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mercoledì 6 marzo 2024

Frutti e semi

Da tutti noi che abbiamo creduto, il Signore vuole ottenere del “frutto”. Lo richiede con amore e con fermezza. Ne ha parlato in parabole, e il Nuovo Testamento ne fa un insegnamento basilare. C’è in gioco la Sua gloria e la manifestazione concreta e visibile a tutti della Sua opera in noi.


Pensieri, parole, opere

Il termine “frutto” ha molte accezioni. Oltre a indicare il prodotto di una pianta è anche il risultato di un’attività, l’esito di un procedimento, la rendita di un capitale…

Sono frutti per il Signore i nostri pensieri, i sentimenti, le disposizioni interiori motivati e prodotti dallo Spirito Santo. Lo sono le nostre parole e i nostri atti in linea con la volontà di Dio e che producono in noi la gioia di saperci approvati, l’entusiasmo per annunciare il Vangelo, la pazienza per sopportare le avversità della vita nell’attesa del ritorno del Signore.

Sono un frutto le “buone opere”, l’aiuto che portiamo ai fratelli perseguitati, agli operai del Signore, ai bisognosi, agli afflitti, ai malati; opere che dimostrano la realtà della nostra fede (Giacomo 2:19) e spingono quelli che le vedono a glorificare il Padre nostro che è nei cieli (Matteo 5:16). “Imparino i nostri a dedicarsi a opere buone per provvedere alle necessità, affinché non stiano senza portar frutto” (Tito 3:14).

Ai servi della parabola di Matteo 25:14-15 il padrone consegna dei “talenti”, dieci, due, uno, secondo le loro capacità. Quelli di Luca 19:13 ricevono una “mina” ciascuno. Devono farli fruttare. Capiamo bene l’insegnamento. Tutti noi riceviamo un dono, una capacità, una possibilità, un’occasione per servire il Signore. Nessuno è escluso. E’ un atto di fiducia che ci onora. Non temiamo di essere impreparati o di non avere i mezzi necessari. In Lui abbiamo tutte le risorse per adempiere i nostri doveri.

 

Il frutto contenitore del seme

In botanica il frutto è lo stadio successivo del fiore. E’ il prezioso contenitore del seme che propagherà la specie. Tutte le piante, se non sono ibridi, fanno fiori, e se fanno fiori fanno anche frutti. Se facessero soltanto foglie e fiori la specie si estinguerebbe. Il frutto contiene il seme, lo protegge e lo diffonde. E’ uno dei tanti miracoli della creazione del nostro Dio! “Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra»… Dio vide che questo era buono” (Genesi 1:11-12).

 “Ogni albero si riconosce dal proprio frutto”, ha detto il Signore (Luca 6:43). Due alette secche e traslucide con dentro il seme, ad esempio, fanno riconoscere il Faggio. Una sola aletta l’Olmo.  Un’aletta allungata il Frassino, e così via. Ciliegie, prugne, albicocche, col nocciolo legnoso, sono Drupe. Pomodori, melanzane, uva, coi semi immersi nella polpa, sono Bacche… Un credente si riconosce da come parla, da come agisce, dalla pace che ha, dalle priorità che mostra di avere, dall’amore che manifesta verso il Signore e verso gli altri.

E’ il seme che interessa. Il seme trasmette la vita. Fa sì che la specie a cui la pianta appartiene si propaghi e si conservi nel tempo.

 

I tralci della vite

In Giovanni 15 il Signore fa l’esempio della vite. La “vera vite” è Lui. Nella linfa che scorre nella pianta e arriva nei tralci possiamo vedere una figura dello Spirito Santo. La Sua presenza in noi è la prova che c’è la vita.

Ma i tralci possono avere i canali della linfa ostruiti, come avviene purtroppo spesso nella nostra vita. Come avveniva nei tempi passati quando si usavano lampade a olio e candelabri, ed era indispensabile lo “smoccolatoio”. Con quell’arnese si toglievano i residui che impedivano all’olio di arrivare allo stoppino per bruciare e fare luce.

Se ci sono impedimenti, lo Spirito non “scorre” più liberamente. I nostri pensieri non ne sono permeati. Indifferenza, freddezza, assenza di testimonianza, ignoranza della Parola, peccati non confessati, cattive abitudini, ostacolano la Sua azione.

