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giovedì 16 aprile 2026

Ha molto amato

leggere Luca 7:33-50


“Difatti è venuto Giovanni il battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “Ha un demonio”.  È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori!”. Ma alla sapienza è stata resa giustizia da tutti i suoi figli»”.

I versetti 33 e 34 del capitolo 7 del Vangelo secondo Luca riassumono il modo in cui i Giudei accolsero Giovanni Battista e il Signore. Il messaggio di Dio trasmesso da Giovanni era un messaggio di pentimento. Egli stesso era un profeta vestito di pelo, mangiava locuste e viveva nel deserto. Il suo approccio era severo. Gli ebrei dicevano: «Ha un demone». Dimostravano così come accoglievano colui che annunciava il Messia.

Il messaggio di Dio trasmesso dal Signore Gesù era diverso, era un messaggio di grazia e salvezza annunciato a coloro che sentivano i propri bisogni, a coloro che sapevano di essere peccatori.

I Giudei dicevano di Lui: «Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori». Nel Vangelo di Luca, gli insegnamenti e i racconti della vita del Signore seguono spesso  un ordine morale. Ciò è ben visibile nel racconto che segue, poiché Simone il fariseo dimostra i sentimenti dei capi di Israele nei confronti del Signore (v. 34). E la donna peccatrice dimostra di essere, per la sua condizione e la sua condotta, una “figlia della saggezza” (v. 35).


Il fariseo invita il Signore

Il Signore accetta l’invito di Simone, pur sapendo esattamente chi è e quali sono i suoi sentimenti nei suoi confronti. Entra e si siede a tavola, dimostrando così di essere padrone della situazione. Il seguito del racconto lo dimostrerà. Una peccatrice (la Parola, nella sua delicatezza, non ci dice cosa avesse commesso) entra per trovare il Signore, perché sapeva che era lì. Potremmo pensare che ci volesse una buona dose di coraggio, persino di audacia, per entrare senza essere invitata nella casa del fariseo.

Sapeva bene che non sarebbe stata la benvenuta, che il suo atteggiamento avrebbe scandalizzato, che avrebbe dato fastidio in quell’atmosfera di  propria giustizia de fariseo. Eppure questo non la fermò. Perché? Perché Dio aveva operato profondamente nel suo cuore. Lei aveva già superato, dentro di sé, quell’ostacolo insormontabile dello sguardo e del giudizio degli altri. Come il figliol prodigo, è arrivata alla fine del suo cammino di peccato, alla fine di tutto, ed è finalmente pronta a venire a Gesù. Entra e vede solo Lui, il resto non ha importanza. Sa che qui c’è Colui che è amore, Colui attraverso il quale la grazia di Dio raggiunge gli uomini. È attratta, magnetizzata da questa grazia. Sa che non sarà respinta. Il Signore lo dimostrerà.


Il comportamento di questa donna

Lei non incontra il Signore in piedi di fronte a Lui, ma da dietro, accovacciata ai suoi piedi. Non assume un atteggiamento familiare, ma prende una posizione umile e rispettosa, consapevole di trovarsi al cospetto di questa Persona gloriosa. Ci vengono riportati diversi atti compiuti da questa donna.

Piange. È con amarezza che, alla presenza di Cristo, misura la gravità e la portata dei suoi peccati. Questa atmosfera di grazia e fiducia non le suscita leggerezza o gioia, ma pentimento e lacrime.

Questa donna si pente e riconosce chi è e cosa ha fatto. È una tristezza secondo Dio, che produce un pentimento salvifico. Questa donna non rimpiangerà mai quel momento.

–Bagna i piedi del Signore con le sue lacrime. Simone non aveva, come voleva la tradizione, dato dell’acqua al Signore per lavarsi i piedi. Le lacrime di questa donna rinfrescano il Suo cuore meglio di qualsiasi acqua che gli sarebbe stata offerta.

