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domenica 5 giugno 2022

Muri

Nel cap. 49 della Genesi, dove Giacobbe esprime profeticamente quello che sarebbe stato l’avvenire dei suoi figli, vi sono delle belle parole riferite a Giuseppe; di Lui il padre può dire: “Giuseppe è un albero fruttifero; un albero fruttifero vicino a una sorgente; i suoi rami si stendono sopra il muro (o più esattamente: al di là del muro)” Genesi 49:22. Pensando a Giuseppe come ad una bella figura del Signore Gesù quando era sulla terra, possiamo pensare che durante la sua vita Egli sia stato davvero un albero fruttifero piantato vicino a una sorgente; il suo cibo era di fare la volontà di Dio e portare del frutto alla sua gloria. I suoi rami si sono davvero estesi sopra il muro. Vi era un muro che ci separava da Dio e con la sua opera questo è stato superato; vi era un muro di separazione tra Giudei e Gentili, e Lui, sempre per mezzo della sua opera, lo ha abbattuto, e dei due popoli ne ha fatto uno.

Se pensiamo a Giuseppe come ad un credente che in una reale comunione con Dio cresce e porta frutto, le parole di Giacobbe le possiamo applicare a noi e trarne degli insegnamenti.

Normalmente, un muro rappresenta un ostacolo per la crescita di un albero; se l’albero è debole, non radicato, c’è il rischio che il suo sviluppo sia interrotto o deviato; se invece l’albero ha radici profonde riesce a crescere e ad andare oltre il muro. A volte, alberi secolari riescono a fare delle crepe persino nei muri in cemento.

Da un certo punto di vista, la vita di Giuseppe è stata un susseguirsi di “muri”, o prove, nelle quali ha sempre dimostrato di rimanere vicino alla sorgente.

Eccone alcuni.


I muri della cisterna (Genesi 37:12-28)

In questa situazione Giuseppe ha dovuto affrontare un rifiuto totale da parte dei suoi fratelli; si è dovuto rendere conto di non essere per niente accettato dalla propria famiglia, e finì per essere venduto come schiavo. Che cosa difficile da mandare giù, da superare, quando capita di avere rapporti turbolenti coi propri familiari, magari senza avere fatto nulla di male. Anche se la Bibbia non entra in dettagli specifici, sicuramente in quei momenti Giuseppe avrà provato dell’angoscia profonda. Al cap. 42 v. 23 scopriamo, per bocca del suo fratello maggiore Ruben, cosa videro i suoi fratelli: “Vedemmo la sua angoscia quando egli ci supplicava, ma non gli demmo ascolto”. Qualcuno può aver provato delle sensazioni di aridità, di amarezza, di angoscia simili a quelle di Giuseppe; può essersi trovato come in una cisterna senz’acqua, quando l’unica risorsa è fortificarsi nel Signore che darà quanto necessario per superare l’ostacolo. Per bocca di Isaia, Dio dice: “Anche se le madri dimenticassero, non io dimenticherò te” (49:15). Che potente incoraggiamento! Ma tanto più, che motivo di gioia e di riconoscenza verso il Signore dovrebbe avere chi invece, nella propria vita, ha potuto godere le cure, gli incoraggiamenti, l’influenza positiva di una famiglia cristiana.


I muri della casa di Potifar (Genesi 39:1-20)

Da schiavo a maggiordomo di un ufficiale del Faraone, la situazione di Giuseppe si stava raddrizzando. Tutto quello che intraprendeva gli riusciva bene; agli occhi umani poteva sembrare caso, una fatalità, ma la Parola ci afferma che c’era la mano di Dio dietro tutto ciò, e sono convinto che Giuseppe ne fosse consapevole, così come lo era il suo padrone (39:3). Ma in questa situazione positiva ecco subito una prova: le attenzioni ossessive della moglie del suo padrone.

