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mercoledì 28 ottobre 2026

28 ottobre - Fra poco

Dio, come ha risuscitato il Signore, così risusciterà anche noi mediante la Sua potenza.

1 Corinzi 6:14

 

(Gesù ha detto:) “Chiunque vive e crede in Me, non morirà mai. Credi tu questo?”

Giovanni 11:26

 

Fra poco

 

Jaques era credente. Colpito da una grave malattia, sapeva che la morte era vicina. Quando parlava di quel passaggio che lo avrebbe introdotto alla presenza di Dio, in “paradiso” (Luca 23:43), diceva con sicurezza e serenità: “Fra poco”. Questo “aldilà” gli era familiare, perché sapeva che vi avrebbe trovato Gesù, Colui al quale si rivolgeva in preghiera e dal quale riceveva il sostegno nella malattia.

Oggi è con Gesù. Quelli che lo amavano sanno che è presso il suo Salvatore. Il suo corpo è ritornato alla polvere (Genesi 3:19) ma risusciterà, perché Jaques aveva creduto alle parole del Signore: “Chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Giovanni 11:25).

Per ognuno di noi c’è un “fra poco”. Dio solo conosce il momento in cui porrà fine alla nostra vita terrena e ci introdurrà nell’aldilà. Ma quale aldilà ci attende? Ci avete pensato? Per tutti quelli che hanno accettato il dono della vita eterna in Gesù Cristo, questa vita si traduce in una relazione vivente e reale con Dio, che inizia al momento in cui si accetta il Signore come salvatore e si prolunga nell’eternità. È esattamente questo lo sguardo della fede che Jaques, dal suo letto, aveva sul proprio futuro.

“Fra poco”, è anche il momento in cui Gesù tornerà a prendere tutti i Suoi sulla terra, cioè la Sua Chiesa. I morti nella fede in Cristo, come Jaques, risusciteranno; e i credenti ancora in vita in quel momento saranno trasformati. Beata speranza dei credenti che andranno “a incontrare il Signore nell’aria”, per essere per “sempre con il Signore” (1 Tessalonicesi 4:17).

martedì 27 ottobre 2026

27 ottobre - Sono davvero un cristiano?

Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!

Galati 2:20

 

Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.

Filippesi 1:21

 

Sono davvero un cristiano?

 

Anche se è vissuto così da molte persone, il cristianesimo non è semplicemente un impegno a essere pii e religiosi. Essere cristiano non è aver partecipato a qualche cerimonia: il battesimo, la prima comunione, la benedizione matrimoniale, la messa di Natale… ed sentirne soddisfatti e appagati. Tutto questo può essere soltanto una facciata e, al massimo, la parvenza di avere una buona coscienza. La fede cristiana non è nemmeno soltanto la convinzione che esiste un Dio onnipotente e giusto.

L’apostolo Paolo descrive il vero cristianesimo in quattro parole: “Cristo vive in me!” Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è venuto sulla terra, non solo per mostrarci come dovrebbe essere un uomo conformemente ai desideri di Dio, ma per far entrare ognuno di noi in una nuova relazione con Lui. Io entro in questa relazione quando credo:

– che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è l’inviato di Dio per me;

– che la Sua vita pura sulla terra è il mio esempio supremo;

– che non è venuto per condannarmi ma, al contrario, per portare Lui il castigo che meritavano i miei peccati e potermi donare la vita eterna!

È così che Gesù entra nella mia vita in un modo reale. Il Suo amore è infinito. Egli fa di me un uomo nuovo che “si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l'ha creato” (Colossesi 3:10). Gesù che “vive in me” dev’essere il movente e la sorgente di ogni mio pensiero e di ogni mia azione; è Lui che mi dà la forza. La mia relazione con Cristo coinvolge tutta la mia vita e continuerà anche oltre la morte, perché durerà in eterno.