-Asciuga i Suoi piedi con i suoi capelli. I capelli di una donna sono la sua gloria (1 Cor. 11:15). Per molto tempo ha avuto il primo posto ai suoi occhi, ora si fa da parte, mette da parte la sua gloria per glorificare il Maestro. Non è più lei ad essere importante, ma Cristo.

Non ha smesso di coprire i suoi piedi di baci. Il suo amore per il Signore è molto grande, i suoi baci lo dimostrano. Si può immaginare una testimonianza d’amore più grande? Il Signore dirà: “ha molto amato”. Ha unto i Suoi piedi con il profumo. Forse inconsciamente, ma con l’intelligenza del cuore, porta al Signore la sua adorazione. Con questo gesto mostra che il Signore è Dio. Solo a lui è dovuto questo profumo che è simbolo di adorazione.

Durante tutta questa scena, la donna non pronuncia alcuna parola; tuttavia esce da quella casa perdonata e salvata. Le sue azioni sono un linguaggio compreso dal Signore, è il linguaggio dell’amore. Simone non comprende nulla. Il Signore sarà per lui un messaggero, un interprete tra mille (Giobbe 33:23). Parlerà una lingua che Simone capisce, quella dell’economia e della finanza (denaro, debitore, creditore…). Questa volta Simone giudica giustamente (v. 43). Il Signore parte da questo per spiegargli ciò che questa donna sta realmente facendo e aprire gli occhi di Simone su ciò che lui non ha fatto. Come questa donna, anche lui ha un debito nei confronti di Dio, ma non ne è consapevole. Non sente il bisogno di essere perdonato e salvato. Di conseguenza, non conosce l’amore del Signore né prova amore per Lui nel suo cuore.


L’attitudine di Simone

Simone il fariseo non era credente al momento di questo racconto. Speriamo che questo messaggio forte abbia toccato il suo cuore. Il suo esempio ci mette in guardia, perché anche i credenti possono manifestare lo stesso atteggiamento. Il Signore disse ai suoi discepoli:

«Guardatevi dal lievito dei farisei» (Matteo 16:11). È l’atteggiamento della propria giustizia, l’orgoglio di credersi qualcuno, di pensare di meritare qualcosa per il proprio status o per le proprie azioni. Questo produce disprezzo verso coloro che ci circondano, un atteggiamento di giudizio e severità nei confronti degli altri. Porta anche a non comprendere nulla del linguaggio divino, a essere uno di quelli che « Ma colui che non ha queste cose è cieco oppure miope, avendo dimenticato di essere stato purificato dei suoi vecchi peccati. » (2 Pietro 1:9). In una circostanza particolare, i discepoli «perché non avevano capito il fatto dei pani, anzi il loro cuore era indurito» (Marco 6:52). Guardiamoci da questo lievito che ci rende insensibili alla grazia e all’amore di Dio.


Ha molto amato

Il Signore dà a Simone questa spiegazione che può sembrarci strana: «I suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato». In effetti non abbiamo imparato il Vangelo in questo modo, perché il perdono dei nostri molti peccati non si basa sulla grandezza del nostro amore per Dio. Allora come comprendere questa frase del Signore? Troviamo la chiave in un passo della prima lettera di Giovanni che dice: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1 Giovanni 4:19). L’amore non nasce dal nulla, tanto meno dal cuore dell’uomo, né tantomeno da quello del credente. L’amore trova la sua sorgente in Dio. È assaporando questo amore divino che ci ha perdonato, ci ha redenti e ci ha rimesso il nostro enorme debito, che l’amore per Dio crescerà nei nostri cuori.

Questo è ciò che è successo a questa donna. Nella misura in cui ha assaporato la grazia e l’amore divino per lei, il suo amore per il Signore è cresciuto. Ha amato molto in risposta all’amore di Dio per lei. Senza che lei lo sapesse fino a quando il Signore non glielo disse, il suo amore era la prova (e non la causa) del perdono dei suoi peccati.