“Lo Spirito che Egli ha fatto abitare in noi ci brama fino alla gelosia” (Giacomo 4:5). Questo è molto bello. Eppure, a volte, in certi angoli nascosti della nostra mente non gli permettiamo di entrare. In certe decisioni che prendiamo, evitiamo di consultare il Signore. Certi modi di fare non compatibili con la nostra professione di fede non sempre vengono giudicati e abbandonati. Lo Spirito è rattristato. O addirittura “spento” quando deliberatamente si ostacola la Sua manifestazione nella chiesa.

Allora il Padre, come un saggio vignaiuolo, deve potare. Gli agricoltori tagliano il tralcio, ma non del tutto. Se il tralcio è vivo, ne lasciano un pezzetto attaccato alla vite. E sarà quello che l’anno successivo crescerà e si caricherà di grappoli.

Se poi il tralcio non porta nessun frutto, vuol dire che la linfa non scorre per nulla. E’ un ramo secco, senza vita. Quel tralcio è tolto via e finisce nel fuoco. Come avverrà a chi si dice cristiano, ma non ha lo Spirito.

Il frutto proviene dalla nostra fede. E’ la nostra fedeltà nelle cose che il Signore ci richiede e nei compiti che ci affida (i risultati appartengono a Lui). Lo Spirito Santo che Dio ha messo in noi è una potenza attiva nella testimonianza che dobbiamo rendere. E’ lo Spirito che, contrastando gli impulsi della nostra natura umana (“lo Spirito ha desideri contrari alla carne, sono cose opposte fra di loro”, Galati 5:17) orienta i nostri pensieri verso le cose “vere, onorevoli, giuste, pure, di buona fama” (Filippesi 4:8-9). La sola conoscenza della Bibbia non basta. Non bastano la “pietà” né l’assiduità alle funzioni religiose. Non bastano nemmeno i comportamenti onesti, moralmente irreprensibili, né l’amore per il prossimo, l’altruismo, la dedizione, la rinuncia… Se non c’è la nuova nascita, se non c’è il “sigillo” dello Spirito, non c’è la vera fede e non ci potrà essere nessun frutto.

 

L’annuncio del Vangelo. La propagazione dei semi

Bisogna che la Parola del Signore, la Verità, sia portata a conoscenza del maggior numero possibile di persone. L’annuncio del Vangelo è un compito imprescindibile. E’ propagazione di un seme di vita che a sua volta potrà produrre altri semi e altra vita. Questo è senza dubbio il primo frutto che Dio ci richiede. Ha ben poco valore presentarci agli altri come persone serie e che conoscono Dio. Se la nostra testimonianza non contiene il messaggio del Vangelo come punto centrale, abbiamo compreso ben poco della nostra missione.

In natura, la propagazione dei semi è un fenomeno straordinario. In molti casi il frutto maturo cade a terra, si decompone e i semi fuoriescono. Di solito restano lì, nei pressi della pianta, e altri getti compaiono a perpetuare la specie. E’ la nostra testimonianza nella famiglia, nel luogo dove abitiamo. Se poi gli uccelli o altri animali li raccolgono o se ne cibano, quei semi vengono portati lontano, a distanze a volte incredibili. Così può avvenire che un opuscolo di evangelizzazione o una copia del Vangelo o un foglietto di calendario cristiano, distribuiti sotto casa, siano buttati via senza neppure essere letti. Ma ecco che in luoghi lontani, e sovente a distanza di tempo, qualcuno li trova, li raccoglie, li legge e crede… E’ così che in alcuni casi quel seme ha prodotto la vita!

“Getta il tuo pane sulle acque, perché dopo molto tempo lo ritroverai. Fanne parte a sette e anche a otto, perché tu non sai che male può avvenire sulla terra” (Ecclesiaste 11:1-2).

Altri semi sono trasportati dal vento, o anche dal mare sospinti dalle correnti. Attraversando oceani e continenti sono andati a formare foreste ed oasi in zone desertiche, su isole sperdute e atolli sabbiosi. Mi fa pensare al modo con cui lo Spirito lavora nel mondo. “Quando sarà venuto convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (16:8).

