti.


lunedì 16 febbraio 2026

Seme tardivo

“Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo” Galati 6:9.


Alcuni marinai inglesi, sbarcati in una piccola insenatura, per riscaldarsi, avevano appiccato il fuoco a i magri arbusti che crescevano in una località selvaggia della Groenlandia. 

Parecchi anni dopo, alcuni di loro ritornarono nello stesso luogo e constatarono che il paesaggio aveva subito un miracoloso cambiamento. Tutta la zona era coperta da un bosco di giovani betulle dal fogliame chiaro e dai tronchi argentati. Era stato il fuoco ad operare questo miracolo. Passando sul terreno gelato aveva liberato dal ghiaccio i semi di piante di un'antica foresta. Questa germinazione tardiva fa pensare a ciò che l'Evangelo può fare in svariate circostanze.

Dio fa crescere la semenza sparsa con pazienza e il Signore incoraggia ogni credente a perseverare nel suo servizio anche quando non se ne vedono i risultati.

16 febbraio - I soldi non danno la felicità

Dov’è il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore.

Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona (cioè la ricchezza).

Luca 12:34; 16:13

 

I soldi non danno la felicità

 

Questo noto proverbio è veramente condiviso? Non si direbbe; basta pensare a quanta gente partecipa alle tante lotterie e scommesse, a quanti frequentano i casinò o non rinunciano a tentare la fortuna con un semplice Gratta e Vinci.

Il sistema del mondo fa luccicare davanti agli occhi una felicità fondata sul denaro e sul successo, ma la Bibbia ci mostra l’insidia nascosta: “L’amore del denaro è radice di ogni specie di mali; e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori” (1 Timoteo 6:10).

Il denaro è certamente utile, ma non deve diventare un idolo. Una parabola del Signore (Luca 12:16-21) illustra i versetti del giorno. Un proprietario terriero ha avuto degli abbondanti raccolti; e dice fra sé e sé: Non ho abbastanza posto per immagazzinare tutto questo grano; costruirò dei silos più grandi, e poi potrò ritirarmi, riposarmi e godermi la vita! Ma Dio gli dice: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?” Gesù conclude: “Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio”.

Tutti, ricchi o poveri che siano, possono essere talmente attratti dal denaro da diventare preda del desiderio di avere sempre di più, e più degli altri. Facciamo attenzione a non cadere anche noi in questo tranello.

Per contro, Gesù Cristo, quand’era uomo in questo mondo, non ha mai desiderato nulla per Sé. Qual era il suo movente? “Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi” (Efesini 5:2). Vale la pena dare ascolto a quello che ci dice.

domenica 15 febbraio 2026

15 febbraio - Il giusto apprezzamento

La donna che teme il SIGNORE è quella che sarà lodata.

Proverbi 31:30

 

Il giusto apprezzamento

 

La lode è buona e l’elogio è utile se sono sinceri e in giusta misura. Il Signore, nella parabola di Matteo 25, loda il servo fedele e gli dice: “Va bene, servo buono e fedele” (v. 21, 23). Anche nelle lettere alle sette chiese dell’Asia Minore (Apocalisse 2 e 3) lo Spirito Santo, almeno in cinque di esse, mette prima in evidenza le cose buone, il loro amore, le loro opere, le qualità morali. Solo successivamente fa i meritati rimproveri, dov’è il caso di farli.

Alcuni sono molto restii a fare elogi perché temono di stimolare l’orgoglio; e non si può dire che abbiano completamente torto. Chi ha di sé “un concetto più alto di quello che deve avere” (Romani 12:3) si compiace degli elogi, e sarebbe bene che non ne ricevesse molti perché gli farebbero del male. Dobbiamo essere saggi anche nel lodare gli altri, e il nostro livello spirituale si manifesterà anche in questo.

È risaputo che tutti, fin da bambini, abbiamo bisogno di riconoscimenti. Il consenso degli altri, se è sincero, ci fa sentire amati e ci incoraggia. Ci aiuta a capire che non siamo inutili. Ci dà energia per superare complessi di inferiorità o momenti di crisi e di solitudine. Ma dobbiamo essere umili quando riceviamo le lodi e, per così dire, dirottarle sul Signore dando a Lui la gloria e l’onore; poiché, se abbiamo qualche pregio, lo dobbiamo a Lui e solo a Lui. Molto spesso il rifiuto di ogni apprezzamento è una falsa umiltà. Se dubitiamo sempre della sincerità di chi ci elogia, gli altri se ne accorgeranno e finiranno per rinunciare ad esprimerci il loro affetto e la loro stima. Non priviamoci della bella esperienza di essere amati, perché sentendoci amati impariamo ad amare noi stessi e gli altri.

