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Visualizzazione post con etichetta Meditazioni - F. Cucchi. Mostra tutti i post
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lunedì 23 febbraio 2026

Un frutto che rimane (3/3)

Abbondanza


Il Signore Gesù, il “buon pastore”, parlando delle sue pecore, affermava: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10:10). La vita che il Signore conferisce a chi crede in Lui è rigogliosa, esuberante; è una vita che inizia quando afferriamo per fede Cristo come Salvatore e Signore, e che si prolunga fin nell’eternità. Di conseguenza, nella nostra vita di credenti sulla terra si dovrebbe vedere un’abbondanza di frutti rigogliosi, non scarsi e malaticci.


Paolo, scrivendo ai Filippesi, si esprimeva così: “Prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori… affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia” (1:9-11). Notiamo che ancora una volta l’amore è in primo piano come movente di ciò in cui dobbiamo abbondare: una conoscenza della Parola di Dio non fine a se stessa, ma volta ad accrescere la capacità di discernere le cose “migliori”, di fare delle scelte secondo la scala di valori di Dio, senza conformarci a “questo mondo” (Romani 12:2).


Siamo quindi esortati, in vista del “giorno di Cristo” nel quale “l’opera di ognuno sarà messa in luce” (1 Corinzi 3:13), ad essere ricolmi di frutti di giustizia. Si tratta certamente non della nostra giustizia, ma “della giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (Filippesi 3:9). Siamo dunque tutti noi ad essere, personalmente, messi di fronte a circostanze e ambienti in cui il Signore ci chiede di essere giusti. “Praticare la giustizia e l’equità è cosa che il SIGNORE preferisce ai sacrifici” (Proverbi 21:3). Ma se pratichiamo la giustizia, anche noi saremo più felici: “Far ciò che è retto è una gioia per il giusto” (Proverbi 21:15); ed è incoraggiante ciò che Dio dice del “giusto” secondo i suoi pensieri: “Nella casa del giusto c’è grande abbondanza” (Proverbi 15:6).


Giacomo ci parla della “saggezza che viene dall’alto”. Anche in questo dobbiamo abbondare; infatti, essa è “piena di misericordia e di buoni frutti” (3:17); quindi, non una saggezza fatta soltanto di parole e atteggiamenti, come spesso vediamo, ma una saggezza che si manifesta con azioni concrete verso il nostro prossimo, usando misericordia, non intransigenza e durezza.


Non pensiamo che i frutti prodotti siano soltanto in favore degli altri; anche per noi ci saranno dei risvolti positivi: “La luce spunta nelle tenebre… per chi è misericordioso, pietoso e giusto” (Salmo 112:4). Dio non delude mai, e lo possiamo sperimentare ogni giorno!

domenica 22 febbraio 2026

Un frutto che rimane (2/3)

Perseveranza


In una notissima parabola, il Signore Gesù parla del seme “che è caduto in un buon terreno”, e ci spiega che si tratta di “coloro i quali, dopo aver udito la parola… portano frutto con perseveranza” (Luca 8:15). La pianta è germogliata, è cresciuta, ha messo foglie e forse fiori; questo è il lavoro di Dio, che non dipende da noi. E poi è venuta la stagione dei frutti. Ma c’è un segreto perché la pianta si sviluppi, prosperi e i frutti maturino: il terreno deve essere annaffiato, e questo dipende da chi coltiva.


L’acqua da far scorrere nel buon terreno non è nascosta, ma scorre vicino a noi, è a nostra disposizione: si tratta della Parola di Dio (Efesini 5:26). L’apostolo Paolo, istruendo il giovane Timoteo per il suo ministero nella chiesa di Efeso, dopo averlo esortato ad essere d’esempio ai credenti, gli raccomanda: “Applicati, finché io venga, alla lettura…” (1 Timoteo 4:13). Applicarsi a fare qualcosa non significa farlo di tanto in tanto, ma con continuità, perseverando. E ai Colossesi scriveva: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente” (3:16). La Parola è un nutrimento spirituale completo, per mantenere in buona salute il nostro “uomo nuovo” (Efesini 4:24) e renderlo produttivo.


Ancora Paolo, quando parla del proprio lavoro veramente fruttifero di evangelista e di servitore della Chiesa, non paragona la propria vita a una passeggiata, ma a una corsa, una gara: “corro verso la meta per ottenere il premio”; e questo faceva “dimenticando le cose che stanno dietro” e protendendosi “verso quelle che stanno davanti” (Filippesi 3:13-14). Nessun indugio, arresto o deviazione di percorso. L’autore della Lettera agli Ebrei (forse Paolo stesso) raccomandava a se stesso e a tutti i credenti: “Corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù” (Ebrei 12:2).


Ma durante questa “corsa” non possiamo fare a meno di fermarci per la preghiera: “Perseverate nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie” (Colossesi 4:2).



sabato 21 febbraio 2026

Un frutto che rimane (1/3)

“Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”

Giacomo 3:18.


“Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”

Giovanni 15:16


Così diceva il Signore intrattenendosi coi suoi discepoli poco prima di annunciare loro che, dopo la sua morte e la sua risurrezione, avrebbe mandato lo Spirito Santo il quale, oltre a consolarli, li avrebbe ammaestrati, diretti, fortificati. Ma lo dice anche ai credenti di tutti i tempi; anche a noi, oggi.


Queste parole del Signore ci interpellano, individualmente e collettivamente. Anche noi siamo di quelli che l’apostolo Paolo chiamava “i nostri”, a proposito dei quali scriveva: “Imparino anche i nostri a dedicarsi a buone opere… affinché non stiano senza portar frutto” (Tito 3:14).


È certamente vero che il frutto in tutti i suoi aspetti (amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo) non proviene da noi stessi, ma è lo Spirito Santo, che abita in tutti i veri credenti, a produrlo (Galati 5:22). Ma è altrettanto vero che nessun frutto si vedrà nella nostra vita se la nostra volontà non è in gioco, se non decidiamo di metterci a disposizione del Signore e se non permettiamo al suo Spirito di agire in noi; e questa decisione non può essere presa una volta sola per tutte, ma dev’essere rinnovata, giorno dopo giorno. Il Signore si aspetta da noi un impegno perseverante per portare molto frutto.


Impegno


“Mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza l’autocontrollo, all’autocontrollo la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno l’amore” (2 Pietro 1:5, 10).


Qui c’è qualcosa di più di un consiglio o di un’esortazione, si tratta di un ordine: “Aggiungete”. Un ordine da eseguire non alla leggera, ma “mettendoci ogni impegno”. All’anello iniziale della fede siamo chiamati ad aggiungere una serie di altri anelli per formare una catena che si conclude  con l’amore, che è ancora più alto dell’affetto fraterno. E questo amore è, nello stesso tempo, sia il primo aspetto del “frutto dello Spirito” (Galati 5:22) sia l’anello che rende compiuto il nostro progresso spirituale. Alle volte siamo portati a seguire la nostra inclinazione naturale, a dire, riferendoci a qualcuno: Non mi sento di amarlo. L’amore, che pur viene dallo Spirito e non da noi (cfr. Romani 5:5), è da ricercare, da coltivare da parte nostra; con impegno, forse proprio perché non sorge spontaneo in noi.