lunedì 26 ottobre 2026

Giosia e le sue riforme (2 Re 22; 2 Cro. 33-35) parte 12

UNA GUERRA INUTILE

Il popolo di Israele ha combattuto molte guerre. A volte venivano attaccati e dovevano difendersi. A volte erano loro stessi gli aggressori. C'erano guerre in cui Dio doveva essere con loro e c'erano guerre in cui Dio invece era contro di loro, ma tra le guerre registrate nella Parola di Dio, apparentemente nessuna era così inutile come la guerra che Giosia sta ora conducendo contro il faraone Neco, sebbene le motivazioni di Giosia siano ovviamente sconosciute. Il contesto storico di questa guerra non è chiaro. Può darsi che il faraone volesse dichiarare guerra alla potenza assira in declino, ma può anche darsi che il suo attacco fosse diretto contro l’emergente potenza babilonese. Comunque sia, il fatto è che Giosia interviene in questa disputa senza alcun motivo visibile e cerca battaglia nonostante gli avvertimenti del faraone pagano. Giosia, che in passato aveva una visione così profonda della mente di Dio, ora sembra aver perso la capacità di discernere.

Mentre leggiamo questa storia, possiamo pensare a due passaggi dei Proverbi che Salomone scrisse molti anni prima che Giosia vivesse:

“È una gloria per l'uomo l'astenersi dalle contese, ma chiunque è insensato mostra i denti“ Proverbi 20:3.

“Il passante che si riscalda per una contesa che non lo concerne, è come chi afferra un cane per le orecchie” Proverbi 26:17.

Queste parole parlano anche a noi. Spesso pensiamo che dobbiamo combattere quando Dio ci dice di fuggire. Ci sono certamente situazioni in cui dovremmo resistere a Satana, cioè quando lui ci attacca per toglierci la fede. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la fuga è all’ordine del giorno, soprattutto quando Satana vuole usare le tentazioni di questo mondo per abbatterci. Combattere in tali situazioni porta con sé una sconfitta certa. L'esempio di Giuseppe è ben noto e viene qui ricordato. Soltanto la sua coraggiosa fuga lo salvò dal cadere nel peccato sessuale.


DIPENDENZA DA DIPENDENZA

Si potrebbe riflettere sui motivi che portarono Giosia a intraprendere questa guerra. Non troviamo una risposta diretta nella Parola di Dio. Ma se leggiamo un po’ tra le righe, ci si potrebbe forse chiedere se Giosia volesse rappresentare qualcosa nel mondo. Interferisce negli attuali eventi politici del suo tempo, che avrebbero dovuto non aver nulla a che fare con lui. In questo caso, né lui né il suo popolo erano minacciati dalle intenzioni bellicose degli egiziani.

La dipendenza è un male che attraversa tutta la Bibbia. Ci sono una serie di esempi che Dio ci ha dato come avvertimento. Pensiamo a Lot, che pensava di vedere il suo posto nel consiglio di Sodoma, infatti lo troviamo seduto alla porta della città. Oppure pensiamo a Saulo, che cercava l'onore davanti al popolo giudeo. Consideriamo Nabucodonosor, che si alzò con orgoglio e invece sprofondò così in basso da essere simile ad una bestia. Anche qui ricordiamo una parola del saggio Salomone: “La superbia precede la rovina, e lo spirito altero precede la caduta” Proverbi 16:18. A proposito, queste parole non hanno perso la loro validità fino ad oggi.

Se applichiamo questo a noi stessi, allora potremmo chiederci: quali obiettivi stiamo perseguendo? Vogliamo essere qualcuno in questo mondo, vogliamo contare qualcosa? Questo può essere il caso, ad esempio, sul lavoro. Tendiamo verso l’alto con tutte le nostre forze e senza riguardo per gli altri, seguendo il motto: “Ognuno è il prossimo di se stesso”? Oppure pensiamo di poterci coinvolgere nella politica di questo mondo? Forse lo facciamo con le migliori intenzioni, ma è comunque sbagliato. È il mondo che ha rifiutato nostro Signore e lo ha messo in croce. Non può essere nostro compito svolgere un ruolo nella politica di questo mondo, sia a livello locale, nazionale o internazionale. Ma le cose peggiorano ancora quando cerchiamo di occupare un posto d’onore e di prestigio nel mondo religioso. Questo era colpevole della morte del Signore tanto quanto il sistema politico. Anche questa “parte” del mondo non potrà mai essere il luogo in cui sviluppare le attività.