(da “La nostra lingua… un fuoco”)

sabato 14 febbraio 2026

14 febbraio - Panem et circenses!

Rallegrati pure, o giovane, durante la tua adolescenza, e gioisca pure il tuo cuore durante i giorni della tua giovinezza… ma sappi che, per tutte queste cose, Dio ti chiamerà in giudizio.

Ecclesiaste 12:1

 

La pietà è utile a ogni cosa, avendo la promessa della vita presente e di quella futura.

1 Timoteo 4:8

 

Panem et circenses!

 

Questo era il grido dei cittadini di Roma durante il periodo di decadenza dell’impero: “Pane e giochi nel circo!” Pane per non morir di fame e giochi per distrarsi. Il motto ha attraversato le epoche, e si direbbe che anche la generazione di oggi non chieda altro!

La Bibbia dichiara: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio” (Matteo 4:4). Senza dubbio bisogna soddisfare i bisogni del nostro corpo, ma dobbiamo anche nutrire il nostro essere interiore con la Parola di Dio. Il profeta Geremia diceva: “Appena ho trovato le tue parole, io le ho divorate; le tue parole sono state la mia gioia, la delizia del mio cuore” (Geremia 15:16).

Si dice: per uscire dalla noia della routine, ben vengano giochi e divertimenti! Così gli svaghi sono diventati una necessità, e si consacrano tempo, denaro ed energie per organizzarli. Ci si distrae, è vero, ma non si ha più il tempo per riflettere sui problemi importanti e la coscienza si intorpidisce.  Questi diversivi sono senza meta; non riempiono il vuoto che abbiamo nel cuore.

Un giorno incontreremo Dio, ed è adesso che ci dobbiamo preparare; anzitutto credendo in Gesù Cristo, morto per noi, e questo ci mette al riparo dal giudizio di Dio; poi, vivendo in modo da piacergli. E questo ci renderà felici ogni giorno della nostra vita!


venerdì 13 febbraio 2026

13 febbraio - Puro davanti a Dio?

Un lebbroso, avvicinatosi, gli si prostrò davanti, dicendo: “Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi”. Gesù, tesa la mano, lo toccò dicendo: “Lo voglio, sii purificato”.

Matteo 8:2, 3

 

Purificami…, e sarò puro; lavami, e sarò più bianco della neve.

Salmo 51:7

 

Puro davanti a Dio?

(leggere Matteo 8:1-4)

 

Dopo aver pronunciato le forti parole del “sermone sul monte”, Gesù scende e si ritrova nella realtà della vita degli uomini. Subito si avvicina un lebbroso, uno di quei poveri malati allontanati da tutti, segregati dalla società. Quell’uomo gli dice: “Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi” e Gesù gli dà ascolto.

Quel malato respinto da tutti aveva capito che Gesù aveva la potenza di guarirlo, e gli rende omaggio. Che fede notevole! Eppure a questa fede mancava qualcosa: quell’uomo si doveva persuadere che Gesù aveva la volontà di guarirlo. Egli dice “se vuoi”, come se dubitasse del Suo amore. Allora Gesù, per togliergli questa esitazione, alza la mano, tocca il lebbroso e gli dice: “Lo voglio, sii purificato”. E subito l’uomo è guarito.

Questa guarigione fa brillare tre caratteristiche del Signore: la sua potenza (può guarire), il suo amore (vuole guarire), la sua purezza divina (tocca il lebbroso senza timore di infettarsi). Non solo Lui non rimane contaminato da questo contatto, ma è il lebbroso ad essere purificato!

La lebbra rappresenta il peccato che corrompe e avvilisce. Ma oggi ancora Gesù può e vuole purificare dal male, sotto tutte le sue forme, chiunque va a Lui. Approfittane, se ancora non l’hai fatto. Prendi coscienza che il Signore vuole salvarti, accetta di essere amato!


giovedì 12 febbraio 2026

Parole che mettono a disagio

“Dio comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano” Atti 17:30.

Vi sono parole che non amiamo sentire, parole che ci fanno tremare o che, comunque, ci mettono a disagio. Ad esempio le parole peccato, giudizio, pentimento. Perché vorremmo bandirle dal nostro vocabolario? Semplicemente perché pongono ognuno di noi davanti alla propria responsabilità, di fronte a Dio.