Ma lo stesso impegno ci è richiesto se desideriamo che nella nostra vita si vedano tutti gli aspetti del frutto che lo Spirito produce: “Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini” (Romani 12:17). Fare il bene è un’espressione che ci apre un ampio ventaglio di possibilità: “Finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Galati 6:10). Quindi, pur tenendo conto delle precedenze indicate, non possiamo escludere nessuno. Perché “davanti a tutti gli uomini?” Perché la testimonianza palese porti gloria a Dio. Non è per metterci in evidenza ed essere ammirati. Se così fosse, non si tratterebbe del frutto dello Spirito. Chiediamo al Signore di saper vegliare anche su ciò che ci spinge al ben operare.


L’impegno ci è richiesto anche per ricercare e mantenere la pace nelle nostre relazioni non solo fraterne ma con tutti, senza dimenticare però la purezza: “Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione” (Ebrei 12:14). Anche la pace nelle nostre relazioni reciproche, che va perseguita con impegno, non può essere realizzata venendo meno a ciò che il Signore ci chiede: “Siate santi in tutta la vostra condotta” (1 Pietro 1:16). Non c’è momento della nostra vita in cui ci è consentito di convivere con il male.

(segue)


lunedì 7 giugno 2021

Il regno di Dio oggi

“Il regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini” (Romani 14:17-18).

“Il regno di Dio non consiste in parole, ma in potenza” (1 Corinzi 4:20). 


Il Re respinto e ucciso

Quando il Signore Gesù è venuto sulla terra in mezzo al suo popolo, aveva un proposito: regnare. Ma la sua nascita fu come un fulmine a ciel sereno. In pochi lo aspettavano: Maria, destinata ad essere sua madre, il marito Giuseppe, i pastori onorati dalla visita dell’angelo, Simeone, la profetessa Anna. A quell’epoca sul trono di Gerusalemme sedeva Erode, impropriamente passato alla storia come “il Grande”. Quando Erode seppe che dei “magi d’Oriente” avevano capito che era nato il re dei Giudei ed erano venuti ad adorarlo, volle sapere dai capi sacerdoti e dagli scribi dove doveva nascere, ed ebbe informazioni molto precise: a Betlemme, secondo le profezie (Michea 5:1). La sua reazione fu furibonda, e decise di farlo uccidere. Dopo un primo tentativo andato a vuoto, per essere sicuro di riuscire nella criminosa impresa mandò ad uccidere tutti i maschi della regione di Betlemme che avevano meno di due anni; ma i genitori di Gesù, divinamente avvertiti, lo avevano messo al sicuro, lontano dalla Palestina. 

Gesù Cristo non ha mai rinunciato  ad essere re, ma la sua predicazione in vista del regno conterrà argomenti e appelli che stentavano ad entrare nelle menti e soprattutto nei cuori. Diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo (cioè a questa “buona notizia”)” (Marco 1:15). Nell’incontro notturno col “maestro d’Israele” Nicodemo, il Signore aveva insistito dicendo: “Se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio… Se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Giovanni 3:3, 5). Quando poi venne interrogato dai farisei su quando sarebbe venuto questo regno, il Signore disse: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi… ; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi” (Luca 17:21). 

I “grandi” del suo popolo non lo riconobbero e lo respinsero. Le folle che lo seguivano lo facevano spesso per approfittare dei suoi miracoli (Giovanni 2:23-24). I pochi discepoli che lo avevano riconosciuto come Messia e avevano creduto nella sua divinità, e persino i dodici più intimi, spesso non compresero il carattere del regno di Dio: si aspettavano un Messia trionfante, che si mettesse a capo del popolo e lo liberasse dal dominio dei Romani. 

Quanto, dopo il suo arresto, il governatore romano Pilato gli chiede se era il re dei Giudei, il Signore risponde: “Tu lo dici, sono re; io sono nato per questo”; ma poi aggiunge: “Il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni 18:36). Infine, accusato di essersi fatto Figlio di Dio oltre che re dei Giudei (Giovanni 19:7, 12), viene condannato a morte, ingiuriato e crocifisso. Era davvero venuto in casa sua e i suoi non lo avevano ricevuto (Giovanni 1:11).


Un fallimento?

Allora, tutto finito? Niente affatto. “Ci sono molti disegni nel cuore dell’uomo, ma il piano del SIGNORE è quello che sussiste” (Proverbi 19:21). Il regno di Dio non poteva svanire nel nulla. Dopo la sua risurrezione e prima di ascendere al cielo, il Signore Gesù appare agli undici e dice loro: “Ogni potere mi è stato dato in cielo e in terra”. E subito aggiunge: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo 28:18). Nella sua qualità di Re glorificato nel cielo Egli ordina ai suoi sudditi sulla terra di proclamare l’Evangelo a tutti i popoli della terra, e a questi sudditi conferisce un’alta dignità; infatti dice di loro: “Voi siete un sacerdozio regale… un popolo che Dio si è acquistato perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce mevigliosa” (1 Pietro 2:9). 

Il giorno della Pentecoste, lo Spirito Santo scende sugli apostoli e li investe di una potenza straordinaria; eccoli quindi in azione come testimoni “in Gerusalemme, in tutta Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra” (Atti 1:8), portando “il lieto messaggio del regno di Dio e il nome di Gesù Cristo”, “esponendo con discorsi persuasivi le cose relative al regno di Dio” (Atti 8:12; 19:8). La predicazione di quel regno si estenderà così su tutta la terra. 

Ma cos’era il “regno” che gli apostoli dovevano predicare?


“Il mio regno non è di questo mondo” 

Il Re non è sulla terra, ma in cielo, e di là regna sui suoi sudditi. Chi è “nato di nuovo” mediante la fede nella sua opera appartiene a quel regno. “Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio” (Colossesi 1:13). Certo, un giorno il piano di Dio avrà il suo completo adempimento quando “il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto”, e che “durerà per sempre”, dopo aver distrutto i regni di questo mondo (Daniele 2:44). Ma noi che su questa terra abbiamo creduto in quel Re che è ora nel cielo apparteniamo già oggi a questo regno. 


I sudditi del Re

Come chiamiamo Gesù Cristo nostro Signore, così dovremmo chiamarlo nostro Re. Ma ancora più importante di questo è il modo con cui manifestiamo la nostra fedeltà e la nostra devozione verso di Lui. 

Il regno di Dio nel nostro cuore e sulla nostra vita non è un concetto teorico o soltanto una dottrina.  I versetti citati in testa ci mostrano come dovremmo vivere la nostra posizione di suoi sudditi. L’apostolo Paolo ricordava scrivendo ai Colossesi: “Abbiamo esortato, confortato e scongiurato ciascuno di voi a comportarsi in modo degno di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (1 Tessalonicesi 2:12). 

Notiamo poi nel passo di Romani 14:17-18 citato che chi realizza i principi morali del regno di Dio, oltre a servire il Re Gesù Cristo ed essere così “gradito a Dio”, sarà “approvato dagli uomini”, perché sarà utile al suo prossimo e darà anche una buona testimonianza al suo Re. “Chi vi farà del male, se siete zelanti nel bene?” (1 Pietro 3:13). 

Ecco in che modo siamo chiamati a realizzare il regno di Dio nella nostra vita.


Giustizia

Nei regni di questo mondo non regna la giustizia; per questo “noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia” (2 Pietro 3:13). Ma non limitiamoci a pensare a questa prospettiva! 