Quante scusanti avrebbe avuto Giuseppe! Giovane, inesperto, lontano da una famiglia che lo aveva rifiutato, in un paese idolatra. Ma come si comporta di fronte alla tentazione: rifiuta (v. 8), non accondiscende (v. 10), fugge (v. 12). Il suo obiettivo principale era quello di non disonorare Dio, di non peccare contro di Lui. Giuseppe avrebbe potuto rimanere “imbrigliato” dal muro della seduzione, ma è riuscito a fuggire a superare l’ostacolo posto sul suo cammino. Il segreto per ottenere la vittoria è rimanere vicino alla Sorgente; solo così si avrà una chiara visione dei pensieri di Dio. “Fuggi le passioni giovanili e ricerca la giustizia, la fede…” (2 Timoteo 2:22). Sicuramente questa scelta risoluta di Giuseppe ha glorificato Dio; lui era consapevole che il suo errore sarebbe stato un peccato contro Dio, qualcosa che avrebbe disonorato quel Dio che aveva imparato a conoscere. Questo comportamento ci insegna che, quando commettiamo un peccato, offendiamo direttamente Dio, la sua persona, la sua gloria. Giuseppe dice alla moglie di Potifar: “Come potrei fare questo gran male e peccare contro Dio?” Il salmista poteva dire: “Ho conservato la tua Parola nel mio cuore per non peccare contro di te” (Salmo 119:11). E’ ciò che ha fatto Giuseppe. Chiediamo al Signore di poter imitare un tale esempio, in modo da non lasciarci “avvolgere dal peccato”, ma di andare oltre l’ostacolo e rimanere vicini alla Sorgente.


I muri della prigione (Genesi 39:21-23; 40; 41)

Essere puniti per un male che non si è commesso è profondamente ingiusto. E che punizione ha subito Giuseppe! Un carcere sotterraneo (39:21) non era certo confortevole come quelli moderni. Ma anche in questo caso Giuseppe ha potuto sperimentare che Dio era con lui e che, anche in quella situazione, faceva prosperare tutto ciò che intraprendeva. Quello che mi colpisce particolarmente di questa vicenda è la capacità di Giuseppe di interessarsi dei problemi degli altri, in un momento nel quale per lui sembrava non esserci via d’uscita. Una notte, il coppiere e il panettiere, carcerati con lui, fanno un sogno che li turba; Giuseppe comprende subito che sono turbati (40:6), e domanda loro: “Perché oggi avete il viso così triste?” (40:7).

Quando siamo colpiti da una circostanza difficile, siamo talmente presi da ciò che ci sta accadendo, che risulta pressoché impossibile interessarsi dei problemi altrui, ancor meno di essere di aiuto.

La storia di Giuseppe ci fa vedere che tutto ciò è possibile se la pace di Dio è nei nostri cuori e se sappiamo accettare con sottomissione le circostanze per le quali il Signore vuole farci passare. E’ vero che nel momento della sofferenza possiamo capire meglio chi sta soffrendo come noi. L’apostolo Paolo poteva dire: “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione” 2 Corinzi 1:3-4. Questa capacità e questa forza vengono da Dio, non da una sorta di stoicismo.

Le interpretazioni che Giuseppe dà ai sogni dei suoi compagni di prigione sono una positiva e l’altra negativa. Giuseppe chiede al coppiere, che sarebbe tornato in libertà, di ricordarsi di lui; certamente si aspettava una riconoscenza immediata, ma purtroppo non fu così. Dovettero passare altri due anni prima che il coppiere si ricordasse di “quel giovane ebreo”.

Questa è un’altra lezione per noi: “la pazienza nell’afflizione”. Al momento opportuno Dio ha saputo creare le circostanze, per mezzo delle quali il suo servo è passato da carcerato a viceré di Egitto. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie, dice il Signore” Isaia 55:8. Raccontando la storia di Giuseppe, Stefano ha potuto dire che “Dio era con lui e lo liberò da ogni sua tribolazione” Atti 7:10. Camminando con fedeltà e “dimorando in lui”, Dio ci darà la forza di superare anche il muro di una prova così dura, ingiusta e umiliante.


I muri della casa di Faraone (Genesi 41)

Passano circa due anni; anni di pazienza e di sottomissione. Ma arriva l’occasione preparata da Dio attraverso la quale Giuseppe viene liberato dai muri della prigione. Faraone fa un sogno che nessuno riesce a spiegare, e il coppiere che era stato in carcere con Giuseppe si ricorda di lui, e Giuseppe è fatto chiamare.

E’ molto istruttivo per tutti noi notare come Giuseppe faccia subito professione di umiltà dichiarando al Faraone: “Non sono io, ma sarà Dio che darà al Faraone una risposte favorevole”.