In certe foreste dell’oriente vi sono alberi d’alto fusto i cui frutti si aprono e lasciano cadere i semi solo ad altissime temperature. Ci vogliono gli incendi. Provocati quasi sempre dai fulmini, questi fanno sì che i semi cadano, e su quel terreno, reso fertile dalla cenere, producano nuove piante. Non avviene forse così nelle prove, nelle persecuzioni, nei drammi della vita? A volte il Signore li utilizza perché i frutti si aprano e lascino cadere i semi della Sua conoscenza per il bene di altri, per la salvezza di molti.

“Io vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Giovanni 15:16). L’ha detto il Signore ai discepoli, i Suoi “apostoli” che avrebbero portato nel mondo il glorioso messaggio dell’Evangelo. Noi spesso applichiamo questo passo ai missionari che vanno a predicare in paesi lontani, spesso inospitali. Ma proviamo ad applicarlo a noi. “Perché andiate…”. Non è sempre in regioni lontane che bisogna “andare”. Andiamo dal nostro vicino di casa per invitarlo a una lettura della Bibbia. Andiamo nei negozi che conosciamo, all’ufficio postale, in farmacia, per offrire un Calendario Cristiano. Andiamo nell’ospedale della nostra città a regalare al personale una copia del Vangelo, magari all’occasione della visita ad un malato… Si può spandere il seme della Parola di Dio anche senza fare molta strada!

Frutti che “rimangono”. Prodotti “con perseveranza” (Luca 8:15). Durevoli (Giovanni 15:16). Così li vuole il Signore. Prodotti non una volta tanto, ma sempre. Come quelli di certe piante che, in climi favorevoli, fanno fiori e frutti in continuazione, tutti i mesi dell’anno. Facciamo in modo di creare, nella nostra famiglia e nelle nostre assemblee, ma prima di tutto nella nostra vita di figli di Dio, quel “clima spirituale” favorevole, condizione indispensabile perché i frutti che il Signore richiede non cessino mai. Perché i nostri giorni sulla terra siano luminosi, pieni di gioia e di riconoscenza.


di Alfredo Apicella

giovedì 5 ottobre 2023

Gli utili ricordi del passato – Deuteronomio 8 (2/2)

   In vista c’è un buon paese

Il paese promesso che stava davanti a loro era davvero eccezionale. L’acqua abbondava, abbondavano i frutti (v. 8). C’erano anche minerali per i loro arnesi e le loro armi, ferro e rame (v. 9).  La promessa era che avrebbero mangiato pane a sazietà e non sarebbe loro mancato nulla.

Alziamo anche noi gli occhi al cielo e contempliamo la nostra vera patria: Dio asciugherà ogni lacrima, la morte non sarà più. Non ci saranno più cordoglio, né grido, né dolore (Apocalisse 21:4). Vedremo il nostro amato Salvatore com’Egli è, e questa visione ci farà simili a Lui (1 Giovanni 3:2).  Ma già adesso possiamo godere nel nostro spirito delle benedizioni celesti. Già adesso, “a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore che è lo Spirito” (2 Corinzi 3:18). “E chiunque ha questa speranza in lui si purifica com’Egli è puro” (1 Giovanni 3:3), perché l’attesa di vedere il Signore, se è fonte di gioia, aiuta il credente a comportarsi in modo da piacergli e da essere trovato irreprensibile alla sua venuta.

L’elenco delle risorse varie e abbondanti del paese promesso simboleggiano le benedizioni spirituali della nostra patria celeste che sono già a nostra disposizione quando, per la fede, accogliamo con gioia le promesse di Dio. Già oggi noi possiamo nutrirci, spiritualmente, dei sette preziosi prodotti elencati al v. 8 che danno forza e ristoro.