Dio ci ha giustificati (resi giusti) perché noi viviamo ogni giorno una vita di giustizia pratica, di rettitudine. “La grazia di Dio… ci insegna a rinunziare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo… giustamente” (Tito 2:12). “Chi pratica la giustizia è giusto, come’egli è giusto” (1 Giovanni 3:7). Giustizia nelle piccole vicende quotidiane e nelle nostre relazioni con gli uomini, specialmente in quei casi in cui normalmente le persone del mondo, anche quelle cosiddette “per bene”, agiscono con leggerezza, nella quasi certezza di non essere scoperti e restare impuniti. Giustizia che spesso deve attivarsi in favore del prossimo: “Difendete la causa del debole e dell’orfano, fate giustizia all’afflitto e al povero!” (Salmo 82:3). Non dimentichiamo che “praticare la giustizia e l’equità è cosa che il SIGNORE preferisce ai sacrifici” (Proverbi 21:3). 

Alle volte potremmo anche non essere compresi: “Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agitate; ma glorificate il Cristo come Signore nei vostri cuori” (1 Pietro 3:14-15).


Pace 

Nei regni di questo mondo non c’è pace, anche se, a parole, tutti la invocano. “Dicono: «Pace, pace», mentre pace con c’è” (Isaia 6:14). La pace quaggiù, annunziata dagli angeli alla nascita del Signore Gesù (Luca 2:14) (*), sarà stabilita con la forza dal Re dei re quando regnerà sulla terra (Isaia 2:2-4). Ma non adagiamoci su questa aspettativa! 

“La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini” (Filippesi 4:5). “Per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini” (Romani 12:18). Anche qui si tratta delle nostre relazioni con il prossimo. Il suddito del “Dio della pace” (Romani 15:33; 16:20) non fa le sue vendette, neppure se è ingiustamente odiato e offeso. “Non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio… Chi vuole vedere giorni felici… fugga il male e faccia il bene (e questo si riallaccia al tema della giustizia); cerchi la pace e la persegua” (1 Pietro 3:9, 11); dunque, questo suo impegno per la pace sarà anche per la sua stessa felicità. Le parole del Signore “beati quelli che si adoperano per la pace” (Matteo 5:9) gli risuonano nel cuore e lo incoraggiano. Anche nella chiesa è importante “conservare l’unità dello Spirito col vincolo della pace” (Efesini 4:3). Quando c’è pace, c’è edificazione, crescita, gioia. “Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione” (Romani 14:19).

Nella sua vita di suddito di un Re che ora non è sulla terra, non mancheranno le difficoltà e le preoccupazioni; come diceva Paolo nella sua predicazione, “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (Atti 14:22). Ma c’è una risorsa potente che mantiene la pace a chi vive spiritualmente in questo regno: la preghiera. “Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio… E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Filippesi 4:6-7). Questa pace non è il prodotto artificiale e passeggero di uno sforzo umano, ma è frutto dello Spirito (Galati 5;:22) dato da Dio stesso (2 Tessalonicesi 3:16). Questo atteggiamento di serena fiducia nel Signore e Re della sua vita non passerà inosservato. 


Gioia 

Verrà il giorno in cui “i riscattati del SIGNORE… verranno a Sion con canti di gioia; una gioia eterna coronerà il loro capo; otterranno gioia e letizia” (Isaia 35:10). Quel giorno, anche noi saremo con loro; ma già ora sulla terra, come sudditi del Re di gloria, realizziamo “gioia e letizia”. 

Questa gioia non viene da noi, non deriva dal nostro temperamento più o meno allegro e non è in relazione a circostanze o vicende più o meno favorevoli, ma viene da Lui: “credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa” (1 Pietro 1:8). In Samaria, quando la predicazione di Filippo raggiunse i cuori e le coscienze, “vi fu grande gioia in quella città” (Atti 8:8); e l’eunuco etiope di ritorno da Gerusalemme, quando accolse dallo stesso evangelista “il lieto messaggio di Gesù” (v. 35), “continuò il suo viaggio tutto allegro” (v. 39). 

Il suddito del Re potrà anche attraversare momenti di carestia, di penuria, e di cuore dirà come il profeta Abacuc: “… ma io mi rallegrerò nel SIGNORE, esulterò nel Dio della mia salvezza” (3:18). Anche se soffre persecuzioni a causa della testimonianza del Vangelo non perde la gioia nel Signore. Agli Ebrei che avevano accettato come Re il Messia è detto: “Accettaste con gioia la ruberia dei vostri beni, sapendo di possedere una ricchezza migliore e duratura” (Ebrei 10:34). Paolo e Sila, incarcerati a Filippi per avere predicato Cristo “pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano” (Atti 16:25), potente testimonianza più efficace di tanti discorsi. 


Non parole, ma potenza 

Da dove proviene questa potenza? Dalla forza d’animo, dall’intelligenza, dall’eloquenza? Assolutamente no. Ricordando la sua “testimonianza di Dio” a Corinto, Paolo scriveva: “La mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza” (1 Corinzi 2:1-4); e ai Tessalonicesi: “Il nostro evangelo non vi è stato annunziato non soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo” (1 Tessalonicesi 1:5). 

La potenza che agisce in chi opera in nome di Dio è strettamente legata allo Spirito Santo che il suo Signore e Re, asceso al cielo, ha fatto abitare in lui. Certo, la potenza dello Spirito sceso alla Pentecoste sugli apostoli, manifestata anche con “segni e prodigi”  volti ad accreditare la loro predicazione della “nuova Via” (Atti 14:3; 19:9, 23), non si ripeterà più in quella misura e tanto meno nei nostri tempi; ma non accontentiamoci di una vita di “sudditanza” scialba, svogliata, mediocre. Lasciamo libero lo Spirito Santo di manifestare la sua azione in noi, di portare il suo frutto (Galati 5:22)! Esercitiamo la nostra funzione “regale” proclamando le virtù del nostro Re celeste e la sua salvezza! L’esortazione di Paolo: “Siate ricolmi di Spirito” (Efesini 5:18) è anche per noi, oggi. E non dimentichiamo che nella misura in cui terremo il nostro “vecchio uomo” nella morte, “crocifisso” con Cristo (Galati 2:20), realizzeremo nella nostra vita la potenza del Signore, che dice anche a noi: “La mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza” (2 Corinzi 12:9). 

“Or il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo” (Romani 15:13).

venerdì 4 giugno 2021

Il ruolo della Legge per il Cristiano


Quello che segue è il testo della risposta data a un credente che mi chiedeva se i Cristiani sono tenuti all’osservanza della legge di Dio data per mezzo di Mosè:

«Vorrei attirare la tua attenzione su un concetto fondamentale: il cristiano non è sotto la Legge e nemmeno i cristiani che provengono dal giudaismo lo sono più.

Paolo ha insegnato questo in modo inequivocabile. Forse tu penserai: certo, la base della mia salvezza non è la Legge, perché la Legge condanna l’uomo, in quanto nessuno è mai riuscito ad adempierla; infatti è scritto che “tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione… maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica” (Galati 3:10).

Paolo, Giudeo sotto la Legge, dopo che ha conosciuto Cristo e lo ha accettato come suo Salvatore, può scrivere: “Cristo ci ha riscattato dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi” (Galati 3:13). E’ il Suo sacrificio che opera questa liberazione.