L’interpretazione del sogno apre a Giuseppe le porte del potere, quasi smisurato; il Faraone arriva a dire: “Tu avrai autorità su tutta la mia casa e tutto il popolo ubbidirà ai tuoi ordini; per il trono soltanto io sarò più grande di te”; e ancora: “Io ti do potere su tutto il paese d’Egitto” (v. 40-41).

Quando le cose vanno bene, quando il successo fa salire i gradini della scala sociale, non solo per l’incredulo, ma anche per il credente è facile cadere nell’orgoglio, nell’idea che tutto sia per nostro merito, come se Dio non c’entrasse nulla con la nostra vita. Come facciamo presto a dimenticare tutti i benefici che abbiamo ricevuto dalla sua mano! Per Giuseppe non è stato così. Aveva trent’anni ed era nel pieno della vita, delle proprie capacità psico-fisiche, ma ha sempre continuato a vivere vicino al suo Dio.

La casa del potere poteva diventare per Giuseppe un laccio veramente pericoloso. E’ a questo punto della sua vita che si trova di nuovo di fronte i propri fratelli, gli stessi che lo avevano venduto per un prezzo inferiore a quello di uno schiavo; ma questa volta, diremmo noi, aveva “il coltello dalla parte del manico”. Egli avrebbe potuto far prevalere sentimenti di rivalsa, di vendetta, e invece ha messo in pratica le esortazioni contenute ad esempio nella Lettera agli Efesini (4:31-32): “Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria! Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo”. Che il Signore ci aiuti, per mezzo della sua Parola che deve abitare in noi riccamente, a superare anche i muri dell’orgoglio, del rancore e della vendetta.

Giuseppe ha mantenuto questo comportamento fino alla fine della sua vita, anche quando i suoi fratelli pensavano, senza motivo, che egli avrebbe cambiato atteggiamento nei loro confronti. Ma egli ha potuto dire: “Non temete. Io provvederò al sostentamento per voi e i vostri figli’. Così li confortò e parlò al loro cuore” (50:21).

Considerando la vita di Giuseppe, dalla giovinezza fino alla maturità, possiamo veramente dire che è stato come “un albero piantato vicino a ruscelli, il quale dà il suo frutto nella sua stagione e il cui fogliame non appassisce” (Salmo 1:3). Come scrive Geremia: “Non si accorge quando viene la calura e il suo fogliame rimane verde; nell’anno della siccità non è in affanno e non cessa di portar frutto”. Giuseppe ha saputo portare frutto per Dio in ogni stagione della propria vita, anche quando è arrivata la siccità e la calura.

Imitiamo questo esempio e chiediamo aiuto al Signore per portare del frutto ad ogni età della nostra vita e in ogni circostanza, e perché i nostri rami si stendano sempre “al di là del muro”.


Cesare Casarotta

martedì 13 aprile 2021

Coraggio sono io non abbiate paura!

Coraggio sono io non abbiate paura! (Marco 6:50)


I discepoli sono soli nella barca e stanno attraversando una forte tempesta sul lago di Tiberiade. Il Signore è a terra. “La barca lontana da terra era sbattuta dalle onde perché il vento era contrario” (Matteo 14:24). Il Signore si è forse dimenticato dei suoi? No.  Il Signore vede che i discepoli si affannano a remare e in un preciso momento decide di intervenire. E’ la quarta vigilia della notte.  Va verso di loro camminando sul mare. Quando lo vedono, quegli uomini sono sconvolti, pensano che sia un fantasma, gridano! Il Signore però li rassicura subito dicendo loro: “Coraggio sono io non abbiate paura!”.

Queste parole risuonano in modo potente in mezzo alla tempesta. Quanto dovevano parlare profondamente al loro cuore! 

Sono io! Colui che vi ha chiamato per farvi dei pescatori di uomini. 

Sono io! Colui che ha operato davanti ai vostri occhi potenti miracoli e guarigioni. 

Sono io! Colui che vi ha già dimostrato che con una sola parola può calmare la tempesta. 

Sono io! Colui che ha da poco sfamato 5000 uomini oltre le donne e i bambini con 5 pani e 2 pesci. 

Potete prendere coraggio e non avere paura, perché sono io, qui presente nella tempesta al vostro fianco.   