Ricordare e ubbidire: è un’esortazione che ritorna frequentemente in questo capitolo (v. 11,18, 19) e in tutto il libro. Ora Mosè mette in guardia gli Israeliti da un grave pericolo: quello che, una volta sistemati nel paese e diventati ricchi, dimentichino tutto il lavoro di Dio per farli arrivare a quel punto, e pensino che la loro situazione sia dovuta alle loro capacità e alle loro forze (v. 12-16). Ma perché l’Eterno li favoriva? Perché scacciava davanti a loro quelle nazioni? Era forse per la loro giustizia? No di certo. Un tale pensiero non avrebbe nemmeno dovuto sfiorarli Al cap. 9:4-6 vi sono dei passi molto preziosi. Quelle nazioni erano distrutte per la loro malvagità e grazie alla fedeltà di Dio nel mantenere le promesse fatte ai padri. Il rischio di inorgoglirsi è sempre presente, perché l’orgoglio è radicato nel cuore umano. “La gente che è con te è troppo numerosa” – dirà l’Eterno a Gedeone – “Israele potrebbe vantarsi di fronte a me e dire: E’ stata la mia mano a salvarmi” (Giudici 7:2).

Per evitare la presunzione Mosè indica una duplice strada:

Ritornare con la memoria al grande e terribile deserto, terra arida, senz’acqua, “pieno di serpenti velenosi e di scorpioni”, e considerare l’amore di Dio che ha fatto sgorgare l’acqua dalla dura roccia e ha mandato la manna (8:15-16).
Avere sempre davanti agli occhi il quadro della propria miseria e degli errori commessi, per rimanere umili e riconoscere che “ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto” (Giacomo 1:17).
Dimenticare la grazia di Dio e pensare che il benessere sia cosa normale, quasi dovuta, o, peggio ancora, frutto delle nostre capacità, è un pericolo al quale siamo seriamente esposti. Paolo dice: “Che cosa possiedi tu che non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché ti vanti come se tu non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4:7). “Da te provengono la ricchezza e la gloria… e sta in tuo potere il far grande e il rendere forte ogni cosa… Tutto viene da te” (1 Cronache 29:12-14).

mercoledì 4 ottobre 2023

Gli utili ricordi del passato – Deuteronomio 8 (1/2)

    Il lungo viaggio nel deserto
All’inizio di questo capitolo Mosè invita gli Israeliti a ripensare al lungo cammino del deserto e a considerare i risultati che Dio aveva in vista nel sottoporli a una tale disciplina. Qui, la storia della traversata del deserto è vista da una nuova e interessante angolazione: non più come castigo per la loro incredulità, ma come un mezzo per perfezionarli, istruirli, portarli ad una più profonda conoscenza di quel Dio che li aveva liberati dall’Egitto, per far loro del bene alla fine.
Quarant’anni di prova per sapere quello che avevano “nel cuore” (v. 2); che umiliazione! ma era necessaria perché si rendessero conto che da soli non potevano far nulla, che avevano bisogno delle cure dell’Eterno, che in loro non c’era alcun bene.

    La manna
Così hanno provato la fame, ma poi era arrivata la manna (v. 3) per un intervento miracoloso di Dio. I loro padri non l’avevano conosciuta. Era “il pane” che Dio dava loro da mangiare (Esodo 16:15), un cibo per il deserto, ed essi se ne nutrirono “per quarant’anni, finché arrivarono in terra abitata” (Esodo 16:31-35). “La manna cessò l’indomani del giorno in cui mangiarono i prodotti del paese… il frutto del paese di Canaan” (Giosuè 5:12).
In tutto il libro del Deuteronomio, la manna è ricordata solo in questo capitolo (v. 3 e 16). Era una sostanza bianca, “simile al seme di coriandolo e aveva l’aspetto di resina gommosa (oppure del bdellio)” (Numeri11:7-9). Scendeva di notte, insieme alla rugiada, e si posava sul terreno.

Gli Israeliti dovevano raccoglierne soltanto la dose che serviva per nutrire la famiglia, circa due litri e mezzo a testa (un omer), niente di più. L’eccedenza sarebbe andata a male il giorno dopo, salvo quella raccolta al venerdì che, miracolosamente, si sarebbe conservata anche per tutto il sabato, visto che di sabato non potevano lavorare, quindi nemmeno raccogliere manna.

La manna aveva il gusto, essi dicevano, di schiacciata fatta col miele (Esodo 16:3). Un po’ più tardi dissero che rassomigliava alla focaccia fatta con olio (Numeri 11:8); e verso la fine del viaggio se ne nausearono: “Perché ci avete fatti salire fuori d’Egitto per farci morire in questo deserto? Poiché qui non c’è né pane né acqua, e siamo nauseati da questo cibo tanto leggero” (Numeri 21:5). Quando la manna non soddisfaceva più, si erano messi ad elaborarla, riducendola in farina, cuocendola in pentole o facendone delle focacce.