Che cos’è il peccato? È un principio di disubbidienza a Dio, è la volontà dell’uomo che s’oppone a quella di Dio. Questo principio che si trova in ognuno di noi porta i suoi frutti; sono le azioni, le parole o i pensieri contrari a quello che Dio vuole. Possono sembrarci più o meno gravi, andare dal furto all’omicidio, dall'impurità all’adulterio, ma sono tutti odiosi agli occhi di Dio. Il peccato è entrato nel mondo con un semplice atto di disubbidienza e, col peccato, è entrata la morte. Così ogni uomo è contrassegnato da questo principio di male.

Di fronte a tale constatazione, che fare? Pentirsi. “Dio comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano” (Atti 17:30). È la sua bontà che ci spinge a questo (Romani 2:4). In senso biblico, pentirsi corrisponde a cambiare pensiero su se stessi; è accettare il verdetto di Dio che ci dichiara peccatori e perduti. Ma è anche riconoscere la bontà di Dio “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati” 1 Timoteo 2:4. E allora gridiamo: “Che debbo fare per essere salvato?” Per tutti quelli che riconoscono la loro colpevolezza davanti a Dio c'è la risposta: “Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato” Atti 16:30-31.

12 febbraio - Abbassamento volontario

Cristo Gesù… svuotò se stesso, prendendo forma di servo… umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.

Filippesi 2:5-8

 

Abbassamento volontario

 

Quale argomento di ammirazione e di adorazione è l’abbassamento volontario del nostro Signore Gesù Cristo! Egli non ci ha dimostrato dell’interesse a distanza, come quello che un re può avere per i suoi sudditi, né ci ha amati dall’alto della gloria del cielo. No, ha lasciato il cielo e si è avvicinato a noi, poveri esseri lontani da Dio, per fare di noi dei suoi amici, testimoni della sua grazia perfetta. Il Signore ci ha dato prova del suo amore prima ancora di chiederci di avere fiducia in lui. Lui, che era senza peccato, è venuto fra gli uomini affetti dalla piaga del peccato per guarirli. Soltanto Lui poteva abbassarsi fino al nostro livello, rivestire questa forma umana senza smettere di essere Dio. Soltanto una Persona divina poteva, rivestendo “forma di servo” (lett. schiavo), acquistarci una piena liberazione e pagarne il prezzo. Questo ha fatto Gesù per amore per noi.

Quando è stato bambino, Lui che è Dio, si è sottomesso ai suoi genitori. Più grande, ha lavorato come falegname a Nazaret. Dall’età di trent’anni “è andato dappertutto facendo del bene” (Atti 10:38). In Lui tutto era amore, saggezza e potenza allo stesso tempo. Egli faceva sempre la volontà di Dio, con un’ubbidienza perfetta. Le sue parole erano spirito e vita.

Respinto dagli uomini, ha compiuto l’opera che Dio gli aveva affidata, quella di subire il castigo dei nostri peccati. Così si è fatto “ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce”! (Filippesi 2:8).

mercoledì 11 febbraio 2026

L'erede

“Ascoltate un'altra parabola: Vi era un padrone di casa, il quale piantò una vigna, la cinse di una siepe, vi scavò un luogo dove pigiare l'uva, vi costruì una torre e, dopo averla affidata a certi vignaioli” Matteo 21:33.

Questa parabola illustra il terribile stato del popolo e dei suoi cattivi conduttori. Dio si aspettava del frutto dalla sua vigna, Israele. Tutto era stato fatto perché essa ne potesse produrre. Ora i Giudei (e gli uomini in generale) hanno dimostrato la loro incapacità di produrne. Hanno disconosciuto i suoi servitori, i profeti e si preparano ora a scacciare L'Erede stesso, per rimanere soli padroni dell'eredità (qui, il mondo).

Il Signore conduce quegli uomini a pronunciare la loro propria condanna. “Ora, quando verrà il padrone della vigna, che cosa farà a quei vignaioli?. Essi gli dissero: Egli farà perire miseramente quegli scellerati, e affiderà la vigna ad altri vignaioli”  v.40-41.


“Il regno dei cieli è simile a un re, il quale preparò le nozze di suo figlio. E mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire” Cap.22:2-3.

La parabola delle nozze completa quella dei cattivi vignaioli, mostrando quello che avverrà dopo il rifiuto dell'Erede. I Giudei, i primi invitati, rifiutarono l'invito, cioè quella parola di grazia che gli apostoli (i servitori) avevano rivolta loro. Allora questi si volgeranno verso le nazioni.