La tua fede ti ha salvato

Il Signore concede a questa donna il perdono per tutti i suoi numerosi peccati, la salvezza che le offre è una salvezza eterna. Ciò è eccezionale perché, nei Vangeli, il Signore concede per lo più un perdono governativo legato alle circostanze terrene. Del resto, ciò non è sfuggito alle persone presenti che si chiedevano tra sé e sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?» (v. 49). Solo uno può farlo: Dio. E il Signore era lì come Dio manifestato nella carne. E qui, in risposta alla fede di questa donna e non al suo amore, le viene concesso la salvezza eterna (v. 50).

16 aprile - Sei un tipo suscettibile?

Vi esorto a comportarvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta, con ogni umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi gli uni gli altri con amore.

Efesini 4:1-2

 

Sei un tipo suscettibile?

 

La suscettibilità è presente nell’intimo di ognuno di noi, ed è fonte di sofferenza.

Se mi lascio andare a questa cattiva tendenza, vedo tutto sotto una falsa luce. Un nonnulla mi ferirà, una parola di troppo mi sembrerà una mancanza di rispetto nei miei confronti, uno scherno o una cattiveria. Sarò sempre pronto ad imputare ai miei parenti, amici e colleghi, delle intenzioni cattive. Tutto ruoterà intorno al mio “io”. Di conseguenza, non riconoscerò mai i meriti di coloro che mi circondano, non darò loro la posizione che meritano e sarò ingrato verso di loro. Che brutta cosa!

Questa deplorevole tendenza è un serio ostacolo alle relazioni cristiane che, al posto di essere armoniose e gioiose, diventano fredde e tese, senza spontaneità e senza amore. Chi è suscettibile deve imparare che cosa sono la pazienza e il perdono e, soprattutto, a stimare gli altri più di se stesso. “Perdonatevi a vicenda – scrive Paolo –  se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi” (Colossesi 3:13).

C’e solo un mezzo per guarire da questa tendenza: vivere pienamente il Vangelo. Non solo credere che Cristo è morto per noi, ma anche accettare che noi siamo morti con Lui, con tutto il nostro orgoglio e il nostro egoismo. Alla suscettibilità non resta che un posto: la morte alla croce di Cristo!

Guardiamo a Lui, perfetto modello di umiltà e di rinuncia; Lui che ci dice: “Imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore” (Matteo 11:29).


mercoledì 15 aprile 2026

15 aprile - Lode e gloria a te, Signore!

O voi che temete il SIGNORE, lodatelo!

Entrate nelle sue porte con ringraziamento, nei suoi cortili con lode; celebratelo, benedite il suo nome.

Salmo 22:23; 100:4

 

Lode e gloria a te, Signore!

 

Lode e gloria a te, Signore,

che ci hai dato un nuovo cuore.

Ogni cosa a te dobbiamo,

la salvezza è in te!

 

Il tuo Nome dà certezza,

pace, piena sicurezza.

Chi in te crede e in te confida

smosso mai sarà!

 

Dal tuo affetto generoso,

dal tuo amor meraviglioso

nulla al mondo, lo sappiamo,

ci separerà!

 

Stretti a te tienci, o Signore,

sempre fermi nel tuo amore,

fino al giorno che nel cielo

presso a te sarem.

(da Cantici Spirituali)


martedì 14 aprile 2026

Il SIGNORE, la nostra risorsa

Leggere il Salmo 25.


Il Salmo venticinque descrive le esperienze di un credente che è osteggiato da nemici che non vedono l’ora di trionfare su di lui (v.2); che cercano di intrappolare i suoi piedi (v.15) e lo odiano con un odio crudele e implacabile (19). Egli sente la sua desolazione ed è turbato nel cuore in presenza delle angosce da cui è circondato (v. 17).

