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domenica 22 febbraio 2026

Un frutto che rimane (2/3)

Perseveranza


In una notissima parabola, il Signore Gesù parla del seme “che è caduto in un buon terreno”, e ci spiega che si tratta di “coloro i quali, dopo aver udito la parola… portano frutto con perseveranza” (Luca 8:15). La pianta è germogliata, è cresciuta, ha messo foglie e forse fiori; questo è il lavoro di Dio, che non dipende da noi. E poi è venuta la stagione dei frutti. Ma c’è un segreto perché la pianta si sviluppi, prosperi e i frutti maturino: il terreno deve essere annaffiato, e questo dipende da chi coltiva.


L’acqua da far scorrere nel buon terreno non è nascosta, ma scorre vicino a noi, è a nostra disposizione: si tratta della Parola di Dio (Efesini 5:26). L’apostolo Paolo, istruendo il giovane Timoteo per il suo ministero nella chiesa di Efeso, dopo averlo esortato ad essere d’esempio ai credenti, gli raccomanda: “Applicati, finché io venga, alla lettura…” (1 Timoteo 4:13). Applicarsi a fare qualcosa non significa farlo di tanto in tanto, ma con continuità, perseverando. E ai Colossesi scriveva: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente” (3:16). La Parola è un nutrimento spirituale completo, per mantenere in buona salute il nostro “uomo nuovo” (Efesini 4:24) e renderlo produttivo.


Ancora Paolo, quando parla del proprio lavoro veramente fruttifero di evangelista e di servitore della Chiesa, non paragona la propria vita a una passeggiata, ma a una corsa, una gara: “corro verso la meta per ottenere il premio”; e questo faceva “dimenticando le cose che stanno dietro” e protendendosi “verso quelle che stanno davanti” (Filippesi 3:13-14). Nessun indugio, arresto o deviazione di percorso. L’autore della Lettera agli Ebrei (forse Paolo stesso) raccomandava a se stesso e a tutti i credenti: “Corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù” (Ebrei 12:2).


Ma durante questa “corsa” non possiamo fare a meno di fermarci per la preghiera: “Perseverate nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie” (Colossesi 4:2).



“Risvégliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce”.

Efesini 5:14

 

Mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi.

Romani 5:6

 

Ultima chiamata

 

In un’aerostazione, un viaggiatore con accanto il suo bagaglio si era assopito su una poltroncina. L’orario del suo volo era chiaramente scritto sul biglietto, ma non sentì l’ultima chiamata che invitava i viaggiatori ad affrettarsi verso l’imbarco. Continuò a dormire. Poi la porta venne chiusa, la passerella ritirata, e l’aereo decollò… senza di lui.

Lettore, forse hai sentito parlare del Vangelo. Esso propone a tutti il mezzo per essere eternamente felici alla presenza di Dio quando saremo chiamati a lasciare questo mondo. Gesù è venuto sulla terra per salvare gli uomini. È l’ultima chiamata che Dio fa all’uomo perduto. Se è ascoltata e ricevuta, essa permette ad ognuno di essere pronto per la partenza, con il “biglietto” giusto, un “biglietto” che non può essere perso o dimenticato. Dio lo imprime nel più profondo del nostro essere in modo indelebile: è il sacrificio di Cristo alla croce se l’abbiamo accolto con fede sincera.

Ecco cosa può dire chi ha udito la sua chiamata e ha creduto al messaggio del Vangelo:

Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me (Galati 2:20). Il sangue di Gesù Cristo mi ha purificato da ogni peccato (1 Giovanni 1:7).

Ed anche: Mi sono convertito “dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti” (1 Tessalonicesi 1:9, 10).

Non abbiate timore. Contrariamente a quel viaggiatore, tutti quelli che credono alla realtà di queste parole di vita udranno la voce del Signore quando li chiamerà, e partiranno verso il cielo con Lui.


sabato 21 febbraio 2026

Un frutto che rimane (1/3)

“Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”

Giacomo 3:18.


“Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”

Giovanni 15:16


Così diceva il Signore intrattenendosi coi suoi discepoli poco prima di annunciare loro che, dopo la sua morte e la sua risurrezione, avrebbe mandato lo Spirito Santo il quale, oltre a consolarli, li avrebbe ammaestrati, diretti, fortificati. Ma lo dice anche ai credenti di tutti i tempi; anche a noi, oggi.