Paolo, dunque, esclude che l’osservanza della Legge sia la base della nostra salvezza (questo è scontato, altrimenti non saremmo più cristiani), ma esclude anche che sia la base della nostra santificazione, cioè della nostra nuova vita in Cristo che dev’essere caratterizzata non solo dall’assenza del male, ma anche dalla presenza del bene, perché il cristiano è sotto la Grazia e non sotto la Legge (vedi Romani 7:4, 6 e Tito 2:12).

A questo proposito, ti invito a rileggere con attenzione la lettera ai Galati. Mai come in questa Lettera Paolo usa un linguaggio tanto deciso (5:12). Cos’era successo ai credenti di quella regione? Era successo che alcuni, che egli definisce “intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù” (2:4), avevano insegnato ai Galati, convertitisi dal paganesimo al Cristianesimo, che dovevano farsi circoncidere, e quindi sottoporsi alle imposizioni della Legge di Mosè, dalle quali i credenti in Cristo sono liberati (5:1-4). Di qui l’apostolo Paolo prende lo spunto per insegnare che nel cristiano è lo Spirito Santo, ricevuto da Dio quando ha creduto in Cristo, che lo spinge a comportarsi in modo da piacere a Dio: “Se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge… Se viviamo dello Spirito Santo, camminiamo anche guidati dallo Spirito” (5:18, 25). “Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio” (Romani 8:14).

I credenti della Galazia non erano animati da cattive intenzioni, non volevano usare la grazia di Dio per fare quello che piaceva a loro; al contrario, erano impegnati nel volersi perfezionare, cioè santificare praticamente. Ma avevano scelto lo strumento sbagliato: la Legge. Paolo interpreta correttamente le loro intenzioni, e scrive: “Volete ora raggiungere la perfezione con la carne?” (Galati 3:3). 

Chi si misura con la Legge si pone sotto la Legge, si impegna ad osservarla e a sperare di raccogliere benedizioni se sarà totalmente fedele, e maledizioni se fallirà. Ma chi si impegna coi propri mezzi, cioè con la propria “carne”, otterrà un triste risultato: essendosi posto al di fuori della sfera della “grazia”, la grazia non lo potrà aiutare. 

L’uomo che crede in Cristo muore con Lui e si trova, con Lui, nella Sua risurrezione, su un piano completamente diverso nel quale la Legge non ha alcuna autorità, perché la Legge è fatta “non per il giusto, ma per gli iniqui e ribelli…” (vedi 1 Timoteo 1:9-10). 

Ti faccio un esempio pratico per illustrare il concetto: la legge svizzera ha autorità su di me che sono Italiano solo se mi trovo in territorio svizzero. Ma se io vivo in Italia non sono sottoposto alle leggi svizzere. 

A questo punto mi domanderai: Allora, che ne facciamo delle pagine della Bibbia che riportano la Legge? Le ignoriamo completamente? Evidentemente no. La Legge contiene dei principi morali che conservano tutta la loro validità; meditandola, vi scopriamo degli insegnamenti morali e spirituali certamente utili per la vita cristiana. Anche l’insegnamento di Cristo e degli apostoli li ha confermati; anzi, in molti casi è andato ben oltre. Per esempio, il Signore ha insegnato non solo di non uccidere, ma di amare i nostri nemici; non solo di non commettere adulterio, ma che chi guarda con concupiscenza una donna ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore; e così via (vedi Matteo 5:21-48). 

Ma vorrei che fosse ben chiaro il concetto di base: i credenti in Cristo non commetteranno adulterio, non tanto perché la Legge lo vieta, ma perché amano il Signore che si è sacrificato per loro, ha dato loro la vita eterna, e merita di essere onorato nella loro vita. Lo Spirito Santo darà loro la forza per camminare in modo degno di Lui e la grazia di Dio li ammaestra e li aiuta.»


F. Cucchi 

martedì 25 maggio 2021

Brevi cenni sulla persona e l’opera dello Spirito Santo


Ecco le risposte che sono state ad alcune domande sulla persona e l'opera dello Spirito Santo nel credente, cercando di condensare nello spazio di una lettera questi argomenti complessi che meriterebbero una più ampia trattazione.


Quale compito ha lo Spirito Santo? Quali sono le opere dello Spirito Santo?

Citiamo alcuni versetti del Nuovo Testamento che definiscono le funzioni dello Spirito:

– Gesù disse ai discepoli:

"Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto" (Giovanni 14:26)

"Vi guiderà in tutta la verità... e vi annuncerà le cose a venire... prenderà del mio e ve lo annuncerà" (Giovanni 16:13-15). 

E così è stato composto il Nuovo Testamento, dagli Evangeli (“vi ricorderà tutto quello che ho detto”) all’Apocalisse (“vi annuncerà le cose a venire”).

– L'apostolo Paolo scrive: 

"Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell'uomo... a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito... per conoscere le cose che Dio ci ha donate; e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana ma insegnate dallo Spirito" (1 Corinzi 2:9-10, 12-13). Questo passo ha certamente un diretto riferimento alle rivelazioni che soprattutto Paolo ha avuto e che ha trasmesso ai credenti, attraverso le sue Lettere, con parole “insegnate dallo Spirito”. Per estensione, possiamo dire che l’azione dello Spirito è indispensabile anche a tutti noi per essere illuminati e aiutati nella comprensione delle Sacre Scritture.

"Avendo creduto in lui (cioè in Cristo) avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo..., il quale è pegno della nostra eredità" (Efesini 1:13-14). Lo Spirito è come un sigillo, un segno di proprietà, che Dio mette su ogni vero credente; inoltre, per ognuno di noi che abbiamo creduto, lo Spirito Santo è anche come un pegno (o una caparra, 2 Corinzi 1:22) a garanzia della certezza della nostra eredità celeste. 

"Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro Spirito che siamo figli di Dio" (Romani 8:16).

"Noi tutti siamo stati battezzati mediante (letteralmente: in) un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi" (1 Corinzi 12:13). Ecco il significato e lo scopo del “battesimo nello Spirito Santo”: l’unione, in un “unico corpo” di cui Cristo stesso è il Capo glorificato nel cielo, di tutti coloro che credono in Lui, da qualsiasi ambiente religioso o sociale provengano. 

"Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede per noi con sospiri ineffabili... egli intercede per i santi secondo il volere di Dio" (Romani 8:15-16, 26-27)

"Noi offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio... e non mettiamo la nostra fiducia nella carne" (Filippesi 3:3) (ricordiamo che per "culto" si intende tutto ciò che è offerto a Dio: sacrificio di lode, adorazione, servizio pratico e preghiere in favore dei fratelli in fede e di tutti gli uomini nel Suo nome, offerta dei nostri beni, ecc.)

"A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. Infatti, a uno è data... parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza... a un altro fede... a un altro, doni di guarigioni... a un altro, potenza di operare miracoli... a un altro profezia; a un altro discernimento degli spiriti... a un altro diversità di lingue e a un altro l'interpretazione delle lingue... distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole" (1 Corinzi 12:4-11). Ricordiamo che per mezzo di alcune di queste manifestazioni dello Spirito (guarigioni, miracoli, diversità di lingue e loro interpretazione), il Signore “rendeva testimonianza alla parola della sua grazia”, a quella “nuova Via” (Atti 19:9) che veniva predicata dagli apostoli, “e concedeva che per mano loro avvenissero segni e prodigi” (Atti 14:3 – vedere anche 15:12). 