Ma può esserci anche un desiderio di riconoscimento nella vita di un'assemblea locale. Puntiamo forse a uno dei posti più prestigiosi qui? Vogliamo essere tra i primi? Nella terza lettera, Giovanni parla di Diotrefe, un uomo “che aspira ad avere il primato tra loro“ 3 Gv 9. Questa è davvero una triste testimonianza. Penseremo piuttosto al nostro Signore, che volontariamente si umiliò e prese l'ultimo posto. Il Suo esempio dovrebbe caratterizzarci (Filippesi 2:5-8), allora non ci saranno problemi di questo tipo. Lui stesso ha insegnato ai suoi discepoli a non aspirare ai primi posti. Invece, ha detto, “… chiunque si innalza sarà abbassato, e chiunque si abbassa sarà innalzato” Luca 14:11. Ciò di cui abbiamo bisogno anche in questa materia è la “semplicità verso Cristo” 2 Cor. 11:3.

(segue)

26 ottobre - Il treno distrutto

Resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi. Avvicinatevi a Dio, ed Egli si avvicinerà a voi.

Giacomo 4:7-8

 

Il treno distrutto

 

Bill e Jim sono due impiegati in una compagnia ferroviaria americana sulla costa del Pacifico. Bill è un credente, mentre Jim non può ammettere l’esistenza di un Dio che avrebbe creato un mondo come questo, con tanta miseria e malvagità. Un giorno, ci fu un grave incidente ferroviario sulla linea che collega Seattle a Portland, e Bill e Jim si recarono sul luogo del disastro. Non trovarono altro che un ammasso di ferraglie: era tutto ciò che restava dell’imponente treno superveloce che aveva lasciato il deposito, nuovo fiammante, solo poco tempo prima.

Bill, provocatoriamente, dice a Jim:

– E pensare che noi lavoriamo per un’azienda che chiama “treno” questo ammasso di ferraglia!

– Tu sogni! Tu sai bene che il macchinista era ubriaco!

– E tu, allora, non sai che il responsabile dello stato attuale del mondo non è il Creatore? Dio ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza, ma in conseguenza del peccato di Adamo ed Eva, il peccato è passato su tutti gli uomini e il mondo è caduto in questo abisso di male: ecco chi sono i responsabili del disastro, i “macchinisti” ubriachi! 

– Hai ragione, non è giusto incolpare Dio; è l’uomo che ha guastato tutto.

E voi, sapete che, in seguito del peccato dell’uomo, Satana è diventato “il capo del mondo” e vuole trascinare il maggior numero di persone possibile alla morte eterna? Ma noi vogliamo ricordarvi ancora una volta che Dio, nel Suo amore, ci ha donato un rimedio: la fede in Gesù Cristo, quale mezzo sicuro per scampare al disastro verso il quale Satana trascina gli uomini sui quali governa.


domenica 25 ottobre 2026

Giosia e le sue riforme (2 Re 22; 2 Cro. 33-35) parte 11

UN FINALE TRISTE

“Dopo tutto questo“ (2 Cr. 35:20), così comincia il resoconto della fine di Giosia. Viene quasi voglia di rileggere la frase di inizio per la sorpresa. Eppure, anche attraverso questo triste evento, Dio vuole parlarci. La Scrittura è sempre realistica. La Bibbia non ci dice che gli “eroi della fede“ non avevano difetti. Persino uomini come Abramo, Isacco, Giosuè, Davide e altri hanno avuto periodi o almeno situazioni nella loro vita in cui non hanno agito in accordo con il loro Dio. Se Dio ci dice qualcosa al riguardo, non è sicuramente per farci giudicare loro, ma perché possiamo imparare qualcosa da soli. Se cerchiamo la perfezione, la troveremo solo nella vita di nostro Signore. In Lui non c'è stata la minima deviazione nel cammino intrapreso per la gloria del Padre suo.