Queste parole del Signore ci interpellano, individualmente e collettivamente. Anche noi siamo di quelli che l’apostolo Paolo chiamava “i nostri”, a proposito dei quali scriveva: “Imparino anche i nostri a dedicarsi a buone opere… affinché non stiano senza portar frutto” (Tito 3:14).


È certamente vero che il frutto in tutti i suoi aspetti (amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo) non proviene da noi stessi, ma è lo Spirito Santo, che abita in tutti i veri credenti, a produrlo (Galati 5:22). Ma è altrettanto vero che nessun frutto si vedrà nella nostra vita se la nostra volontà non è in gioco, se non decidiamo di metterci a disposizione del Signore e se non permettiamo al suo Spirito di agire in noi; e questa decisione non può essere presa una volta sola per tutte, ma dev’essere rinnovata, giorno dopo giorno. Il Signore si aspetta da noi un impegno perseverante per portare molto frutto.


Impegno


“Mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza l’autocontrollo, all’autocontrollo la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno l’amore” (2 Pietro 1:5, 10).


Qui c’è qualcosa di più di un consiglio o di un’esortazione, si tratta di un ordine: “Aggiungete”. Un ordine da eseguire non alla leggera, ma “mettendoci ogni impegno”. All’anello iniziale della fede siamo chiamati ad aggiungere una serie di altri anelli per formare una catena che si conclude  con l’amore, che è ancora più alto dell’affetto fraterno. E questo amore è, nello stesso tempo, sia il primo aspetto del “frutto dello Spirito” (Galati 5:22) sia l’anello che rende compiuto il nostro progresso spirituale. Alle volte siamo portati a seguire la nostra inclinazione naturale, a dire, riferendoci a qualcuno: Non mi sento di amarlo. L’amore, che pur viene dallo Spirito e non da noi (cfr. Romani 5:5), è da ricercare, da coltivare da parte nostra; con impegno, forse proprio perché non sorge spontaneo in noi.


Ma lo stesso impegno ci è richiesto se desideriamo che nella nostra vita si vedano tutti gli aspetti del frutto che lo Spirito produce: “Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini” (Romani 12:17). Fare il bene è un’espressione che ci apre un ampio ventaglio di possibilità: “Finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Galati 6:10). Quindi, pur tenendo conto delle precedenze indicate, non possiamo escludere nessuno. Perché “davanti a tutti gli uomini?” Perché la testimonianza palese porti gloria a Dio. Non è per metterci in evidenza ed essere ammirati. Se così fosse, non si tratterebbe del frutto dello Spirito. Chiediamo al Signore di saper vegliare anche su ciò che ci spinge al ben operare.


L’impegno ci è richiesto anche per ricercare e mantenere la pace nelle nostre relazioni non solo fraterne ma con tutti, senza dimenticare però la purezza: “Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione” (Ebrei 12:14). Anche la pace nelle nostre relazioni reciproche, che va perseguita con impegno, non può essere realizzata venendo meno a ciò che il Signore ci chiede: “Siate santi in tutta la vostra condotta” (1 Pietro 1:16). Non c’è momento della nostra vita in cui ci è consentito di convivere con il male.

(segue)


21 febbraio - Il disprezzo

Tu, perché disprezzi tuo fratello? Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio.

Romani 14:10

 

Guardatevi dal disprezzare uno di questi piccoli.

Matteo 18:10

 

Il disprezzo

 

Il disprezzo è una mancanza di rispetto, di stima e di fiducia verso i nostri simili. È la svalutazione degli altri, il rifiuto a volerne riconoscere i pregi. Il disprezzo si manifesta non soltanto con maldicenze e critiche, come spesso accade, ma anche con parole poco gentili, dure o addirittura arroganti. Non l’abbiamo più volte constatato? Le risposte sono distaccate e presuntuose, gli atteggiamenti prepotenti; le proposte dei più semplici non vengono prese in considerazione con l’amore dovuto, le loro obiezioni sono rifiutate con senso di superiorità. In fondo c’è del disprezzo.

Nella Bibbia non mancano consigli e direttive su questo argomento. Nel Libro dei Proverbi il disprezzo è presentato come peccato e sintomo di stupidità! “Chi disprezza il prossimo pecca” (14:21). “Chi disprezza il prossimo è privo di senno” (11:12).

È evidente che non tutti hanno le stesse capacità né la stessa intelligenza né lo stesso livello culturale. Ma il Signore non fa le differenze che facciamo noi; ci ha comprati tutti pagando lo stesso prezzo, ci ama tutti dello stesso amore. Se rileva delle differenze, queste riguardano piuttosto il nostro amore per Lui, la nostra consacrazione, la devozione con la quale lo serviamo. Non per niente Paolo fa ai Filippesi questa preziosa raccomandazione: “Non fate nulla… per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso... Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù” (Filippesi 2:3-5).