"Il Dio di ogni speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede; affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo" (Romani 15:13). È quindi per la sua potenza che possiamo avere pace, gioia e speranza nella nostra vita.

"Il Padre vi dia... di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell'uomo interiore" (Efesini 3:16). Lo Spirito è quindi quello che ci dà la vera forza, quella interiore.

"Colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito" (Romani 8:11). Lo Spirito è anche la potenza per mezzo della quale Dio risusciterà i corpi dei credenti quando il Signore Gesù tornerà a prenderli. 


A chi dobbiamo rivolgerci quando abbiamo un bisogno, una richiesta, una supplica: al Padre, al Figlio o allo Spirito Santo? Si prega, si loda, si glorifica lo Spirito Santo?

Anche se lo Spirito Santo è Dio, non c'è un solo passo in cui sia detto che qualcuno abbia adorato, lodato o pregato direttamente lo Spirito Santo. Vediamo sempre che le preghiere sono rivolte al Padre nel nome di Gesù Cristo, come ci ha insegnato il Signore Gesù stesso (Giovanni 16:23,24,26); anche i ringraziamenti devono essere fatti a Dio ("fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio e Padre per mezzo di lui" - Colossesi 2:17). 

Abbiamo visto prima che la funzione dello Spirito è di venire in nostro aiuto, perché "non sappiamo pregare come si conviene" (Romani 8:15-16). La preghiera è offerta a Dio per mezzo dello Spirito ("pregate in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, con ogni preghiera e supplica" - Efesini 6:18).

Ci sono comunque dei passi in cui si vede chiaramente che l'adorazione, la lode e la preghiera vengono rivolte direttamente al Signore Gesù, come già facevano i primi cristiani (1 Corinzi 1:2), perché è Dio (oltre che perfetto uomo). Stefano martirizzato prega Cristo; Paolo lo supplica e gli rende grazie.


Che cosa significa vivere, pregare, camminare nello Spirito Santo?

Vivere (o camminare) nello Spirito Santo significa lasciarlo agire con la sua potenza, affinché possa dare il suo frutto nella nostra vita: "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà mansuetudine, autocontrollo" (Galati 6:22). Significa anche "mediante lo Spirito far morire le opere del corpo" (Romani 8:13-14), cioè della nostra carne, il nostro "vecchio uomo" per natura peccatore. 

Se però noi "contristiamo" (Efesini 4:30) o peggio ancora "spegniamo" (1 Tessalonicesi 5:19) lo Spirito lasciando agire la nostra carne, cadremo nel peccato e disonoreremo il Signore.

"Ma siate ricolmi di Spirito, parlandovi con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e salmeggiando con il cuor vostro al Signore; ringraziando continuamente Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo; sottomettendovi gli uni gli altri nel timore di Cristo" (Efesini 5:18-21). Ecco come si realizza la pienezza dello Spirito. 

Pregare nello (o “per lo”) Spirito Santo significa farlo nelle condizioni spirituali adatte affinché questo Spirito possa, come abbiamo visto, aiutarci nella nostra debolezza naturale a "pregare come si conviene" (ossia non per i nostri desideri carnali, dando la precedenza alle cose del Signore rispetto alle nostre, non soltanto per i nostri bisogni ma anche per quelli degli altri, con fede e senza dubitare ma rimettendoci comunque alla volontà del Signore).


F. Cucchi

domenica 23 maggio 2021

“Come se…”

“Ma questo dichiaro, fratelli: che il tempo è ormai abbreviato; da ora in poi, anche quelli che hanno moglie, siano come se non l'avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa.” (1 Corinzi 7:29-32).


“Come se…”. Questa espressione dell’apostolo Paolo, usata cinque volte nel passo citato, potrebbe lasciarci perplessi, abituati come siamo al suo stile diretto e preciso. Cerchiamo di capirne l’esatta portata; quel che è certo, è che Paolo non pensa ad un atteggiamento apparente, ostentato, al quale non corrisponda una realtà interiore. 

Paolo parte da una premessa che è un po’ la chiave per comprendere il significato e lo spirito della sua esortazione: “il tempo è ormai abbreviato”. Perché? Perché il ritorno del Signore per prendere coloro che gli appartengono e poi instaurare il Suo regno sulla terra è vicino: “adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo” (Romani 13:11); tanto più ora, quindi, “quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (1 Corinzi 5:15).

Queste esortazioni di Paolo riguardano molti aspetti della vita di tutti noi che abbiamo creduto. 


1. Le relazioni matrimoniali  

“Quelli che hanno moglie, siano come se non l'avessero”.

Dovremmo forse rinunciare a quelle relazioni, a quegli affetti che Dio stesso ha stabilito o venir meno ai doveri reciproci nelle relazioni di coppia? Assolutamente no; anzi, oggi più che mai siamo tenuti ad avere ben presenti nella mente e nel cuore gli insegnamenti della Parola in questo campo e a metterli in pratica: amore, dedizione, onore e fedeltà reciproci, responsabilità e autorità “autorevole” del marito, sottomissione non forzata da parte della moglie perché si sente amata ecc. L’esortazione “il marito renda alla moglie ciò che le è dovuto; lo stesso faccia la moglie verso il marito” (1 Corinzi 7:3) non ha perso nulla della sua validità. 

Ma questi doveri non devono prendere il sopravvento sulle nostre relazioni con Dio, sulla nostra comunione intima col Signore, sul tempo e sulle energie che dedichiamo a Lui, che un giorno aveva detto a quelli che lo seguivano, probabilmente sconcertandone più di uno: “Chi ama padre o madre più di me… chi ama figlio o figlia (e Luca 14:26 aggiunge: “… e la moglie, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita”) più di me non è degno di me”.  Tristemente, in questi “ultimi tempi”, dobbiamo constatare una progressiva indifferenza e disprezzo riguardo ai legami naturali (2 Timoteo 3:3, Romani 1:30-31). Noi credenti onoriamo questi legami e li teniamo nella dovuta considerazione, ma il legame che ci unisce al Signore deve superare ogni espressione di sentimenti umani, anche di quelli più elevati.

Tanto più ora, che “il tempo è ormai abbreviato”


2. Gli eventi dolorosi

“Quelli che piangono, come se non piangessero”

Certamente lo Spirito che ha mosso Paolo a scrivere questo non aveva in vista i pianti, la tristezza legati a infedeltà o peccati che malauguratamente dovessimo commettere; anzi, lo stesso Paolo nella Lettera successiva si rallegrerà con i credenti di Corinto, che in precedenza aveva dovuto rimproverare severamente, perché quella “tristezza” li aveva “portati al ravvedimento”; poiché erano stati “rattristati secondo Dio” (2 Corinzi 7:9). 

Peraltro, anche nella nostra vita di credenti ci sono eventi e situazioni che ci fanno versare delle lacrime: lutti, malattie, fatti angosciosi, per alcuni anche persecuzioni. Sono le lacrime di cui Davide, perseguitato da Saul, parlava a Dio dicendogli: “Tu conti i passi della mia vita… raccogli le mie lacrime dell’otre tuo; non le registri forse nel tuo libro?” (Salmo 56:8). 