E noi ascoltando queste parole che cosa ci dobbiamo ricordare? Che significato possono avere oggi? Viviamo momenti nei quali vi è un vento forte e contrario. Tutto il mondo sta attraversando una tempesta globale. Molti passano per burrasche personali. Ancora oggi il Signore fa udire la Sua voce per mezzo della Sua Parola:  “Coraggio sono io non abbiate paura!”

Sono io! Colui che è venuto dal cielo per portare i tuoi peccati alla croce e donarti la vita eterna. 

Sono io! Colui che ti ha aperto il cielo. 

Sono io! Colui che ha promesso di essere tutti i giorni al tuo fianco. Non ti lascerò! Non ti abbandonerò! Nulla potrà separarti dal mio amore.

Che grazia pensare che queste parole sono arrivate fino a noi. Sappiamo che le ha pronunciate è Colui che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza il nostro Salvatore e Signore! Allora possiamo veramente prendere coraggio in mezzo alla tempesta e non avere paura.

C. Casarotta

lunedì 1 febbraio 2021

Daniele continuò così…

Daniele, un giovane Giudeo di stirpe reale, fu deportato a Babilonia con altre migliaia di Giudei, e lì fu scelto insieme ad altri compagni per essere istruito per un periodo di tre anni e poter essere introdotto al servizio del re. Avrebbe avuto una razione giornaliera dei cibi e dei vini della tavola del re. 

Daniele, però, prese in cuor suo la decisione di non contaminarsi con quelle vivande e bevande e chiese la possibilità di non essere obbligato a contaminarsi. E realizzò che Dio è capace di appianare i sentieri ai suoi fedeli anche nelle situazioni più difficili (Proverbi 3:5-6).

Ecco quali potevano essere i motivi di contaminazione e che cosa si doveva evitare:

- carni che potevano essere state sacrificate agli idoli, cioè ai demoni (Deuteronomio 32:17), oppure di animali definiti  “impuri” secondo la lista di Levitico 11;

- vino e bevande alcoliche, anche se non vi era un chiaro e netto divieto per l’Israelita a questo riguardo. Vi era solo la proibizione di berne per i sacerdoti che si accostavano alle cose sante nella tenda di convegno (Levitico 10:11) o per chi faceva voto di Nazireato.

Queste due privazioni ci fanno pensare che occorre evitare tutto ciò che può essere un pericolo se vogliamo separarci interamente dal mondo per Dio e consacrarci a Lui.

In altre parole, teniamoci alla larga da tutto ciò che può essere “consacrato agli idoli”, da ciò che è impuro dal punto di vista morale o religioso, ma anche da ciò che in se stesso può essere lecito, come il vino, ma il cui utilizzo potrebbe portarci lontano. Ci possiamo ricordare delle parole del profeta Osea che ci dichiara che il vino “toglie il senno”, mentre il libro dei Proverbi aggiunge che chi se ne lascia sopraffare “non è saggio”. Daniele e i suoi amici sono un chiaro esempio di equilibrio e prudenza: meglio fare un passo indietro, piuttosto che concederci delle cose lecite il cui utilizzo, se ce ne lasciamo sopraffare, può farci cadere. Non fidiamoci troppo di noi stessi o della nostra presunta spiritualità; siamo prudenti.

La maggior parte delle volte che si esaminano questo brano e la storia di Daniele, si traggono delle esortazioni e degli insegnamenti da rivolgere in via quasi esclusiva ai giovani, essendo Daniele in quel momento un ragazzo. Vi è però un versetto alla fine del cap. 1 che potrebbe essere considerato come una semplice annotazione storica, ma che, invece, ha una sua valenza spirituale che ci apre degli orizzonti interessanti da esaminare.

“Daniele continuò così fino al primo anno del re Ciro” (1:21). Abbiamo già detto che l’inizio del capitolo ci narra della prima fase della deportazione del regno di Giuda a Babilonia avvenuta all’inizio del regno di Nabucodonosor (cfr 2:1). Da un punto di vista storico ciò è databile al 605 a. C.. La fine del capitolo 1, con il richiamo sopra menzionato, ci trasporta secondo i riferimenti storici a nostra disposizione verosimilmente al 539 a. C.. Questo indica un arco temporale di oltre 65 anni, in altre parole una vita intera. L’insegnamento più immediato che possiamo trarre da questo passo credo sia il seguente: Daniele, così come aveva cominciato in gioventù con un cuore risoluto a seguire Dio, ha continuato nello stesso modo per tutta la sua vita. Che grande esempio per noi!