(da “La nostra lingua un fuoco”)


venerdì 20 febbraio 2026

“Deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge” (2/2)

 Il peccato


Oltre a ogni peso, il passo di Ebrei 12:1 ci dice che dobbiamo “deporre” il peccato, per poter correre la gara e vincere il premio. Del peccato è detto “che così facilmente ci avvolge”. In realtà, essendo la carne è ancora in noi, se non vegliamo, le vanità e le contaminazioni del mondo agiscono su essa ed eccitano le concupiscenze del cuore. Di qui a commettere il peccato non v’è che un passo che purtroppo spesso facciamo, per mancanza di vigilanza. Eccoci allora avvolti nelle reti del peccato e fermati nella nostra corsa.


È dunque necessario fare attenzione, nel nostro cammino quotidiano, alle cose apparentemente poco importanti, ma che potrebbero nuocere alla santità interiore e alla separazione dal male per amore del Signore. Dobbiamo respingere il peccato, opporre un rifiuto energico alle tentazioni del nemico e mantenerci vicini al Signore. Qui, nella sua comunione, saremo preservati dalle cadute. Come per il “peso” da deporre, la risorsa per la liberazione dal peccato è “fissare lo sguardo su Gesù”. Quando guardiamo a Lui, il nuovo uomo entra in azione e i suoi affetti per la persona di Cristo sono fortificati; e il cuore è liberato dalla concupiscenza tramite la potenza dello Spirito Santo che agisce nella nuova natura e che esclude ciò che influisce sul vecchio uomo. Un fratello ha scritto: “Quando si guarda a Gesù tutto è più facile; quando non si guarda a Lui, tutto è impossibile… In Lui, e in Lui soltanto, si getta lontano e senza alcuna riserva mentale ogni ostacolo; non si può combattere il peccato con la carne”.


La Scrittura elenca alcuni peccati precisi che siamo tenuti a “deporre”: “ogni impurità e residuo di malizia” (Giac. 1:21); “ogni cattiveria, ogni frode, l’ipocrisia, le invidie e ogni maldicenza” (1 Pietro 2:1); “bandita (greco: apotithèmi, come in Ebrei 12:1) la menzogna, ognuno dice la verità al suo prossimo” (Ef. 4:25); “deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene” (o vergognose – Colossesi 3:8).


Tutte queste cose sono il frutto della propria volontà e del cuore naturale e, di conseguenza, sono incompatibili con la vita di Cristo in noi. Queste manifestazioni del vecchio uomo sono anche in contraddizione completa con l’esempio che il Signore ci ha dato nel suo cammino quaggiù. Ora il credente, essendo morto con Cristo, ha spogliato il vecchio uomo con tutto ciò che lo contraddistingue e ha rivestito il nuovo che è secondo l’immagine di Colui che l’ha creato. La vita del nuovo uomo deve dunque manifestarsi in pratica. Per questo, da una parte dobbiamo rifiutare tutto ciò che proviene dal vecchio uomo, fonte corrotta da cui scaturiscono “ogni impurità e ogni residuo di malizia”; d’altra parte, dobbiamo mostrare i tratti caratteristici della nuova natura, cioè la vita di Cristo in noi. Solo lo Spirito Santo ci può condurre a realizzare queste cose.


Deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, per poter correre per Cristo e verso di Lui.

20 febbraio - Sono tutti riscattati?

Cristo Gesù ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti.

1 Timoteo 2:5-6

 

“… la sua vita come prezzo di riscatto per molti”.

Matteo 20:28

 

Sono tutti riscattati?

 

L’opera redentrice del Signore Gesù è di portata universale. Non c’è nessuna distinzione fra il popolo terreno di Dio (Israele) e le altre nazioni: tutti gli esseri umani sono schiavi del peccato e di Satana e tutti hanno bisogno di essere riscattati, resi liberi. Il suo sangue ha la capacità di cancellare i peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi; “Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2).

Possiamo allora dire che tutti gli uomini sono salvati? Se abbiamo fatto attenzione, nel secondo versetto citato oggi il Signore Gesù ha parlato della propria missione e ha detto: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Matteo 20:28). Perché non per tutti? Chi sono questi “molti”? Sono quelli che riconoscono di essere schiavi del peccato, che sentono il giogo di questa schiavitù, e chiedono a Dio di essere liberati (Giovanni 10:17-18). È soltanto per questi che il Signore ha pagato il prezzo del riscatto.