Tuttavia questi pianti non dovrebbero offuscare la gioia che si ha nel Signore e far dimenticare i mille motivi, che sono anche nostri, per cui lo stesso apostolo poteva affermare: “Sono pieno di consolazione, sovrabbondo di gioia in ogni nostra tribolazione” (2 Corinzi 7:4). Gioia per il privilegio di appartenere per sempre a Dio Padre che ci ama, si prende cura di noi e ci protegge in ogni circostanza; gioia di sapere che comunque “tutte le cose (anche quelle tristi) cooperano al bene di quelli che amano Dio” (Romani 8:28); gioia per la certezza e la costanza dell’amore del Signore. “Credendo in Lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa” (1 Pietro 1:8). 

Tanto più ora, che “il tempo è ormai abbreviato”


3. Le circostanze liete

“Quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero”.

Dobbiamo riconoscere che il Signore ci fa attraversare anche delle circostanze che ci rallegrano. Se stiamo bene di salute, se in famiglia c’è un’atmosfera serena “nel Signore” (Filippesi 4:4), se abbiamo un lavoro che ci permette di vivere decorosamente e senza privazioni, è soltanto per la Sua grazia e la Sua bontà. “Dio… ci fornisce abbondantemente di ogni cosa affinché ne godiamo” (1 Timoteo 6:17). Sono Sue benedizioni; e la gioia che esse ci procurano, il Signore le approva. 

Però queste cose, pur belle e buone, non dovrebbero costituire il vero motivo per cui ci sentiamo gioiosi, non dovremmo vivere ricercando e godendo di queste benedizioni, attaccandoci ad esse anziché a Colui che le impartisce. Se così facessimo, che testimonianza daremmo a quelli che sono ancora lontani dal Signore? Cosa mostreremmo di Lui attorno a noi? Forse non faremmo nulla di riprovevole, ma neanche nulla di utile; godendo egoisticamente del nostro benessere, dimostreremmo anche insensibilità per i bisogni, morali e materiali, che pur vediamo ogni giorno attorno a noi. 

Dunque, rallegriamoci e siamo riconoscenti al Signore per le benedizioni che ci elargisce, ma non dimentichiamo che è “beato chi ha pietà dei miseri” (Proverbi 14:21), e non solo nel senso materiale del termine. Certo, è scritto: “Rallegratevi con quelli che sono allegri…”, ma subito dopo leggiamo: “… piangete con quelli che piangono” (Romani 12:15).

Tanto più ora, che “il tempo è ormai abbreviato”


4. Le attività lavorative

“Quelli che comprano, come se non possedessero”.

Comprare, possedere, vendere… tutti lo facciamo, ciascuno nella propria misura, e non possiamo farne a meno: dei vestiti da indossare, una casa dove abitare, un mezzo per spostarci ecc. Per alcuni, comprare e vendere sono essenziali perché costituiscono la fonte del mantenimento, sono il loro lavoro. Paolo scriveva ai credenti di Efeso e di Laodicea esortandoli a “lavorare onestamente con le proprie mani, affinché (ciascuno) abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno” (Efesini 4:28), e a quelli di Tessalonica: “Vi esortiamo, fratelli,… a cercare di lavorare con le vostre mani… affinché camminiate dignitosamente verso quelli di fuori e non abbiate bisogno di nessuno” (1 Tessalonicesi 4:11-12); anche nella seconda Lettera li esortava “a mangiare il proprio pane, lavorando tranquillamente” (2 Tessalonicesi 3:12). Quindi il lavoro, fatto nei modi dovuti, è un preciso dovere del credente ed è anche un aspetto della testimonianza “verso quelli di fuori”.

C’è però un pericolo: che il lavoro diventi lo scopo centrale della nostra vita, quello per cui ci adoperiamo dedicandogli tutto noi stessi. Nel tempo libero che ci rimane, nel giorno o due di riposo di cui godiamo, cosa faremo? Probabilmente ci sentiremo stanchi, “stressati”. Abbiamo diritto al riposo, allo svago… però non mancheremo di riservare un’ora e mezza della domenica per andare alla riunione della nostra chiesa locale, e così ci sentiamo a posto! Guardiamoci da questi pensieri così riduttivi che impoveriscono la nostra vita cristiana.

Anche se non lo vorremmo, e forse non ce ne accorgiamo nemmeno, le nostre attività lavorative, se ci assorbono totalmente, diventano come un idolo che si frappone fra noi e Dio, e saremo al loro servizio, invece di “servire il Dio vivente e vero” (1 Tessalonicesi 1:9). Queste cose, anche se legittime, non devono essere al primo posto nella nostra vita. 

Tanto più ora, che “il tempo è ormai abbreviato”


5. La vita di tutti i giorni 

“Quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero”

“Usare di questo mondo” è un concetto che si ricollega al precedente, ma è più esteso. Riguarda tutte le cose che il mondo ci mette a disposizione e che noi utilizziamo. È chiaro che, finché non saremo nel cielo col Signore, non possiamo fare a meno delle strutture organizzate della società: scuole, aziende, servizi pubblici ecc. Ma con che spirito ne facciamo uso? Ci sentiamo pienamente integrati in queste istituzioni, ci sentiamo completamente a nostro agio anche se in esse, essendo di questo mondo, è evidente l’assenza del Signore? Dedichiamo ampiamente il nostro tempo per farle funzionare meglio e trarne il massimo vantaggio? Non dovrebbe essere così! Usare di questo mondo per quanto ci è necessario per viverci è tutt’altra cosa che vivere per godere pienamente e senza riserve delle possibilità che ci offre. 

Facciamo nostre le esortazioni di Paolo ai Colossesi: “Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra”. “Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui” (Colossesi 3:1-2, 17). 

“La figura di questo mondo passa”. Non attacchiamoci ad esso come se dovesse durare per sempre. Tanto più ora, che “il tempo è ormai abbreviato”.


F. Cucchi

martedì 18 maggio 2021

Una speranza viva


Ho letto sul muretto di cinta di una villetta, scolpito nella pietra, un detto di Talete, filosofo e matematico greco dell’antichità: “La speranza è il solo bene che è comune a tutti gli uomini, e anche coloro che non hanno più nulla la possiedono ancora”. 

Tipico prodotto della saggezza umana, quest’affermazione lascia intravedere, anche a coloro che hanno perso tutto o non hanno mai posseduto nulla, la prospettiva di un futuro migliore, evidentemente su questa terra. Anche oggi molti si impegnano, di fronte alle sventure, a “pensare positivo”, come si dice, e immaginano così di aiutarsi a superarle. In realtà si tratta di una speranza illusoria, perché basata sul nulla. 

Caro lettore, tu hai bisogno di sperare in qualcosa di durevole, affidabile, sicuro. Hai bisogno di poter affermare: La mia “speranza non delude” (Romani 5:5). E anche se tu fossi benestante, vorresti “fissare lo sguardo su ciò che scompare? Poiché la ricchezza si fa delle ali, come l’aquila che vola verso il cielo” (Proverbi 23:5). E questo non è mai stato tanto vero come lo è oggi.