Voi che leggete ora avete fra le mani la sua lettera d'invito.

Purtroppo, il disprezzo, l'opposizione e il disinteresse sono le risposte che generalmente Egli riceve. Poiché non basta essere invitati, bisogna accettare.

11 febbraio - Indifferenza

Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

Isaia 53:5

 

Indifferenza

 

Ai nostri giorni la diffusione dei media fa sì che vengano proposte quotidianamente al grande pubblico delle immagini di violenza, di guerre e di catastrofi di una crudezza impressionante. Ma tutto questo, purtroppo, invece di muoverci a compassione, contribuisce a ridurre la nostra sensibilità e la nostra capacità di simpatizzare con le disgrazie altrui.

Il fenomeno non è nuovo. Circa duemila anni or sono, molti passarono davanti alla croce di Gesù Cristo con indifferenza e disprezzo. E si trattava di cosa ben diversa da un tragico evento naturale o di un grave incidente! Sotto i loro occhi c’era il quadro del più grave delitto di tutti i tempi: il Figlio di Dio, creatore di tutte le cose, venuto sulla terra per dare delle prove concrete dell’amore divino, era stato respinto e condannato a morte!

Da un lato, la sorte di Gesù crocifisso ha trovato molta indifferenza; dall’altro, il suo amore per gli uomini che gli erano nemici era talmente grande da indurlo a pregare: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. L’amore di Gesù potrebbe lasciarci indifferenti? Lettore, la tua risposta a questo amore determina molte cose della tua vita presente, ma soprattutto decide la tua sorte eterna.

Ancora oggi, il Signore Gesù “può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio” (Ebrei 7:25). Il suo sacrificio strappa coloro che lo accettano dal castigo eterno.

martedì 10 febbraio 2026

Ho un posto per te

Questo dialogo ti suona familiare?

“Simon Pietro gli domandò: Signore, dove vai? Gesù rispose: Dove vado io, non puoi seguirmi per ora” Giovanni 13:36. 

Una domanda del genere era destinata a suscitare qualche domanda supplementare. 

Pietro parlò a nome degli altri e chiese: “Signore, perché non posso seguirti ora?” Giovanni 13:37. 

Vedi un po' tu se la risposta del Signore non riflette la dolcezza di un genitore nei confronti di un figlio.

“Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, vi avrei detto forse che io vado a prepararvi un luogo?” Giovanni 14:1-2. 

Riduci il paragrafo a una frase e leggerai: Tu pensa a fidarti al resto penso io.

Gesù vuole che abbiamo fede in Lui. Ho abbondanza di spazio per voi. State tranquilli e abbiate fiducia.

Forse te lo hanno detto su posto di lavoro? “Mi dispiace, non c'è posto per te in questa azienda”.

Te lo hanno detto nel campo dello sport? “Non c'è posto per te in questa squadra”.

Te lo ha detto qualcuno che ami? “Non c'è posto per te nel mio cuore”.

O forse te lo ha detto un intollerante? “Qui non c'è posto per gente come te”.

Gesù conosceva il suono di queste parole.

Poco prima della sua nascita i suoi genitori non avevano trovato “posto” nell'albergo.

E quando pendeva dalla croce, non era quello un messaggio di rifiuto estremo? “Non abbiamo posto per te nel nostro mondo”.

Ancora oggi Gesù riceve lo stesso trattamento. Passa di cuore in cuore chiedendo il permesso di entrare. Ma il più delle volte si sente rispondere con le parole dell'albergatore di Betlemme: “Mi dispiace. Troppo affollamento non c'è posto per te.”

Ma di tanto in tanto riceve il benvenuto. Qualcuno spalanca la porta del proprio cuore e lo invita ad entrare. E a quella persona il Signore fa una promessa: “Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore”

Ho abbondanza di spazio per te. 

Che promessa meravigliosa!

Noi gli facciamo spazio nel nostro cuore e Lui ci fa spazio nella sua casa.

10 febbraio - Affermazioni certe

Certa è quest’affermazione… quelli che hanno creduto in Dio abbiano cura di dedicarsi a opere buone.

Tito 3:8

 

Affermazioni certe

 

L’aggettivo “certa” è frequente nelle Lettere di Paolo a Timoteo e a Tito:

• In 1 Timoteo 1:15, l’affermazione “certa” e “degna di essere accettata” è che Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori.

