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martedì 24 febbraio 2026

24 febbraio - Un gran male contro Dio

Questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore.

1 Tessalonicesi 4: 3-4

 

Un gran male contro Dio

 

Avere una relazione carnale con una persona sposata non solo fa torto al suo coniuge, ma è un “gran male”, un peccato “contro Dio” (Genesi 39:9). È ciò che Davide ha dovuto confessare nel Salmo 51: “Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò che è male agli occhi tuoi” (v. 4).

La Parola di Dio ci insegna a circondare tutto ciò che riguarda la procreazione di un serio e profondo rispetto, in aperto contrasto con la leggerezza che il mondo manifesta su questo argomento. La benedizione collegata a questo meraviglioso potere conferito alla creatura ha per contropartita una grande responsabilità.  Ogni errore in questo campo può implicare conseguenze gravi, irrimediabili e durature.

Le relazioni carnali al di fuori del matrimonio sono atti di fornicazione, e la Parola di Dio ci dice: “Fuggite la fornicazione” (1 Corinzi 6:18). Bisogna saper dire di no subito, appena ci si rende conto del pericolo. “Uno si metterà forse del fuoco in petto senza che i suoi abiti si brucino?”, scrive Salomone (Proverbi 6:27).

E se la tentazione si ripete, se diventa insistente, bisogna essere capaci a non dare ascolto e, se è necessario, a fuggire. Così ha fatto Giuseppe per non commettere con la moglie del suo padrone quello che definisce “un grande male”, un peccato “contro Dio” (Genesi 39:9). “Se la tua mano e il tuo piede ti sono di intoppo, mozzali: e se l’occhio tuo t’è occasione di peccato, cavalo”, ha detto Gesù. In certi casi ci vuole una separazione netta, una rinuncia drastica e convinta anche se a volte è molto sofferta.


lunedì 23 febbraio 2026

Un frutto che rimane (3/3)

Abbondanza


Il Signore Gesù, il “buon pastore”, parlando delle sue pecore, affermava: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10:10). La vita che il Signore conferisce a chi crede in Lui è rigogliosa, esuberante; è una vita che inizia quando afferriamo per fede Cristo come Salvatore e Signore, e che si prolunga fin nell’eternità. Di conseguenza, nella nostra vita di credenti sulla terra si dovrebbe vedere un’abbondanza di frutti rigogliosi, non scarsi e malaticci.


Paolo, scrivendo ai Filippesi, si esprimeva così: “Prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori… affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia” (1:9-11). Notiamo che ancora una volta l’amore è in primo piano come movente di ciò in cui dobbiamo abbondare: una conoscenza della Parola di Dio non fine a se stessa, ma volta ad accrescere la capacità di discernere le cose “migliori”, di fare delle scelte secondo la scala di valori di Dio, senza conformarci a “questo mondo” (Romani 12:2).


Siamo quindi esortati, in vista del “giorno di Cristo” nel quale “l’opera di ognuno sarà messa in luce” (1 Corinzi 3:13), ad essere ricolmi di frutti di giustizia. Si tratta certamente non della nostra giustizia, ma “della giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (Filippesi 3:9). Siamo dunque tutti noi ad essere, personalmente, messi di fronte a circostanze e ambienti in cui il Signore ci chiede di essere giusti. “Praticare la giustizia e l’equità è cosa che il SIGNORE preferisce ai sacrifici” (Proverbi 21:3). Ma se pratichiamo la giustizia, anche noi saremo più felici: “Far ciò che è retto è una gioia per il giusto” (Proverbi 21:15); ed è incoraggiante ciò che Dio dice del “giusto” secondo i suoi pensieri: “Nella casa del giusto c’è grande abbondanza” (Proverbi 15:6).


Giacomo ci parla della “saggezza che viene dall’alto”. Anche in questo dobbiamo abbondare; infatti, essa è “piena di misericordia e di buoni frutti” (3:17); quindi, non una saggezza fatta soltanto di parole e atteggiamenti, come spesso vediamo, ma una saggezza che si manifesta con azioni concrete verso il nostro prossimo, usando misericordia, non intransigenza e durezza.


Non pensiamo che i frutti prodotti siano soltanto in favore degli altri; anche per noi ci saranno dei risvolti positivi: “La luce spunta nelle tenebre… per chi è misericordioso, pietoso e giusto” (Salmo 112:4). Dio non delude mai, e lo possiamo sperimentare ogni giorno!

23 febbraio - Come possiamo evitare il peccato?

Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, tutte le cose sono diventate nuove.

2 Corinzi 5: 17

 

Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne.

Galati 5:16

 

Come possiamo evitare il peccato?

 

Le parole dei versetti di oggi (essere una nuova creatura, non adempiere i desideri della carne) sembrano in contraddizione con la triste esperienza che facciamo ogni giorno della nostra inclinazione al peccato e la poca energia che abbiamo per vincerlo. Ma non c’è contraddizione.