La Parola, nella prosecuzione del racconto della vita di questo profeta, evidenzia alcuni fatti di questo cammino di consacrazione a Dio durato tutta la vita. Ne vorrei esaminare brevemente due:

- Durante il regno di Baldassar, al cap. 5, ci è descritto un banchetto. E’ parlato di vino che doveva essere bevuto nei vasi d’oro e d’argento presi dal tempio di Gerusalemme. A questo banchetto il re aveva invitato mille dei suoi grandi, le sue mogli, le sue concubine: un vero e proprio festino pagano in piena regola dove si poteva dare sfogo ai “piaceri della carne”. 

Per collegarci a quanto detto prima ci si può domandare: che male c’è nel bere un po’ di vino? Ma l’episodio di questo festino ci fa capire che in alcuni ambiti ci si può spingere ben oltre. Il v. 4 del cap. 5 ci dice che i convitati “bevvero il vino e lodarono gli dei d’oro, d’argento, di bronzo, di ferro e di pietra”. E Daniele dov’era? Lui che era stato innalzato a capo supremo di tutti i saggi di Babilonia (2:48) e che quindi a buon diritto poteva essere annoverato tra i mille grandi del regno di Baldassar? Daniele è assente, non si associa a queste manifestazioni del mondo. Viene mandato a chiamare per risolvere l’enigma della scritta sul muro. 

Forse oggi nei nostri paesi non ci sono dei banchetti pagani di questo tipo, ma possiamo chiedere al Signore che ci dia la forza di non lasciarci coinvolgere in manifestazioni tipiche di questo mondo: party, feste, cene dove ci sono “le persone che contano” e nelle quali alla fine si lodano e si esaltano i moderni idoli: soldi, successo e sesso. Chiediamo al Signore di essere preservati da cadute; e lo facciano in particolare quei credenti che hanno una posizione di rango nella società. Per certe occasioni, evitiamo di associarci, con il cuore, al mondo e vegliamo in preghiera affinché i nostri cuori siano preservati dal bramare o concupire quei piaceri e quelle posizioni che oggi, attraverso i mass media, ci vengono presentate come modelli a cui tendere. Daniele ci dimostra che il credente può occupare una posizione di prestigio nel mondo, se tale è la volontà di Dio, e allo stesso tempo  rimanere fermo nell’ubbidienza alla Sua volontà.

- Il secondo episodio lo troviamo al cap. 6 e ci trasporta nel regno di Ciro, sotto il luogotenente Dario il Medo (probabilmente re dei  Caldei).

Daniele fu nominato nella triade di capi dei satrapi e il re pensava addirittura di stabilirlo sopra il suo regno. Questo fece nascere l’invidia negli altri i quali cercarono delle occasioni per accusarlo e metterlo così in cattiva luce davanti al re. Ma non potevano trovare alcun elemento di riprensione “perché egli era fedele e non c’era in lui alcuna mancanza da potergli rimproverare”. Allora l’attacco da parte del mondo riguarda il lato della fede: un decreto immutabile e irrevocabile con il quale si faceva divieto di fare richieste a qualsiasi Dio o uomo tranne che al re.

Daniele cosa fece quando seppe questo? “Andò a casa sua e pregava e ringraziava tre volte al giorno il suo Dio, in ginocchio con le finestre aperte rivolto verso Gerusalemme”. La parola ci sottolinea che questa era una sua abitudine perché dice: “come era solito fare anche prima”! Daniele era un uomo perseverante nella preghiera. Una vita di consacrazione e di servizio a Dio non può prescindere da una reale comunione e dipendenza da Dio vissuta in preghiera.


Alcune considerazioni di ordine pratico:

Il fatto di essere credenti non vuol dire necessariamente che bisogna rinunciare ad una posizione prestigiosa in ambito lavorativo. Anzi, in alcuni casi, la serietà, l’onestà e l’impegno nel lavoro da parte dei credenti, “che non servono i padroni soltanto quando li vedono” (Colossesi 3:22), può portare ad una rapida ascesa. I tre capi del regno di Dario avevano la funzione di controllare i satrapi perché “il re non dovesse subire alcun danno” (6:2). Dario si poteva fidare di Daniele. E’ una cosa che rende onore a Dio il fatto che anche i nostri padroni o i nostri capi si possano fidare di noi.