• In 1 Timoteo 3:1, l’affermazione “certa” è che “se uno aspira all'incarico di vescovo (cioè di sorvegliante nella casa di Dio), desidera un'attività lodevole”. Aspirare a quest’incarico implicava l’impegno ad essere irreprensibili (v. 2) per condurre gli altri nello stesso cammino, alla gloria di Dio.

• In 1 Timoteo 4:8-9, Paolo dice che “la pietà (ovvero l’essere persone pie, timorate di Dio) è utile a ogni cosa, avendo la promessa della vita presente e di quella futura”; e aggiunge: “Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata”. Egli lavorava e sopportava il vituperio di Cristo per insegnare la pietà agli altri, essendo egli stesso un modello di pietà.

• In 2 Timoteo 2:10-12, è da accogliere come un’ “affermazione certa” tutta l’opera della redenzione: “la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”, la morte e la vita con Lui, le sofferenze e il regno con Lui.

• In Tito 3:8, “l’affermazione certa” è legata, come nel passo citato sopra di 2 Timoteo 2, alla misericordia di Dio che ci ha rigenerati e rinnovati per mezzo dello Spirito Santo, affinché diventassimo “eredi della vita eterna”.

Un programma veramente completo ci è messo davanti! Afferriamo queste certezze e ringraziamo il Signore.


lunedì 9 febbraio 2026

09 febbraio - Il soccorso viene da Dio

Ecco, Dio è il mio aiuto.

Dacci aiuto per superare le difficoltà, poiché vano è il soccorso dell’uomo.

Salmo 54:4; 60:11

 

Dio stesso ha detto: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”.

Ebrei 13:5

 

Il soccorso viene da Dio

 

Un neonato cesserebbe di vivere dopo poche ore se nessuno si occupasse di lui. All’altro estremo, nell’età avanzata, non è molto diverso. Molti anziani, per la loro stessa sopravvivenza, dipendono dalle cure di parenti, volontari, assistenti a questo preposti. Però, anche nel fior degli anni abbiamo bisogno degli altri. Che vita sarebbe se non fossimo ascoltati, curati, incoraggiati, consigliati?

Voler agire da soli, senza ascoltare nessuno, senza riconoscere il valore di ciò che gli altri possono trasmetterci ogni giorno, non è segno di maturità.

L’aiuto che viene dagli altri ha comunque dei limiti. Vi sono dei campi nei quali l’unico che può aiutarci è Dio. Eppure, sovente stentiamo a riconoscerlo. Preferiamo appoggiarci sulle nostre capacità, sulla nostra intelligenza, sugli amici… Tutti appoggi utili, ma che non possono fare ciò che solo Dio può fare. Soltanto Lui può perdonarci i peccati e darci la forza per essere vittoriosi sul male che è dentro di noi e intorno a noi, e per compiere il bene.

Siamo pronti a ricevere l’aiuto di Dio? Mettiamo da parte il nostro orgoglio e ogni sentimento di autosufficienza, e avviciniamoci con fiducia a Lui per ricevere il suo soccorso. “Dio è per noi un rifugio, un aiuto sempre pronto nelle difficoltà” (Salmo 46:1).


domenica 8 febbraio 2026

08 febbraio - Il muto linguaggio della natura

Quanto sono numerose le tue opere, SIGNORE!... La terra è piena delle tue ricchezze.

Salmo 104:24

 

La sua eterna potenza e divinità (di Dio) si vedono chiaramente… per mezzo delle opere sue; perciò essi (gli uomini) sono inescusabili.

Romani 1:20

 

Il muto linguaggio della natura

 

La natura ci parla. Si esprime senza far sentire una voce, ci dà un’eloquente testimonianza senza aver lasciato tracce scritte. La parte visibile della creazione, l’ambiente in cui viviamo, così ricco e vario, ci affascina e ci stupisce.

Una passeggiata in un bosco ci dà già un saggio della diversità, dell’armonia, del meraviglioso interagire del mondo animale e vegetale. La voce della natura interpella chi è disposto a udirla. Il suo messaggio è così forte che la Bibbia dichiara inescusabile l’uomo che, osservando la creazione, si rifiuta di discernere il suo Autore. Il Dio invisibile si rivela attraverso la sua opera visibile.

Dio è il creatore di tutto ciò che esiste (Isaia 44:24). L’ordine e la bellezza della natura riflettono la sua infinita saggezza, la sua potenza, la sua bontà (leggere il Salmo 104). Ogni sua opera nel creato testimonia delle sue cure verso noi. Il Signore Gesù ha detto che il Creatore, il nostro Padre celeste, così attento ai bisogni degli animali e delle piante, lo sarà a maggior ragione verso i bisogni di coloro che ripongono in Lui la loro fiducia (Matteo 6:30).