Questa vera speranza può forse provenire dall’uomo, così com’è, peccatore per natura? No, l’uomo che non è in relazione con Dio tramite la fede in Gesù Cristo, e quindi è perduto per l’eternità, non può avere una vera speranza né è in grado di darla agli altri, “gli altri che (come lui) non hanno speranza” (1 Tessalonicesi 4:13). Ma “benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo che… ci ha fatti rinascere a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti” (1 Pietro 1:3). 

È Dio che può darci questa speranza; e l’uomo che, mettendo la sua fiducia in Lui, la riceve, “rinasce”, diventa una “nuova creatura”. Dio ce la può dare soltanto se crediamo in Gesù Cristo, il Suo diletto Figlio che è morto sulla croce per subire il castigo che spettava a noi peccatori, ma che poi è risorto. Se Cristo non avesse trionfato sulla morte, non ci sarebbe alcuna speranza per noi.

Questa speranza non riguarda soltanto il breve periodo della nostra vita terrena. L’apostolo Paolo scriveva ai credenti di Corinto: “Se abbiamo sperato in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miseri fra tutti gli uomini” (1 Corinzi 15:19); e a quelli di Efeso: “Sappiate a quale speranza (Dio) vi ha chiamati, qual è la ricchezza della gloria della sua eredità che vi è riservata” (Efesini 1:18). 

Un’eredità non si consegue immediatamente, è per il futuro ma, contrariamente alle eredità terrene, l’eredità che Dio riserva a quelli che hanno riposto la loro speranza in Lui è “incorruttibile, senza macchia e inalterabile. Essa è conservata in cielo per voi” (1 Pietro 1:4). “Questa speranza la teniamo come un’ancora dell’anima, sicura e ferma, che penetra oltre la cortina (che simboleggia l’accesso alla diretta presenza di Dio), dove Gesù è entrato per noi quale precursore” (Ebrei 6:19, 20). Cristo infatti, dopo la sua risurrezione, ha percorso per primo quella strada verso Dio che a noi era preclusa. E noi che abbiamo creduto in Lui possiamo ora essere ricevuti nel Suo cielo, dove Lui è glorificato in eterno, alla presenza stessa di Dio. Questa è “speranza viva” che Dio ci ha dato!

Caro lettore, abbiamo la gioia di annunciarti che questa “speranza viva” è anche alla tua portata, se ancora non la possiedi. Abbi fede in quel Dio che ha fatto tutto perché tu potessi averla, fino al punto di permettere che il Suo Figlio subisse il supplizio della croce, perché “la fede è certezza di cose che si sperano” (Ebrei 11:1). E anche durante il tempo che ti separa dalla realtà eterna del cielo, durante la tua vita terrena, sperimenterai, come dice la Bibbia, che “i giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel SIGNORE acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano” (Isaia 40:30-31). 

“Spera nel SIGNORE, ed egli ti salverà” (Proverbi 20:22).


F. Cucchi

domenica 9 maggio 2021

“Compiere” ciò che è già compiuto!

“Miei cari… adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; infatti è Dio che produce in voi il volere e l’agire” (Filippesi 2:12).

Per comprendere il senso e la portata di questa esortazione dell’apostolo Paolo dobbiamo partire da un presupposto imprescindibile, fondato su tutto il messaggio neotestamentario: Cristo ha compiuto perfettamente e in modo assolutamente completo la nostra salvezza e la nostra santificazione. La brevissima frase “È compiuto!”, pronunciata dal Signore sulla croce al termine delle tre ore di “tenebre” (Matteo 27:45), oltre a proclamare l’adempimento di ciò che le Scritture avevano preannunciato, è come un sigillo che Egli stesso ha posto sull’opera che Dio gli aveva affidato e che Egli aveva compiuto perfettamente: la salvezza e la santificazione di tutti gli uomini e le donne che avrebbero creduto in Lui, il Figlio di Dio. Salvezza dalla condanna di Dio e dal Suo castigo eterno che i nostri peccati (e “il peccato” che abita in noi – Romani 7:17) necessariamente comportano; santificazione, cioè separazione dal male e dal mondo: “con un’unica offerta egli – Cristo – ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati” (Ebrei 10:14). Nulla da parte dell’uomo può essere aggiunto a quest’opera perfetta e completa, che ha risposto pienamente alle esigenze della santità e della giustizia di Dio, e che nel contempo è stata la manifestazione più alta del Suo amore per l’uomo. 

Ma a questo punto dobbiamo domandarci seriamente che cosa ha voluto insegnare Paolo scrivendo ai credenti di Filippi, e quindi anche a noi, oggi. 

Il verbo nel testo originale greco di Filippesi 2:12, tradotto con “adoperatevi al compimento”, ha un significato che potrebbe anche essere reso dicendo “conducete a buon fine lavorando”, espressione che può aiutarci a comprenderne meglio il significato: implicitamente ci viene detto di essere attivi.

Per ciascuno di noi salvati “per grazia, mediante la fede”, Dio ha stabilito un programma: “le opere buone che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo” (Efesini 2:10), che devono sostituire le “opere malvagie” (Colossesi 1;21), le “opere delle tenebre” (Romani 13:12) e le “opere morte” dalle quali ci siamo ravveduti (Ebrei 6:1). Notiamo ancora che “è Dio che produce in voi il volere e l’agire”; “il sangue di Cristo… purificherà la nostra coscienza dalle opere morte” (Ebrei 9:14). Nulla viene da noi ma tutto è da Dio. 

Tuttavia, è proprio a noi che abbiamo creduto nell’opera salvifica del Signore Gesù che viene raccomandato: “Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne” (v. 16), e ancora: “Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno” (Romani 13:12-13). Ed è sempre a noi che è detto: “Crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” (2 Pietro 3:18), “fino a che tutti giungiamo… allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo” (Efesini 4:13). “Così dunque, finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Galati 6:10).

Dunque, la nuova vita di chi è salvato non è statica. Non avverrà tutto automaticamente, dovremo metterci a disposizione del Signore per realizzare questa “dinamica” spirituale: “Mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù; alla virtù la conoscenza; alla conoscenza l’autocontrollo; all’autocontrollo la pazienza; alla pazienza la pietà; alla pietà l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno l’amore” (2 Pietro 1:5-7). 

Chiediamo al Signore l’energia spirituale necessaria per compiere la nostra salvezza!


F. Cucchi

lunedì 25 gennaio 2021

Un frutto che rimane

"Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace" 

Giacomo 3:18.


“Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”

Giovanni 15:16


Così diceva il Signore intrattenendosi coi suoi discepoli poco prima di annunciare loro che, dopo la sua morte e la sua risurrezione, avrebbe mandato lo Spirito Santo il quale, oltre a consolarli, li avrebbe ammaestrati, diretti, fortificati. Ma lo dice anche ai credenti di tutti i tempi; anche a noi, oggi.

Queste parole del Signore ci interpellano, individualmente e collettivamente. Anche noi siamo di quelli che l’apostolo Paolo chiamava “i nostri”, a proposito dei quali scriveva: “Imparino anche i nostri a dedicarsi a buone opere… affinché non stiano senza portar frutto” (Tito 3:14).