In queste circostanze le sue esperienze assumono un triplice aspetto. In primo luogo, si affida completamente a Dio, per essere sostenuto e istruito nelle Sue vie (vv. 1-7). In secondo luogo, la sua anima è confortata meditando su tutto ciò che Dio è per coloro che lo temono (vv. 8-14). In terzo luogo, espone davanti a Dio i suoi problemi e richiama l’occhio di Dio su di sé, sulle sue circostanze e sui suoi nemici (vv.15-22).


Confidare in Dio

“A te, o SIGNORE, io elevo l’anima mia. Dio mio, in te confido; fa’ che io non sia deluso, che i miei nemici non trionfino su di me. Nessuno di quelli che sperano in te sia deluso; siano confusi quelli che si comportano slealmente senza ragione” (vv.1-3).

Il credente supera tutte le sue difficoltà grazie a un’implicita fiducia nell’Eterno. Non fa, come è stato detto, “il più piccolo passo per danneggiare il suo nemico, ma rimette il suo caso a Dio e lo lascia nelle Sue mani, cercando la Sua liberazione”. Rivolgendosi a Dio, può dire: “fa’ che io non sia deluso, che i miei nemici non trionfino su di me”.

A volte, in presenza di opposizioni e insulti, confidiamo in noi stessi e nei nostri sforzi per rispondere agli insulti e prevalere sugli oppositori, per poi scoprire che ci esponiamo alla vergogna e al trionfo dei nostri nemici. Ma il salmista dice, “…nessuno di quelli che sperano in te sia deluso”.

“O SIGNORE, fammi conoscere le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità e ammaestrami; poiché tu sei il Dio della mia salvezza; io spero in te ogni giorno (vv. 4 e 5).

Dopo aver trovato riposo nell’affidare se stesso e le sue circostanze al Dio eterno, ora il salmista  desidera vedere le vie del SIGNORE, farsi insegnare i suoi sentieri e farsi guidare nella verità. Spesso i credenti tendono a preoccuparsi troppo delle vie malvagie degli uomini, dei loro sentieri tortuosi e degli errori che insegnano. Ma Dio ha le sue vie per guidare la condotta del suo popolo, i suoi sentieri da percorrere e la sua verità attraverso la quale istruirlo. La nostra grande preoccupazione dovrebbe essere quella di vedere le Sue vie, di essere istruiti nei Suoi sentieri; quindi non solo di conoscere la verità, ma di essere guidati nella verità. Per questa conoscenza dovremo essere continuamente dipendenti da Dio, come può dire il Salmista: “io spero in te ogni giorno”.

“Ricòrdati, o SIGNORE, delle tue compassioni e della tua bontà, perché sono eterne.  Non ricordarti dei peccati della mia gioventù, né delle mie trasgressioni; ricòrdati di me nella tua clemenza, per amor della tua bontà, o SIGNORE” (vv 7 e 8).

Il pensiero delle vie di Dio, porta il credente ad esaminare le proprie vie, spesso così contrarie a quelle di Dio. Questo porta alla confessione dei peccati e al ricorso alle tenere misericordie e all’amorevolezza dell’Eterno.

 

Trovare la propria gioia in Dio


“Il SIGNORE è buono e giusto; perciò insegnerà la via ai peccatori” (v. 8).

Soffermarsi sulle vie, sui sentieri e sulla verità di Dio porta il Salmista a deliziarsi in Dio. Ha confessato i suoi peccati, ma contemplando che Dio è “buono e giusto”, ha fiducia nel fatto che insegnerà la sua via anche a un peccatore.

“Guiderà gli umili nella giustizia, insegnerà agli umili la sua via” (v. 9).

Se dunque l’Eterno è buono e retto, ci deve essere una giusta condizione d’animo per apprezzare le vie di Dio, per camminare nei suoi sentieri e imparare la sua verità. È il mite che Dio guiderà e “insegnerà agli umili  la Sua via”. Quante volte possiamo perdere la guida e l’insegnamento dell’Eterno a causa della nostra vanità e della nostra presunzione, ma il riconoscimento del peccato e la consapevolezza della bontà di Dio portano a uno spirito di mitezza che si lascia guidare da Dio e la luce sulla nostra via porta ad un giusto giudizio sul bene e sul male.