Ciò che rende la vita di Giosia così tragica è il fatto che alla fine sia caduto all'improvviso. Da giovane aveva cominciato a cercare Dio, da giovane ha condotto una vita di fede attiva e ha anche motivato gli altri, ma quando è diventato adulto è caduto. Un buon inizio, un buon seguito, ma una fine triste: ecco come si potrebbe riassumere la sua vita. Una vita improntata sulla volontà di Dio, ecco che all'improvviso giunge a una tragica fine. Questo, in qualche modo, deve farci riflettere.

13 ANNI DI SILENZIO

Abbiamo conosciuto Giosia come un uomo riformatore. La sua vita di fede iniziò quando aveva 16 anni. Nel corso di 10 anni, Dio ci racconta nel dettaglio ciò che ha fatto questo giovane. Il momento più alti delle sue riforme è stato senza dubbio la Pasqua celebrata durante il suo regno. A quel tempo Giosia aveva 26 anni. E poi all'improvviso dice: “Dopo tutto questo”. Giosia morì nel 31° anno del suo regno, all'età di 39 anni. Se facciamo i conti, c’è un periodo di 13 anni tra il racconto della Pasqua e le parole “dopo tutto questo”. Si ha l'impressione che Dio semplicemente sorvoli questi 13 anni della vita di Giosia.

Tredici anni di silenzio! Giosia non ha fatto nulla durante questo periodo? Non ha fatto la differenza? Non troviamo una risposta chiara a questa domanda. Ciò che possiamo dire è che Giosia non fece nulla su cui Dio avesse qualcosa da dire. In questo vediamo un principio importante che troviamo spesso nella Bibbia. Dio ci parla attraverso ciò che dice, ma a volte Egli ci parla anche attraverso ciò che non dice. Gli insegnamenti non sono sempre in superficie. A volte dobbiamo scavare un po' di più, leggere tra le righe e considerare ciò che Dio non dice. Ad esempio, perché non leggiamo di un altare nella vita di Abramo quando era nel paese d'Egitto (Genesi 12:9-20)? Oppure perché non leggiamo di una preghiera di Davide quando fuggì presso Achis, re dei nemici di Israele (1 Sam 27-29)? Il silenzio di Dio parla anche nella vita di Giosia.

Cosa ci dice questo silenzio? Ci sono momenti nella nostra vita sui quali Dio non ha nulla da dire? Periodi di tempo che non hanno valore per Dio perché non si trova alcun frutto per Lui? Dio cerca frutto nella nostra vita, cioè vuole vedere le caratteristiche del Suo Figlio in noi. Del resto, quale frutto sia buono per Dio lo giudica Dio stesso e nessun altro. Alcune cose possono sembrare buone agli occhi degli uomini, ma ciò che conta è il giudizio di Dio.

Come va la nostra vita? Forse abbiamo iniziato bene, impegnandoci per la causa di Dio, ma poi abbiamo rallentato e siamo passati ad altre cose. Forse alcune delle cose che facevamo per convinzione ora sono diventate routine. I giovani sono spesso più veloci ad entusiasmarsi per qualcosa, mentre invecchiando il loro entusiasmo a volte svanisce. Le cose possono essere così anche nella vita spirituale. Il saggio Salomone dice: "il sentiero dei giusti è come la luce che spunta e va sempre più risplendendo, finché sia giorno pieno" Proverbi 4:18. Possiamo paragonare la brillante luce del mattino alla giovinezza di una persona. La giovinezza è come il mattino luminoso quando il sole sorge in tutta la sua potenza, ma non è tutto; Una vita per Dio è una vita che risplende sempre più luminosa, fino al culmine del giorno. Questo è stato, inizialmente, il caso di Giosia finché la luce brillante non si è improvvisamente oscurata. Come va con me e con te?