È certamente vero che il frutto in tutti i suoi aspetti (amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo) non proviene da noi stessi, ma è lo Spirito Santo, che abita in tutti i veri credenti, a produrlo (Galati 5:22). Ma è altrettanto vero che nessun frutto si vedrà nella nostra vita se la nostra volontà non è in gioco, se non decidiamo di metterci a disposizione del Signore e se non permettiamo al suo Spirito di agire in noi; e questa decisione non può essere presa una volta sola per tutte, ma dev’essere rinnovata, giorno dopo giorno. Il Signore si aspetta da noi un impegno perseverante per portare molto frutto.


Impegno

“Mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza l’autocontrollo, all’autocontrollo la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno l’amore” (2 Pietro 1:5, 10).

Qui c’è qualcosa di più di un consiglio o di un’esortazione, si tratta di un ordine: “Aggiungete”. Un ordine da eseguire non alla leggera, ma “mettendoci ogni impegno”. All’anello iniziale della fede siamo chiamati ad aggiungere una serie di altri anelli per formare una catena che si conclude  con l’amore, che è ancora più alto dell’affetto fraterno. E questo amore è, nello stesso tempo, sia il primo aspetto del “frutto dello Spirito” (Galati 5:22) sia l’anello che rende compiuto il nostro progresso spirituale. Alle volte siamo portati a seguire la nostra inclinazione naturale, a dire, riferendoci a qualcuno: Non mi sento di amarlo. L’amore, che pur viene dallo Spirito e non da noi (cfr. Romani 5:5), è da ricercare, da coltivare da parte nostra; con impegno, forse proprio perché non sorge spontaneo in noi.

Ma lo stesso impegno ci è richiesto se desideriamo che nella nostra vita si vedano tutti gli aspetti del frutto che lo Spirito produce: “Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini” (Romani 12:17). Fare il bene è un’espressione che ci apre un ampio ventaglio di possibilità: “Finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Galati 6:10). Quindi, pur tenendo conto delle precedenze indicate, non possiamo escludere nessuno. Perché “davanti a tutti gli uomini?” Perché la testimonianza palese porti gloria a Dio. Non è per metterci in evidenza ed essere ammirati. Se così fosse, non si tratterebbe del frutto dello Spirito. Chiediamo al Signore di saper vegliare anche su ciò che ci spinge al ben operare.

L’impegno ci è richiesto anche per ricercare e mantenere la pace nelle nostre relazioni non solo fraterne ma con tutti, senza dimenticare però la purezza: “Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione” (Ebrei 12:14). Anche la pace nelle nostre relazioni reciproche, che va perseguita con impegno, non può essere realizzata venendo meno a ciò che il Signore ci chiede: “Siate santi in tutta la vostra condotta” (1 Pietro 1:16). Non c’è momento della nostra vita in cui ci è consentito di convivere con il male.


Perseveranza

In una notissima parabola, il Signore Gesù parla del seme “che è caduto in un buon terreno”, e ci spiega che si tratta di “coloro i quali, dopo aver udito la parola… portano frutto con perseveranza” (Luca 8:15). La pianta è germogliata, è cresciuta, ha messo foglie e forse fiori; questo è il lavoro di Dio, che non dipende da noi. E poi è venuta la stagione dei frutti. Ma c’è un segreto perché la pianta si sviluppi, prosperi e i frutti maturino: il terreno deve essere annaffiato, e questo dipende da chi coltiva.

L’acqua da far scorrere nel buon terreno non è nascosta, ma scorre vicino a noi, è a nostra disposizione: si tratta della Parola di Dio (Efesini 5:26). L’apostolo Paolo, istruendo il giovane Timoteo per il suo ministero nella chiesa di Efeso, dopo averlo esortato ad essere d’esempio ai credenti, gli raccomanda: “Applicati, finché io venga, alla lettura…” (1 Timoteo 4:13). Applicarsi a fare qualcosa non significa farlo di tanto in tanto, ma con continuità, perseverando. E ai Colossesi scriveva: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente” (3:16). La Parola è un nutrimento spirituale completo, per mantenere in buona salute il nostro “uomo nuovo” (Efesini 4:24) e renderlo produttivo.

Ancora Paolo, quando parla del proprio lavoro veramente fruttifero di evangelista e di servitore della Chiesa, non paragona la propria vita a una passeggiata, ma a una corsa, una gara: “corro verso la meta per ottenere il premio”; e questo faceva “dimenticando le cose che stanno dietro” e protendendosi “verso quelle che stanno davanti” (Filippesi 3:13-14). Nessun indugio, arresto o deviazione di percorso. L’autore della Lettera agli Ebrei (forse Paolo stesso) raccomandava a se stesso e a tutti i credenti: “Corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù” (Ebrei 12:2).

Ma durante questa “corsa” non possiamo fare a meno di fermarci per la preghiera: “Perseverate nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie” (Colossesi 4:2).


Abbondanza

Il Signore Gesù, il “buon pastore”, parlando delle sue pecore, affermava: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10:10). La vita che il Signore conferisce a chi crede in Lui è rigogliosa, esuberante; è una vita che inizia quando afferriamo per fede Cristo come Salvatore e Signore, e che si prolunga fin nell’eternità. Di conseguenza, nella nostra vita di credenti sulla terra si dovrebbe vedere un’abbondanza di frutti rigogliosi, non scarsi e malaticci.

Paolo, scrivendo ai Filippesi, si esprimeva così: “Prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori… affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia” (1:9-11). Notiamo che ancora una volta l’amore è in primo piano come movente di ciò in cui dobbiamo abbondare: una conoscenza della Parola di Dio non fine a se stessa, ma volta ad accrescere la capacità di discernere le cose “migliori”, di fare delle scelte secondo la scala di valori di Dio, senza conformarci a “questo mondo” (Romani 12:2).

Siamo quindi esortati, in vista del “giorno di Cristo” nel quale “l’opera di ognuno sarà messa in luce” (1 Corinzi 3:13), ad essere ricolmi di frutti di giustizia. Si tratta certamente non della nostra giustizia, ma “della giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (Filippesi 3:9). Siamo dunque tutti noi ad essere, personalmente, messi di fronte a circostanze e ambienti in cui il Signore ci chiede di essere giusti. “Praticare la giustizia e l’equità è cosa che il SIGNORE preferisce ai sacrifici” (Proverbi 21:3). Ma se pratichiamo la giustizia, anche noi saremo più felici: “Far ciò che è retto è una gioia per il giusto” (Proverbi 21:15); ed è incoraggiante ciò che Dio dice del “giusto” secondo i suoi pensieri: “Nella casa del giusto c’è grande abbondanza” (Proverbi 15:6).

Giacomo ci parla della “saggezza che viene dall’alto”. Anche in questo dobbiamo abbondare; infatti, essa è “piena di misericordia e di buoni frutti” (3:17); quindi, non una saggezza fatta soltanto di parole e atteggiamenti, come spesso vediamo, ma una saggezza che si manifesta con azioni concrete verso il nostro prossimo, usando misericordia, non intransigenza e durezza.

Non pensiamo che i frutti prodotti siano soltanto in favore degli altri; anche per noi ci saranno dei risvolti positivi: “La luce spunta nelle tenebre… per chi è misericordioso, pietoso e giusto” (Salmo 112:4). Dio non delude mai, e lo possiamo sperimentare ogni giorno!


Ferruccio Cucchi

sabato 5 luglio 2014

venerdì 4 luglio 2014

giovedì 3 luglio 2014