“Tutti i sentieri del SIGNORE sono bontà e verità per quelli che osservano il suo patto e le sue testimonianze” (v.10).

Inoltre, ogni passo che facciamo nei sentieri dell’Eterno sarà segnato dalla bontà e secondo verità, per coloro che obbediscono alla parola, che “osservano il Suo patto e le Sue testimonianze”.

“Per amor del tuo nome, o SIGNORE, perdona la mia iniquità, perché essa è grande” (v.11).

Rendendosi conto della misericordia e della verità del Signore, l’anima può essere si apre completamente con Dio. Non cerca di scusare o minimizzare i suoi peccati; al contrario, può dire: “Perdona la mia iniquità perché essa è grande”. La carne cercherebbe di scusare il peccato e direbbe: “Perdona la mia iniquità perché è piccola”. Solo la consapevolezza che c’è una grazia che risponde a tutti i peccati ci permette di riconoscere la grandezza del nostro peccato. È stata la sovrabbondanza della grazia che ha incontrato Paolo a permettergli di riconoscere di essere il primo dei peccatori (1 Timoteo 1:14-15).

“Chi è l’uomo che teme il SIGNORE? Dio gl’insegnerà la via che deve scegliere. Egli vivrà nel benessere,

e la sua discendenza erediterà la terra. Il segreto del SIGNORE è rivelato a quelli che lo temono,

egli fa loro conoscere il suo patto” (vv. 12-14).

Il riconoscimento del peccato e la consapevolezza della bontà di Dio non portano solo alla mitezza, ma anche al timore di Dio. Un uomo timorato di Dio è colui che cammina nella consapevolezza di essere alla presenza di Dio e che si assume la propria responsabilità nei confronti di Dio. Non solo avrà il discernimento morale tra il bene e il male, ma saprà discernere il cammino che Dio traccia per il suo popolo in mezzo alle tenebre e alla confusione che lo circondano. Il segreto dell’Eterno è con coloro che lo temono. Egli dà loro la possibilità di conoscere i Suoi pensieri. Essi vedranno chiaramente che Dio ha promesso una benedizione per il suo popolo che si realizzerà sicuramente, per quanto difficile sia il ,momento presente e per quanto grandi siano la confusione e l’opposizione.

Così impariamo che la condizione dell’anima necessaria per vedere la via di Dio, per essere istruiti sui suoi sentieri e per essere guidati nella sua verità si trova in colui che confessa il suo peccato (v.8), che è caratterizzato dall’umiltà e mitezza d’animo (v. 9), che obbedisce alla parola (v. 10) e che cammina nel timore di DIo (v.12). La carne è in noi e, se non viene giudicata e condannata, ci porterà a giustificare noi stessi anziché confessare i nostri peccati; ci porterà alla vanagloria all’orgoglio anziché alla mitezza; agiremo secondo la nostra propria volontà, anziché in ubbidienza alla Parola di Dio e nel Suo santo timore.


Nulla sfugge allo sguardo di Dio

“I miei occhi sono sempre rivolti al SIGNORE, perché sarà lui a trarre i miei piedi dalla rete.

Volgiti a me, e abbi pietà di me, perché io sono solo e afflitto. Le angosce del mio cuore sono aumentate;

liberami dalle mie angustie. Vedi la mia afflizione e il mio affanno, perdona tutti i miei peccati” (vv. 15-18).

Nel mezzo di tutte le sue prove, il credente guarda a Dio e confida in colui che è al di sopra di tutto. Può dire: “I miei occhi sono sempre rivolti al SIGNORE”. Alzando lo sguardo verso Dio, lo supplica di guardare in basso le sue afflizioni, i problemi del suo cuore e le sue… circostanze angosciose.

