Mosè
“Per fede Mosè, fattosi grande, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio che godere per breve tempo i piaceri del peccato, stimando gli oltraggi di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto, perché aveva lo sguardo rivolto alla ricompensa.” Ebrei 11,24-26.
Erano passati quasi 40 anni; Mosè non era più il ragazzo che
piangeva; era cresciuto alla corte del faraone in mezzo a tutto lo sfarzo,
completamente istruito nella saggezza e nella scienza degli egiziani, come si
conveniva al figlio adottivo della figlia del re. Era “potente nelle sue parole
e nelle sue opere”, il presunto erede al trono del paese più civilizzato
dell’antichità.
Ma un giorno gli venne in mente che questo popolo d'Israele,
disprezzato e odiato dagli egiziani, era il suo popolo. Che scoperta per un
uomo che viveva nel lusso e nello splendore della corte di un Faraone altezzoso
e arbitrario! Questi ebrei, “un abominio per gli egiziani”, erano “suoi
fratelli”, il popolo di Dio! Dovette allora lasciare tutto, rinunciare alle
ricchezze dell'Egitto, per unirsi alla vergogna che gravava su di esse? Se
avesse usato le competenze acquisite durante quei 40 anni per liberarli, non lo
avrebbero accolto come un liberatore?
Diventando re sull’Egitto, avrebbe potuto effettivamente favorirli,
alleggerire il loro fardello; ma la mente di Dio era di farli uscire dalla
terra della schiavitù. Il popolo capirebbe senza dubbio che Dio voleva dare
loro la liberazione per mano sua. Ma cosa direbbe il Faraone? Come poteva
lasciare la madre adottiva che lo aveva salvato dalle acque? Non sarebbe meglio
mantenere i tanti vantaggi che gli sono arrivati?
Ha rifiutato. Egli “rifiutò di essere chiamato figlio della
figlia del faraone”. Rifiutò le ricchezze, gli onori, la gloria. È andato verso
i suoi fratelli, scegliendo la tribolazione, il “vituperio di Cristo”. Con
quale gioia accetteranno la liberazione! “Ma essi non capirono” (At 7,25). Lo
hanno rifiutato. E ora doveva fuggire dall'ira del re, fuggire dalla terra
d'Egitto dove era cresciuto, fuggire nel deserto e trascorrere 40 anni come
semplice pastore accudendo un gregge che non era nemmeno il suo.
Questo era ciò che aveva ottenuto! Aveva «rifiutato», aveva
«scelto», aveva «ritenuto»... (Eb 11,24.25), aveva rinunciato a tutto per Dio;
la sua carne non vi trovò nulla. Ma la sua fede poteva guardare più lontano e
più in alto; Quel Dio per il quale aveva lasciato andare tutto avrebbe saputo
ripagarlo: “Guardava alla ricompensa”. In questo mondo “perseverò fermamente,
come se vedesse l’invisibile”. Conosceva la comunione beata con Dio stesso. Il
suo volto risplendeva «perché aveva parlato con lui». E un giorno nella gloria
avrà la sua ricompensa. Vedrà con noi il Signore, sul quale i suoi occhi erano
già fissi mediante la fede. Nel Giorno della ricompensa avrà la sua corona e
potrà gettarla ai piedi di Colui che solo poteva aiutarlo a rinnegare durante la
sua vita l'onore e la gloria di questa terra per seguirlo in un cammino di
sofferenza e di sofferenza. rinuncia.
(segue)