Daniele era stato già proclamato “per una notte” terzo nel regno di Baldassar, benché avesse rifiutato tale carica (5:16, 29). Poi ci fu uno sconvolgimento politico, ma dopo poco tempo il profeta si trovò ad essere di nuovo tra i primi tre del regno! Anche oggi nelle nostre occupazioni, nelle aziende nelle quali lavoriamo, possono esserci dei grandi sconvolgimenti e questo può essere fonte di preoccupazione; ma il Signore controlla la situazione! Baldassar aveva promesso a Daniele che sarebbe diventato terzo nel suo regno. Quella stessa notte il regno cadde e passò ai Medo-Persiani. Ebbene, nonostante il cambiamento di governo, il cap. 6 evidenzia che Daniele era uno dei tre capi e che, considerato il suo operato, “il re pensava di stabilirlo su tutto il regno”.  

Daniele in quel momento aveva una posizione di assoluto rilievo e non aveva rinunciato agli incarichi che gli erano stati affidati per “servire Dio a tempo pieno”. Ciononostante, le sue priorità erano ben chiare: la sua vita non poteva prescindere da un triplice appuntamento quotidiano con Dio in preghiera. Quali sono le nostre priorità? Riteniamo indispensabile dedicare uno spazio delle nostre giornate alle cose di Dio? Oppure, occupazioni meno importanti e impegnative di quelle di Daniele, alle quali però ci dedichiamo con tutte le nostre forze, diventano un ostacolo ad una vita di comunione e dipendenza? 

Nel capitolo 6 lo stesso re Dario afferma per ben due volte che Daniele serviva Dio con perseveranza (v. 16 e 20). Perseveranza, santificazione, preghiera sono elementi essenziali per fare dei progressi nella vita di fede.

Daniele anche in questa circostanza ha potuto sperimentare la fedeltà di Dio e la Sua potenza nella grande liberazione che ha ricevuto. Il re ha dovuto riconoscere che era Dio ad averlo liberato dalle fauci dei leoni, e questa grande prova fu un’occasione attraverso la quale Dio fu glorificato (6:25-28). “Daniele prosperò durante il regno di Dario e durante il regno di Ciro il Persiano” (6:28).

Un’ultima annotazione. Al cap. 9 leggiamo che nel primo anno di Dario (e quindi di Ciro) “…il primo anno del suo regno, io Daniele, meditando sui libri, vidi che il numero degli anni di cui il SIGNORE aveva parlato al profeta Geremia e durante i quali Gerusalemme doveva essere in rovina, era di settant’anni”. In questa circostanza viene evidenziata un’altra caratteristica del profeta: la lettura della Parola di Dio. Non una lettura distratta, ma una meditazione fatta col cuore. In questo modo Daniele si è reso conto che il tempo della deportazione per il popolo di Dio stava per terminare (cfr. Esdra 1:1-4). Allora, si mise nuovamente in preghiera. Una preghiera meravigliosa di umiliazione, nella quale egli si associa al suo popolo,  fa appello alla misericordia e alla fedeltà di Dio e gli chiede “per amor tuo, SIGNORE, fa risplendere il tuo volto sul tuo santuario che è desolato!”.

Quanto è importante che facciamo nostra anche questa attitudine: leggere con costanza la Parola di Dio e meditarla in preghiera per comprendere quali siano i pensieri di Dio. Facendo come Daniele, che poté constatare che il tempo della deportazione stava per terminare, anche noi potremo toccare con mano la realizzazione delle promesse divine, il loro compimento, la realtà e la verità della Parola di Dio. Questo brano, per inciso, ci dà una ulteriore evidenza indiretta dell’ispirazione delle Sacre Scritture e della loro autorità.

Chiediamo al Signore la forza per poter imitare i caratteri di questo grande profeta: separazione da ogni contaminazione di carne e di spirito, un servizio fatto con perseveranza che porta gloria al Suo nome, una vita di preghiera regolare che non si ferma neanche di fronte a divieti, una lettura attenta della Sua Parola.

Che questo sia il programma della nostra vita, dalla gioventù alla canizie, affinché al termine del nostro soggiorno terreno possa essere detto anche a noi: “Tu avviati verso la fine; tu ti riposerai e poi ti rialzerai per ricevere la tua parte di eredità alla fine dei tempi”.


C. Casarotta