Giosia aveva 39 anni quando entrò inutilmente in battaglia con il faraone Neco. Non era più un giovane, ma non era nemmeno vecchio. All’età di 39 anni di solito hai raggiunto l’apice della tua vita. Sei nel pieno della tua forza. La fine di Giosia parla indubbiamente a tutti noi, dovremmo sentirci particolarmente chiamati in causa, noi, che siamo nel mezzo della nostra vita? Com’è andata la nostra vita finora? Come abbiamo iniziato? Cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo avuto e abbiamo successo in questo mondo? Abbiamo fatto carriera? Abbiamo una famiglia intatta? Queste sono solo domande a cui possiamo pensare. Ma chiediamoci anche: cosa siamo stati noi per il Signore? Ci sono forse stati momenti in passato in cui eravamo più interessati e impegnati nei confronti di Lui e della Sua causa? Ci sono forse dei fratelli più giovani che ci mostrano come si fa? Ancora una volta: queste sono domande alle quali possiamo pensare in tutta tranquillità e poi darci una risposta.

Un altro pensiero mi viene in mente in relazione ai 13 anni. Ci chiediamo: che fine ha fatto l'opera riformatrice di Giosia? Non ha avuto alcun effetto? Sicuramente in una certa misura lo ebbe, poiché l’ultimo versetto di 2 Cronache 34 ci dice: “Durante tutto il tempo della vita di Giosia essi non cessarono di seguire il SIGNORE, Dio dei loro padri”. Leggiamo nel profeta Geremia quale atteggiamento interiore caratterizzava il popolo. Egli ci mostra come stavano realmente le cose: “nonostante tutto questo, la sua perfida sorella non è tornata da me con tutto il suo cuore, ma con finzione, dice il SIGNORE“ Geremia 3:10. Questa parola getta una luce significativa sui giorni di Giosia. In realtà, questo re doveva essere un uomo solo. La grande massa del popolo lo seguiva solo esteriormente. Non si potrebbe (purtroppo) parlare di un’inversione di tendenza a livello nazionale. Giosia poteva essere un esempio, poteva anche dare ordini e istruzioni in questioni esterne, ma non poteva cambiare il cuore della gente. Vediamo quindi un'opera di riforma che è continuata esteriormente durante questi tredici anni senza modificare la vita interiore. Ora anche lo stesso Giosia, il riformatore, sembra essere cambiato dopo questo tempo.

Quale applicazione possiamo fare? Le riforme del re dovevano dimostrarsi valide al popolo. Dio lo mette prova.

Questo vale anche per noi. Facciamo parte di una generazione che ha ricevuto una grande eredità spirituale. Molte verità della Parola di Dio non ci sono sconosciute, ma semplicemente “ereditare” però questo non è sufficiente. Nonostante tutta la gioia per ciò che abbiamo ereditato dai nostri padri spirituali, non vogliamo dimenticare che questa eredità comporta anche una responsabilità. Sorge la domanda: abbiamo queste verità solo nella nostra testa o anche nel nostro cuore? La verità di Dio non cambia. Se qualcosa cambia, siamo noi. Possiamo considerare questi tredici anni della vita di Giosia come un periodo di prova per Dio. Ciò che segnò Giosia fu il riconoscimento del valore e dell'autorità della Parola di Dio. Si inchinò a questa parola. Era dipendente. L’indipendenza non è un grosso problema del nostro tempo? Con quanta facilità tendiamo a relativizzare la Parola di Dio quando ci sentiamo interpellati. La mancanza di dipendenza porta alla testardaggine o alla routine. Oggi conosciamo entrambi i problemi. Possiamo rinunciare ostinatamente alle verità della Parola che una volta erano preziose per noi e per le quali abbiamo persino lottato, ma possiamo anche mantenere apparentemente la fede che abbiamo ereditato dai nostri padri. Entrambi le cose sono sbagliate. Dio cerca la realtà e la freschezza di fede. Cerca l'affetto dei nostri cuori. Facciamo un esempio: la presenza del Signore negli incontri fa ancora una profonda impressione in noi, oppure veniamo “semplicemente” agli incontri per abitudine? Ci siamo talmente abituati alla routine delle nostre riunioni che tutto è diventato routine? La presenza del Signore sarà per noi ogni volta un'esperienza nuova solo se saremo lì con tutto il cuore. Dio vede il cuore. Giudica non solo la forma esterna, ma soprattutto le motivazioni interne.