La manna rappresenta sia Cristo, nutrimento dell’anima durante il nostro pellegrinaggio in questo mondo, sia la Parola di Dio che ci parla di Lui. Se perdiamo di vista le promesse del Signore, e la sua gloriosa Persona non occupa più un posto preminente nei nostri affetti, anche noi corriamo il rischio di sviarci “dalla semplicità e dalla purità rispetto a Cristo” (2 Corinzi11:3) e di farci un Signore a modo nostro, complice delle nostre miserie. E quando perdiamo il gusto della sua Parola, finiamo per adattarla ai nostri gusti, e prendere da essa ciò che ci piace e ci esalta, eliminando ciò che ci giudica e ci condanna.

La manna non era solo un mezzo di sopravvivenza e una dimostrazione concreta delle cure di Dio; serviva anche ad insegnare che “l’uomo non vive soltanto di pane – come il Signore ricorderà a Satana – ma “di tutto quello che procede dalla bocca del Signore” (v. 3).

La manna, poi, sebbene scendesse come dal cielo, non era “il vero pane”. Quelli che ne hanno mangiato sono morti. Soltanto il Signore Gesù è il vero pane che scende dal cielo e dà vita al mondo. “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete” (Giovanni 6:32-35).

Un altro segno delle cure di Dio gli Israeliti l’avevano avuto nel fatto che il loro vestito non si era logorato per quei quarant’anni e che i loro piedi non si erano gonfiati nelle lunghe ed estenuanti marce (v. 4). Al capitolo 29 versetto 5 Mosè ricorda che anche i loro sandali erano durati per tutto quel tempo grazie all’intervento dell’Eterno.

    Insegnamento e castigo
Quel lungo viaggio nel deserto era stato un castigo, ma lo scopo di Dio era il bene del popolo, e la sua correzione era quella di un padre verso il figlio che ama (v. 5). Le esperienze fatte dovevano formarli, istruirli, e portarli a vivere nel timore di Dio (v. 6). Un timore che non è paura, ma rispetto e sottomissione verso un Dio grande e tremendo che li aveva messi in una posizione di straordinario privilegio, e in una relazione intima come è quella di figli col loro padre.

Anche il cristiano è sottoposto alla disciplina del suo Padre celeste; e la deve apprezzare. “Non disprezzare la disciplina del Signore e non ti perdere d’animo quando sei da Lui ripreso; perché il Signore corregge quelli che Egli ama e punisce tutti coloro che riconosce come figli” (Ebrei 12:5-6). Qual è il figlio che il padre non castiga? Il castigo di Dio è per noi un segno che siamo suoi figli. Non dobbiamo dunque scoraggiarci delle sue eventuali riprensioni, ma accettarle con umiltà e sottomissione perché gli scopi del Padre sono sempre gloriosi ed ogni sua azione verso di noi è mossa da un amore infinito.

  

martedì 6 giugno 2023

In cerca dei fratelli

"Va' a vedere se i tuoi fratelli stanno bene".

Non è bene che i genitori abbiano delle preferenze per un figlio rispetto agli altri; l'amore dovrebbe essere equamente distribuito. Ma Giuseppe era un caso a sé. Oltre che umile, ubbidiente, timorato di Dio, affezionato alla propria famiglia, era anche figlio di Rachele, la moglie tanto amata da Giacobbe, deceduta dando alla luce Beniamino con un parto difficile. Gli altri suoi fratelli non gli assomigliavano per niente; erano ribelli, indipendenti, pronti ad azioni violente, piuttosto indifferenti verso Dio.