Immaginiamo un mulino a vento che debba, con la rotazione delle sue pale, estrarre acqua da un pozzo. Se il vento cessa il mulino si ferma. Lo si potrebbe azionare a mano, è vero, ma sarebbe uno sforzo immenso e con scarsi risultati.

Così è di noi. Le poche energie che abbiamo si esauriscono rapidamente. C’è bisogno del vento! Bisogna che lo Spirito Santo ci guidi, che “soffi” nella nostra vita come un vento energico e costante. La nostra unica forza sta nel farci guidare dallo Spirito che è in ogni credente (“il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi” – 1 Corinzi 6:19), e nel tenere lo sguardo fisso sul perfetto Modello, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Soltanto Lui ha potuto dire: “Colui che mi ha mandato non mi ha lasciato solo perché faccio sempre le cose che gli piacciono” (Giovanni 8:29).

Ci aiuti il Signore a realizzare nella nostra vita di tutti i giorni quest’affermazione dell’apostolo Paolo: “La legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Romani 8:2).


domenica 22 febbraio 2026

Un frutto che rimane (2/3)

Perseveranza


In una notissima parabola, il Signore Gesù parla del seme “che è caduto in un buon terreno”, e ci spiega che si tratta di “coloro i quali, dopo aver udito la parola… portano frutto con perseveranza” (Luca 8:15). La pianta è germogliata, è cresciuta, ha messo foglie e forse fiori; questo è il lavoro di Dio, che non dipende da noi. E poi è venuta la stagione dei frutti. Ma c’è un segreto perché la pianta si sviluppi, prosperi e i frutti maturino: il terreno deve essere annaffiato, e questo dipende da chi coltiva.


L’acqua da far scorrere nel buon terreno non è nascosta, ma scorre vicino a noi, è a nostra disposizione: si tratta della Parola di Dio (Efesini 5:26). L’apostolo Paolo, istruendo il giovane Timoteo per il suo ministero nella chiesa di Efeso, dopo averlo esortato ad essere d’esempio ai credenti, gli raccomanda: “Applicati, finché io venga, alla lettura…” (1 Timoteo 4:13). Applicarsi a fare qualcosa non significa farlo di tanto in tanto, ma con continuità, perseverando. E ai Colossesi scriveva: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente” (3:16). La Parola è un nutrimento spirituale completo, per mantenere in buona salute il nostro “uomo nuovo” (Efesini 4:24) e renderlo produttivo.


Ancora Paolo, quando parla del proprio lavoro veramente fruttifero di evangelista e di servitore della Chiesa, non paragona la propria vita a una passeggiata, ma a una corsa, una gara: “corro verso la meta per ottenere il premio”; e questo faceva “dimenticando le cose che stanno dietro” e protendendosi “verso quelle che stanno davanti” (Filippesi 3:13-14). Nessun indugio, arresto o deviazione di percorso. L’autore della Lettera agli Ebrei (forse Paolo stesso) raccomandava a se stesso e a tutti i credenti: “Corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù” (Ebrei 12:2).


Ma durante questa “corsa” non possiamo fare a meno di fermarci per la preghiera: “Perseverate nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie” (Colossesi 4:2).



“Risvégliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce”.

Efesini 5:14

 

Mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi.

Romani 5:6

 

Ultima chiamata

 

In un’aerostazione, un viaggiatore con accanto il suo bagaglio si era assopito su una poltroncina. L’orario del suo volo era chiaramente scritto sul biglietto, ma non sentì l’ultima chiamata che invitava i viaggiatori ad affrettarsi verso l’imbarco. Continuò a dormire. Poi la porta venne chiusa, la passerella ritirata, e l’aereo decollò… senza di lui.

Lettore, forse hai sentito parlare del Vangelo. Esso propone a tutti il mezzo per essere eternamente felici alla presenza di Dio quando saremo chiamati a lasciare questo mondo. Gesù è venuto sulla terra per salvare gli uomini. È l’ultima chiamata che Dio fa all’uomo perduto. Se è ascoltata e ricevuta, essa permette ad ognuno di essere pronto per la partenza, con il “biglietto” giusto, un “biglietto” che non può essere perso o dimenticato. Dio lo imprime nel più profondo del nostro essere in modo indelebile: è il sacrificio di Cristo alla croce se l’abbiamo accolto con fede sincera.

Ecco cosa può dire chi ha udito la sua chiamata e ha creduto al messaggio del Vangelo:

Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me (Galati 2:20). Il sangue di Gesù Cristo mi ha purificato da ogni peccato (1 Giovanni 1:7).

Ed anche: Mi sono convertito “dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti” (1 Tessalonicesi 1:9, 10).

Non abbiate timore. Contrariamente a quel viaggiatore, tutti quelli che credono alla realtà di queste parole di vita udranno la voce del Signore quando li chiamerà, e partiranno verso il cielo con Lui.


sabato 21 febbraio 2026

Un frutto che rimane (1/3)

“Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”

Giacomo 3:18.


“Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”

Giovanni 15:16


Così diceva il Signore intrattenendosi coi suoi discepoli poco prima di annunciare loro che, dopo la sua morte e la sua risurrezione, avrebbe mandato lo Spirito Santo il quale, oltre a consolarli, li avrebbe ammaestrati, diretti, fortificati. Ma lo dice anche ai credenti di tutti i tempi; anche a noi, oggi.