“Guarda i miei nemici, perché sono molti; mi odiano d’un odio violento” (v. 19).

Inoltre chiede a Dio di considerare i suoi nemici e il loro odio crudele. Non chiede all’Eterno di giudicarli. Invocare il giudizio sui nostri nemici può anche far cadere la verga del castigo su noi stessi. È molto meglio mettere tutto davanti a Dio e lasciare che Egli agisca secondo la sua perfetta saggezza. Con questo spirito agirono gli apostoli. Ai tempi del Nuovo Testamento, quando erano in presenza dei loro nemici, non invocavano il giudizio dell’Eterno, ma portavano semplicemente la loro prova davanti al SIGNORE. “Ora Signore, guarda le loro minacce”.

“Proteggimi e salvami; fa’ che io non sia confuso, perché in te confido. L’integrità e la rettitudine mi siano d’aiuto, perché spero in te. O Dio, libera Israele da tutte le sue tribolazioni” (vv. 20-22).

Rendendosi conto che tutto ciò che è in lui, le sue circostanze e i suoi nemici è sotto Lo sguardo di Dio, può tranquillamente lasciare tutto nelle Sue mani, confidando in Lui per custodire la sua anima, in attesa del momento in cui Egli libererà il suo popolo da tutte le sue tribolazioni.


di Hamilton Smith

14 aprile - Betsy Moody

Lascia i tuoi orfani, io li farò vivere, e le tue vedove confidino in me!

Geremia 49:11

 

Dio è padre degli orfani e difensore delle vedove nella sua santa dimora.

Il SIGNORE… sostenta l’orfano e la vedova.

Salmo 68:5; 146:9

 

Betsy Moody

 

Vedova a 36 anni, già madre di sette figli, dà alla luce due gemelli poco dopo la morte del marito che la lascia piena di debiti. I creditori non le danno tregua. Le fanno sequestrare perfino la legna da ardere messa da parte con fatica per riscaldarsi nel rigido inverno del nord degli Stati Uniti. Betsy è oppressa dalla tristezza e disorientata: rifiuta di affidare i figli ad altre famiglie, come alcuni le consigliano di fare, ma come farà a  nutrirli e a vestirli? Lei crede in Dio e gli espone la sua pena.

Un giorno, aprendo la Bibbia di famiglia, le cade lo sguardo su questo versetto: “Lascia i tuoi orfani, io li farò vivere” (Geremia 49:11). Per lei è una risposta personale di Dio, una promessa d’aiuto. Ed è proprio ciò che è avvenuto grazie alla generosità di amici e conoscenti. Alla fine della sua vita scrisse: “Penso spesso alla bontà che il Signore mi ha testimoniato durante tutta la mia vita”. Suo figlio Dwight, autorevole predicatore del 19° secolo, pronunciò sulla sua tomba queste parole: “Nel primo anno dopo la morte di mio padre, mia madre si addormentava piangendo. Ma davanti a noi si mostrava sempre serena. Questa è la sua Bibbia, consumata perché la leggeva di continuo. Tutto ciò che aveva di buono le proveniva da questo libro, e da esso ha imparato tutte le buone cose che ci ha insegnato. Se mia madre è stata una benedizione per coloro che la circondavano, è perché beveva a questa sorgente. La luce della vedova Moody ha brillato in questa casa per cinquant’anni. Quanto ti amiamo! Arrivederci, mamma”.


lunedì 13 aprile 2026

13 aprile - Come riconoscere una setta?

Ci saranno anche tra di voi falsi dottori che introdurranno occultamente eresie di perdizione… Molti li seguiranno nella loro dissolutezza.

2 Pietro 2:1-2

 

Gesù disse: “Io sono la via, la verità e la vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

Giovanni 14:6

 

Come riconoscere una setta?