Anche il profeta Isaia, vedendo in anticipo i risultati gloriosi dell’opera della redenzione, aveva attribuito a Dio queste parole riguardo al suo gradimento per l’opera di Cristo: “Perciò io gli darò la sua parte fra i grandi... perché egli ha portato i peccati di molti” (Isaia 53:12). Molti, però, non significa tutti.

Lettore, se non sei anche tu fra i “molti”, sei ancora schiavo e perduto. Sappi che il Redentore ti sta cercando perché vuole liberarti, per la tua beatitudine eterna e per la tua vera gioia.

giovedì 19 febbraio 2026

“Deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge” (1/2)

di M. Tapernoux


Nella sua vita il credente è sempre posto di fronte a delle scelte. Da una parte, deve “apprezzare le cose migliori” (Fil. 1:10), che si tratti di un servizio da compiere o di una grazia da cogliere, e d’altra parte è tenuto a respingere con fermezza tutto ciò che non è conforme alla volontà di Dio.


“Deponiamo (greco: apotithèmi, che esprime l’idea di disfarsi di qualcosa per non essere appesantiti o ostacolati) ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta.” (Ebrei 12:1-2).


Il credente è chiamato a “correre la gara” per ottenere il premio. In vista di questo, deve deporre tutto ciò che potrebbe ostacolarlo nello sforzo verso la meta, si tratti di preoccupazioni, di difficoltà, di gioie terrene, insomma tutto quello che accaparra la nostra mente e il nostro cuore.


L’atleta determinato a vincere non potrebbe caricarsi di pesi di nessun genere e, se ne avesse, se ne sbarazzerebbe subito, per essere alleggerito al massimo e correre così nelle migliori condizioni. E noi, non siamo anche noi sovente degli “atleti” che pretendono di correre con dei pesi addosso? Vogliamo correre, ma senza rinunciare ai “pesi” ai quali siamo incatenati: pigrizia spirituale, attaccamento ai beni terreni, egoismo sotto tutte le forme, senza parlare della mondanità. Pensiamo all’esempio dell’apostolo Paolo che considerava “spazzatura” tutto quello che poteva ostacolarlo nella corsa (Fil. 3:8). Questa dovrebbe essere la nostra valutazione delle cose del mondo, perché i vantaggi e i tesori che esso offre, come pure tutte le vanità, sono come delle reti sul nostro percorso e dei pesi che ci portiamo addosso.


Non c’è da stupirsi se tanti “corridori” credenti, poco dopo una partenza promettente, smettono presto di correre e si stendono sulla pista per riposarsi, affaticati e ostacolati da tutto ciò che non hanno voluto lasciare prima di iniziare a correre. E non sono mai più ripartiti. “Dormire un po’, sonnecchiare un po‘, incrociare un po’ le mani per riposare… la tua povertà verrà come un ladro, la tua miseria, come un uomo armato” (Prov. 6:10-11).


“Un po’”. Quale insidia satanica si nasconde in questa espressione apparentemente insignificante! Il “peso”, che ci fa perdere la gara, e quindi il premio, non ci è mai presentato dal nemico come qualcosa di pericoloso, ma come una cosa lecita, addirittura indispensabile. “Devo pur lavorare, riposarmi, distrarmi, e così via”. Certamente! Ma da quando queste cose, di per sé lecite, prendono nel nostro cuore il posto che appartiene al Signore, diventano dei pesi che dobbiamo posare. Su questo argomento il Signore ha pronunciato delle parole che faremmo bene meditare: “Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio… Chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo… Così dunque ognuno di voi, che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo” (Luca 9:62).


Ma come possiamo “deporre ogni peso”? Fissando gli occhi su Gesù! Così il nostro cuore è occupato di lui, i nostri affetti sono concentrati sulla sua persona e siamo liberati da ciò che può ostacolarci. Un fratello ha scritto: “In Cristo troviamo non solo quello che risponde agli affetti della vita e della natura nuova che possediamo, ma anche la potenza per scartare ciò che non è conforme ad essa e che è della carne”.


Alleggeriti di ogni peso, possiamo correre la corsa che è davanti a noi. Più avanziamo e meglio discerniamo la meta gloriosa verso la quale ci stiamo dirigendo; ed essa ci sarà sempre più preziosa. Questa meta è Cristo stesso, un Cristo celeste, nel quale riceviamo le “cose promesse” (Ebrei 11:13).


(segue)