Queste parole del Signore ci interpellano, individualmente e collettivamente. Anche noi siamo di quelli che l’apostolo Paolo chiamava “i nostri”, a proposito dei quali scriveva: “Imparino anche i nostri a dedicarsi a buone opere… affinché non stiano senza portar frutto” (Tito 3:14).


È certamente vero che il frutto in tutti i suoi aspetti (amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo) non proviene da noi stessi, ma è lo Spirito Santo, che abita in tutti i veri credenti, a produrlo (Galati 5:22). Ma è altrettanto vero che nessun frutto si vedrà nella nostra vita se la nostra volontà non è in gioco, se non decidiamo di metterci a disposizione del Signore e se non permettiamo al suo Spirito di agire in noi; e questa decisione non può essere presa una volta sola per tutte, ma dev’essere rinnovata, giorno dopo giorno. Il Signore si aspetta da noi un impegno perseverante per portare molto frutto.


Impegno


“Mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza l’autocontrollo, all’autocontrollo la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno l’amore” (2 Pietro 1:5, 10).


Qui c’è qualcosa di più di un consiglio o di un’esortazione, si tratta di un ordine: “Aggiungete”. Un ordine da eseguire non alla leggera, ma “mettendoci ogni impegno”. All’anello iniziale della fede siamo chiamati ad aggiungere una serie di altri anelli per formare una catena che si conclude  con l’amore, che è ancora più alto dell’affetto fraterno. E questo amore è, nello stesso tempo, sia il primo aspetto del “frutto dello Spirito” (Galati 5:22) sia l’anello che rende compiuto il nostro progresso spirituale. Alle volte siamo portati a seguire la nostra inclinazione naturale, a dire, riferendoci a qualcuno: Non mi sento di amarlo. L’amore, che pur viene dallo Spirito e non da noi (cfr. Romani 5:5), è da ricercare, da coltivare da parte nostra; con impegno, forse proprio perché non sorge spontaneo in noi.


Ma lo stesso impegno ci è richiesto se desideriamo che nella nostra vita si vedano tutti gli aspetti del frutto che lo Spirito produce: “Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini” (Romani 12:17). Fare il bene è un’espressione che ci apre un ampio ventaglio di possibilità: “Finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Galati 6:10). Quindi, pur tenendo conto delle precedenze indicate, non possiamo escludere nessuno. Perché “davanti a tutti gli uomini?” Perché la testimonianza palese porti gloria a Dio. Non è per metterci in evidenza ed essere ammirati. Se così fosse, non si tratterebbe del frutto dello Spirito. Chiediamo al Signore di saper vegliare anche su ciò che ci spinge al ben operare.


L’impegno ci è richiesto anche per ricercare e mantenere la pace nelle nostre relazioni non solo fraterne ma con tutti, senza dimenticare però la purezza: “Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione” (Ebrei 12:14). Anche la pace nelle nostre relazioni reciproche, che va perseguita con impegno, non può essere realizzata venendo meno a ciò che il Signore ci chiede: “Siate santi in tutta la vostra condotta” (1 Pietro 1:16). Non c’è momento della nostra vita in cui ci è consentito di convivere con il male.

(segue)


21 febbraio - Il disprezzo

Tu, perché disprezzi tuo fratello? Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio.

Romani 14:10

 

Guardatevi dal disprezzare uno di questi piccoli.

Matteo 18:10

 

Il disprezzo

 

Il disprezzo è una mancanza di rispetto, di stima e di fiducia verso i nostri simili. È la svalutazione degli altri, il rifiuto a volerne riconoscere i pregi. Il disprezzo si manifesta non soltanto con maldicenze e critiche, come spesso accade, ma anche con parole poco gentili, dure o addirittura arroganti. Non l’abbiamo più volte constatato? Le risposte sono distaccate e presuntuose, gli atteggiamenti prepotenti; le proposte dei più semplici non vengono prese in considerazione con l’amore dovuto, le loro obiezioni sono rifiutate con senso di superiorità. In fondo c’è del disprezzo.

Nella Bibbia non mancano consigli e direttive su questo argomento. Nel Libro dei Proverbi il disprezzo è presentato come peccato e sintomo di stupidità! “Chi disprezza il prossimo pecca” (14:21). “Chi disprezza il prossimo è privo di senno” (11:12).

È evidente che non tutti hanno le stesse capacità né la stessa intelligenza né lo stesso livello culturale. Ma il Signore non fa le differenze che facciamo noi; ci ha comprati tutti pagando lo stesso prezzo, ci ama tutti dello stesso amore. Se rileva delle differenze, queste riguardano piuttosto il nostro amore per Lui, la nostra consacrazione, la devozione con la quale lo serviamo. Non per niente Paolo fa ai Filippesi questa preziosa raccomandazione: “Non fate nulla… per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso... Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù” (Filippesi 2:3-5).

(da “La nostra lingua un fuoco”)