La natura merita le nostre cure e il nostro rispetto. Ognuno di noi ha il dovere di proteggerla. Però, non facciamo di essa una divinità, una “madre” da idolatrare. Lasciamo soltanto al Creatore la gloria delle sue opere meravigliose e ringraziamolo per questo beneficio. “Egli fa germogliare l’erba per il bestiame, le piante per il servizio dell’uomo; fa uscire dalla terra il nutrimento…” (Salmo 104:14).


sabato 7 febbraio 2026

07 febbraio - La fede e la pazienza di Giobbe

Avete udito parlare della costanza (o pazienza) di Giobbe, e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore.

Giacomo 5: 11

 

La fede e la pazienza di Giobbe

 

Conoscete la storia di Giobbe, colpito da così tante sciagure? Nell’arco di poco tempo perse ogni cosa: prima i figli, poi il bestiame, la casa, la salute. Delle ulcerazioni cutanee lo facevano tremendamente soffrire. Alla fine sua moglie gli disse: “Lascia stare Dio e muori!” (Giobbe 2:9). I suoi amici, invece di confortarlo, lo accusavano. Ed è in questa situazione che quell’uomo di fede esclamò: “Ma io so che il mio Redentore vive… lo contempleranno i miei occhi” (Giobbe 19: 25, 27).

Che fede ammirevole! Aveva perso tutto, ma gli restava Dio! Sapeva di avere un Redentore, un Salvatore vivente, e che un giorno, anche se la sua carne fosse tornata alla polvere, lo avrebbe visto con i propri occhi, in un corpo nuovo. Che livello di conoscenza poteva avere un uomo vissuto in epoca così lontana? Non lo sappiamo. Ma quello che conta sono la sua certezza e la sua fiducia nel Dio che non mente.

Che esempio per noi! Noi abbiamo la Parola di Dio e lo Spirito Santo per comprenderla e conosciamo il nostro Redentore, il Signore Gesù, che Giobbe non poteva conoscere. Impegniamoci sempre, nei giorni sereni come in quelli difficili, a nutrire la nostra anima con questa grande speranza: il nostro Redentore è vivente e ben presto verrà a prenderci. “Sappiamo che quand’Egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’Egli è” (1 Giovanni 3:2).


venerdì 6 febbraio 2026

06 febbraio - Un perdono immeritato

Dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata.

Romani 5:20

 

La bontà di Dio ti spinge al ravvedimento.

Romani 2:4

 

Un perdono immeritato

 

Si sta celebrando il processo a un serial killer. I famigliari delle vittime sono chiamati a deporre. Ad uno ad uno passano davanti alla gabbia dell’imputato e descrivono alla corte il dolore e l’amarezza che provano. L’accusato rimane in silenzio, senza manifestare la minima emozione. Alla fine, una donna anziana, madre di una delle vittime, si fa avanti e guardando l’assassino negli occhi pronuncia queste parole straordinarie: “Io ti perdono”.

Con sorpresa generale, l’accusato prorompe in singhiozzi, e per la prima volta esprime la sua vergogna, i suoi rimorsi. Il perdono di quella donna non ha cancellato l’orrore dei suoi crimini né la sua colpa, e il tribunale lo ha giustamente condannato, ma ha prodotto lacrime di pentimento.

Questo episodio illustra la potenza della grazia, in particolare della grazia di Dio. Da molto tempo Dio avrebbe potuto porre fine alla sua pazienza di fronte agli atti di egoismo e di malvagità di cui noi, esseri umani, continuiamo a riempire la terra. Invece, ancora oggi, Dio offre il suo perdono a tutti noi, peccatori colpevoli.

Ma il perdono di Dio è molto diverso da quello della donna di cui abbiamo parlato prima; quello non ha impedito che fosse emessa una giusta sentenza di condanna, mentre il perdono di Dio ci salva completamente e ci fa evitare il giudizio (Giovanni 3:18). E questo è possibile in quanto Egli ci ha amati fino al punto di darci il suo unico Figlio e di far subire a Lui la pena che noi meritavamo. “Il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui”, scrive il profeta Isaia (53:5). Se credo che Gesù è morto per me, sono salvato.

Non restiamo insensibili di fronte a questa immensa bontà. Dio ci spinge al ravvedimento. Confessiamogli le nostre colpe e la malvagità del nostro cuore, e accettiamo il suo perdono!