(segue)

25 ottobre - La lingua

La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente.

Colossesi 3:16

 

Si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla Sua bocca.

Luca 4:22

 

“Mai un uomo ha parlato così!”

Giovanni 7:46

 

La lingua

Un brano della Lettera di Giacomo (3:4-17)

 

“Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e siano spinte da venti impetuosi, sono guidate da un piccolo timone, dovunque vuole il timoniere.

Così anche la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose. Osservate: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell'iniquità. Posta com'è fra le nostre membra, contamina tutto il corpo e, infiammata dalla geenna, dà fuoco al ciclo della vita. Ogni specie di bestie, uccelli, rettili e animali marini si può domare, ed è stata domata dalla razza umana; ma la lingua, nessun uomo la può domare; è un male continuo, è piena di veleno mortale.

Con essa benediciamo il Signore e Padre; e con essa malediciamo gli uomini che sono fatti a somiglianza di Dio. Dalla medesima bocca escono benedizioni e maledizioni. Fratelli miei, non deve essere così. La sorgente getta forse dalla medesima apertura il dolce e l'amaro? Può forse, fratelli miei, un fico produrre olive, o una vite fichi? Neppure una sorgente salata può dare acqua dolce.

Chi fra voi è saggio e intelligente? Mostri con la buona condotta le sue opere compiute con mansuetudine e saggezza… La saggezza che viene dall'alto anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia.”

sabato 24 ottobre 2026

Giosia e le sue riforme (2 Re 22; 2 Cro. 33-35) parte 10

PASQUA AL SIGNORE

Siamo ormai alla fine dell'opera di riforma di Giosia. Si celebra la Pasqua. È una Pasqua speciale “Nessuna Pasqua, come quella, era stata celebrata in Israele dai giorni del profeta Samuele; né alcuno dei re d'Israele aveva celebrato una Pasqua pari a quella celebrata da Giosia, dai sacerdoti e dai Leviti, da tutto Giuda e Israele che si trovavano là, e dagli abitanti di Gerusalemme” 2 Cronache 35:18.

Il fatto che Giosia abbia fatto celebrare la Pasqua ci mostra innanzitutto che egli aveva continuato a crescere interiormente. Non era soddisfatto di ciò che aveva ottenuto, ora capisce che Dio sta aspettando che il Suo popolo gli dimostri qualcosa. Ecco perché si afferma espressamente che si trattava di una Pasqua celebrata “in onore del Signore” 2 Cr. 35:1.

Prima di applicare a noi stessi questo evento della vita di Giosia, chiediamoci brevemente quale sia il significato della Pasqua. Dobbiamo distinguere attentamente tra due cose. Innanzitutto dobbiamo vedere quale significato ha avuto la Pasqua ebraica per Israele e quale applicazione può avere per noi. In secondo luogo, dobbiamo distinguere la Pasqua osservata per la prima volta in Egitto ( Esodo 12) dalle celebrazioni pasquali che il popolo di Dio condusse successivamente nel deserto e poi sulla terra. Per il popolo d'Israele la Pasqua in Egitto ha rappresentato un nuovo inizio fondamentale. Dio voleva liberare il Suo popolo dalla schiavitù del Faraone, e la Pasqua fu l'inizio. Mentre il giudizio si abbatteva sul paese d'Egitto, gli Israeliti erano sotto la protezione del sangue dell'Agnello pasquale. Per ricordare il loro esodo dall'Egitto e la salvezza che ne derivava, Dio aveva dato loro la Pasqua come istituzione perenne (Esodo 12:24). Dovevano celebrarlo anno dopo anno (Levitico 23:5).