 

Le sette sono un argomento di scottante attualità. Il desiderio di cambiamento, il senso di vuoto interiore, lo smarrimento dell’uomo moderno in cerca di cose autentiche, spingono molte persone ad aderire alle più disparate sette religiose. Già duemila anni fa la Bibbia aveva previsto il fiorire di sette, in concomitanza con l’abbandono delle Verità della Parola di Dio.

Vorremmo ricordare qui qualche caratteristica comune alle sette, per essere messi in guardia.

– Una setta è un’organizzazione che riunisce gli adepti in un gruppo ben distinto intorno a un’idea, un principio, una dottrina e al seguito di un capo, un guru, uno che si definisce profeta.

– Spesso possiedono la Bibbia, ma non la riconoscono come la sola autorità spirituale. Ad essa vengono aggiunte delle presunte rivelazioni, delle visioni di un “maestro di pensiero”, depositario, a suo dire, della “verità” e che impone a tutti il suo modo di pensare.

– Raramente si parla della salvezza dell’anima e, se ne è parlato, essa non è fondata sulla fede nell’opera perfetta di Gesù Cristo, morto sulla croce e risuscitato, ma sull’appartenenza alla setta e sull’osservanza di certi obblighi talvolta avvilenti. L’accento è messo quindi sui meriti degli adepti.

– La persona di Cristo, se non è proprio esclusa, è deformata e falsata. Non è il Cristo dei Vangeli.

– Lo sfruttamento finanziario degli adepti, e comportamenti e relazioni immorali, sono frequenti.

Per riconoscerle, il mezzo migliore è fare riferimento alla Bibbia, l’unico “filo a piombo” che ci rivelerà gli errori e le deviazioni. La conoscenza della Parola di Dio, inoltre, ci aiuterà a non incorrere nell’errore di classificare fra le sette dei gruppi di cristiani fedeli al Vangelo e al vero Dio.

domenica 12 aprile 2026

12 aprile - L’albero del Ténéré

Beato l’uomo… il cui diletto è nella legge del SIGNORE e su quella legge medita giorno e notte. Egli sarà come un albero piantato vicino a ruscelli, il quale dà il suo frutto nella sua stagione e il cui fogliame non appassisce.

Salmo 1:1-3

 

Quelli che si allontanano da te… hanno abbandonato il SIGNORE, la sorgente delle acque vive.

Geremia 17:13

 

L’albero del Ténéré

 

Soprannominato “il deserto nel deserto”, il Ténéré è una delle zone più ingrate della terra. Si tratta di un territorio di 400.000 km quadrati situato nel deserto del Sahara, che ha una superficie di 8 milioni di km quadrati. Circa quarant’anni fa, nel deserto del Ténéré c’era una sola pianta: un albero di acacia. Purtroppo, nel 1973, un camionista maldestro ha cozzato contro di essa abbattendola.

Recuperato con cura, l’albero è stato collocato nel Museo Nazionale di Niamey, in Niger. Per capire come sia stato possibile che quell’acacia fosse cresciuta in un territorio così arido, si è scavato fin dove arrivava la sua radice più profonda. L’ispezione si è fermata a 33 metri di profondità, nel letto di un antico fiume che attraversava un tempo il Ténéré. Era quello il segreto della presenza di quell’albero nel deserto.

Più d’una volta, nella Bibbia, l’uomo fedele a Dio è paragonato ad un albero che affonda le sue radici nei rivi d’acqua, e può così crescere e portare frutto. Le nostre radici affondano nel fiume abbondante della grazia di Dio, in quella sorgente di vita comunicata da Gesù? Noi viviamo nel deserto del mondo per essere come dei segnali, come degli “alberi indicatori” che mostrano agli altri la via della salvezza. Beviamo a lunghi sorsi l’acqua pura della Parola di Dio e cerchiamo la comunione col Signore per mezzo della preghiera. La nostra vita sarà allora felice e porterà gloria a Dio e soccorso ai miseri della terra.