Applicata a noi stessi, possiamo distinguere tre particolari riguardo la Pasqua:

Innanzitutto, la Pasqua in Egitto ci ricorda il Calvario. L'agnello pasquale rimanda senza dubbio al Signore Gesù, l'Agnello di Dio, che versò il Suo sangue alla croce quando morì (1 Cor 5,7).

In secondo luogo, nella storia dell’Egitto vediamo l’immagine di un uomo che si mette al riparo del sangue del Signore Gesù per trovare il perdono dei suoi peccati e protezione dal giusto giudizio di Dio.

In terzo luogo, e questo è ciò che abbiamo qui, le celebrazioni annuali della Pasqua ci mostrano qualcosa di ciò che facciamo quando ci riuniamo per spezzare il pane. Naturalmente non celebriamo la Pasqua, ma proprio come gli Israeliti ricordavano continuamente ciò che accadde per loro in Egitto, noi ricordiamo continuamente ciò che il Signore Gesù fece sulla croce. Nonostante tutte le differenze tra le due istituzioni, vediamo ancora alcuni parallelismi, così che possiamo, con tutta la dovuta cautela, applicare le celebrazioni annuali della Pasqua alla frazione del pane. Ciò vale anche per la Pasqua celebrata da Giosia.

Allora cosa c’era di così speciale nella Pasqua di Giosia? Durante il regno dei re di Giuda si celebravano molte Pasqua. Quindi il fatto in quanto tale non era necessariamente qualcosa di speciale. Ciò che è stato distintivo è stato, da un lato, il momento e dall'altro, il modo in cui è stato celebrato. Per quanto riguarda il momento, era la fine dei tempi dei re di Giuda. Ancora qualche anno e sarebbe arrivato il giudizio. È proprio in quel momento che si celebra una Pasqua che non è mai stata celebrata sotto nessun altro re per il modo nel quale viene fatta. Questo è un principio importante e allo stesso tempo un grande incoraggiamento. Anche se viviamo negli ultimi tempi della testimonianza cristiana, non è bene dire che automaticamente tutto peggiorerà. È una grazia speciale di Dio che anche nei giorni più bui, quasi alla fine del periodo di grazia, ci sia permesso di agire secondo la volontà di Dio riguardo al ricordo della morte del Signore e di godere delle benedizioni che ne derivano.

Perché Giosia si è impegnato così tanto in questa Pasqua? Anche si manifesta come un uomo che non si arrende. Se Giosia fosse stato influenzato dallo spirito e dai princìpi degli ultimi tempi, di certo non avrebbe celebrato la Pasqua. Si sarebbe seduto godendosi i benefici che la sua posizione gli consentiva rilegando le cose che riguardavano Dio in seconda posizione. E noi? Negli ultimi tempi vale ancora la pena interrogarsi sulla volontà di Dio  e su ciò che lo riguarda? La mente di Dio non è cambiata e ci dà ancora l'opportunità di celebrare la Commemorazione come aveva originariamente previsto. Non possiamo semplicemente scusarci dicendo che tutto è così debole e sta peggiorando sempre di più. La storia di Giosia deve incoraggiarci.

Anche per quanto riguarda il modo in cui Giosia e il popolo celebravano la Pasqua possiamo imparare molto.

In primo luogo, notiamo, e anche questo è caratteristico di Giosia, che tutto è stato eseguito esattamente secondo le istruzioni che Dio aveva dato tramite Mosè (2 Cr 35:4,6,12,13). La Parola di Dio veniva ascoltata e rispettata. Giosia andò oltre, ad esempio, rispetto a Ezechia, che aveva celebrato anche lui una grande Pasqua. Ezechia lo celebrò il 14 del secondo mese (2 Cr. 30:15). Dio aveva dato questa possibilità in caso di contaminazione (Num. 9:9-11), ma l'idea reale di Dio era che la Pasqua dovesse essere celebrata nel primo mese (in Abib) (Deuteronomio 16:1). Dio diede istruzioni chiare anche riguardo allo spezzare il pane. Non lascia alla nostra ingegnosità il modo in cui riunirci per ricordare il nostro Signore. Siamo disposti a sottometterci alla volontà di Dio o pensiamo di saperne di più? È la Cena del Signore e anche la Mensa del Signore. Lì è Lui a comandare. Lui aspetta che ci riuniamo per spezzare il pane, ma aspetta anche che lo facciamo secondo i suoi pensieri. Come ci parla l'obbedienza di Giosia!

In secondo luogo, qui troviamo l’idea di santità. Anche se avevano avuto luogo grandi preparativi, la casa di Dio era stata purificata e il popolo aveva rinnovato l'alleanza, Giosia esortò alla santità i leviti che immolarono la Pasqua. (2 Cronache 35:3-6). Evidentemente gli attribuiva grande importanza. Anche in questo caso i pensieri di Dio non sono cambiati. Sappiamo ancora qualcosa della santità legata alla mensa del Signore? Siamo un sacerdozio santo, qualificato a esercitare il sacerdozio spirituale nel santuario. Ma questo da solo non basta, perché il Signore si aspetta che anche noi compariamo davanti a Lui in una santità pratica.

In terzo luogo notiamo il carattere volontario della donazione (2 Cr. 35:8). Il Signore non ci obbliga a riunirci e a spezzare il pane in memoria di Lui. Anche nel culto legato alla mensa del Signore non c'è costrizione, ma piuttosto volontarietà. Il Signore Gesù disse alla donna al pozzo di Giacobbe: "Il Padre cerca tali adoratori" Giovanni 4:23. Il Padre non comanda l'adorazione, ma la cerca. Non è un pensiero che commuove i nostri cuori? Vogliamo lasciarlo cercare invano? Rifiuteremo il desiderio del nostro Signore che disse: “Fate questo in memoria di me”? Quanto tempo vuoi farlo aspettare?

In quarto luogo, vediamo che la celebrazione della Pasqua non era limitata ai residenti di Gerusalemme e di Giuda. È specificato specificamente chi celebrò, vale a dire "Giosia ... e i sacerdoti, i leviti, tutto Giuda e Israele che erano presenti, e gli abitanti di Gerusalemme" (2 Cr. 35:18). La Pasqua non era solo una commemorazione, ma era anche un simbolo dell'unità del popolo di Dio. Ritroviamo queste due facce nella frazione del pane. Da un lato lo spezziamo in ricordo di nostro Signore e della Sua opera (1 Cor 11:24), dall'altro lo spezziamo come espressione dell'unità di tutti i figli di Dio (1 Cor 10:17). Quando ci riuniamo alla mensa del Signore per spezzare il pane, lo facciamo sulla base dell'unità del popolo di Dio. Non è questo un ottimo modo per testimoniare l'unità che raccoglie tutti i figli di Dio, soprattutto in un tempo di divisione e disgregazione?

Possiamo ben immaginare quanto gioissero i figli d'Israele ai giorni di Giosia. Ripensarono a ciò che era accaduto in Egitto ed erano felici di celebrare la festa come Dio voleva. Possiamo sperimentare questa gioia ogni domenica quando ricordiamo l'opera del nostro Salvatore sulla croce. Non manchiamo di riconoscere che ci sono alcune cose che ci rendono tristi, ma nonostante tutta la tristezza, non vogliamo lasciare che ci privi della gioia che proviamo quando ci riuniamo per spezzare il pane. Il Signore ci sta dando l'opportunità, soprattutto negli ultimi giorni, di annunciare la Sua morte come Lui vuole. Il prerequisito è che conosciamo i Suoi pensieri e siamo pronti a metterli in pratica. Allora non è semplicemente un “esercizio obbligatorio” per noi presentarci alla mensa del Signore la domenica, ma è il nostro cuore che ce lo suggerisce .


(segue)