Giacobbe prediligeva Giuseppe; eppure un giorno, pur consapevole dei rischi che avrebbe corso, gli affidò una missione: "Va' a vedere se i tuoi fratelli stanno bene e se tutto va bene col gregge; e torna a dirmelo" (Genesi 37:13). Potrebbe sembrare cosa da poco, un semplice viaggio attraverso i campi con andata e ritorno; ma non era così. In quelle regioni semidesertiche, nelle quali Giuseppe, poco più che ragazzo, doveva avventurarsi da solo, c'erano bestie feroci; e poi, al suo arrivo dai fratelli, lo aspettava il loro odio, la loro gelosia, l'invidia che li rendeva nemici. Ma l'amore "non cerca il proprio interesse... Soffre ogni cosa... sopporta ogni cosa" (1 Corinzi 13:4-7). Alla chiamata del padre Giuseppe rispose "Eccomi"; e all'ordine di partire non oppose resistenza né sollevò obiezioni.

Giuseppe arrivò a Sichem, ma i fratelli non c'erano. Percorse la regione in lungo e in largo, chiamò, ma di loro nessuna traccia. Finché "un uomo lo trovò che andava errando per i campi e quest'uomo lo interrogò dicendo: Che cerchi? Egli rispose: Cerco i miei fratelli".

Cerco i miei fratelli! Quando il Signore è venuto nel mondo il suo scopo era di "cercare e salvare ciò che era perito" (Luca 19:10). Anche Lui era stato mandato dal Padre; era il Figlio prediletto, nel quale Dio trovava tutto il suo piacere. Anche Lui è venuto incontro a dei "fratelli" che lo odiavano, a un popolo ribelle e violento, lontano da Dio, lontano dalla posizione nella quale Dio avrebbe voluto trovarlo. Anche Lui, nel suo cammino su questa terra desolata, ha sentito tutta l'amarezza della solitudine e dell'incomprensione. "Perché, quand'io sono venuto, non s'è trovato alcuno? Perché quand'ho chiamato, nessuno ha risposto?" (Isaia 50:2).

Sappiamo come andò a finire la storia di Giuseppe; si può dire di Lui quello che è detto del Signore: "E' venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto" (Giovanni 1:11); "Mi hanno reso male per bene, e odio per il mio amore" (Salmo 109:5). Come i fratelli lo videro arrivare, "prima ch'egli fosse loro vicino, macchinarono di ucciderlo. E dissero l'uno all'altro: Venite, uccidiamolo, e gettiamolo in una di queste cisterne; diremo poi che una mala bestia lo ha divorato".

L'orgoglio dei fratelli di Giuseppe, la loro indifferenza, la mancanza di amore e di misericordia, raffigurano bene i caratteri morali del popolo Giudeo alla venuta di Cristo. Guai a loro! diceva il Signore, perché pagavano la decima della menta, dell'aneto e del comino, e trascuravano "le cose più gravi della legge: il giudizio e la misericordia e la fede" (Matteo 23:23).

Giuseppe, come sappiamo, non è morto; ma le sue tribolazioni e la gloria che è seguita sono una splendida immagine delle sofferenze del Signore e della gloria che ha ora nel cielo e che avrà, fra poco, anche sulla terra.


"Vedi se i tuoi fratelli stanno bene".

Anche Davide fu inviato dal padre per avere informazioni dei suoi fratelli: "Prendi per i tuoi fratelli quest'efa di grano arrostito e questi dieci pani, e portali presto al campo ai tuoi fratelli... Vedi se i tuoi fratelli stanno bene, e riportami da loro un qualche contrassegno" (1 Samuele 17:17). Come Giuseppe, Davide era allora un ragazzo. "S'alzò di buon mattino... prese il suo carico, e partì come Isai gli aveva ordinato" (v.20). I suoi fratelli non si trovavano al pascolo, ma in guerra, schierati di fronte ai Filistei e al gigante Goliath, un nemico potente e apparentemente invincibile. Israele era senza forza, perché infedele all'Eterno. Di fronte alla sfida del Filisteo, Saul e tutto Israele erano "sbigottiti e presi da grande paura... E il Filisteo si faceva avanti la mattina e la sera" (v.11 e 16). Era proprio questo lo stato dei Giudei quando il Signore venne nel mondo: impotenti contro il nemico, rassegnati a ricevere continuamente insulti e provocazioni, schiavi sia politicamente, sotto l'oppressione dell'Impero di Roma, sia spiritualmente, sotto il dominio di Satana, evidente nel gran numero di indemoniati che circolavano per il paese. Era una "generazione malvagia e adultera" (Matteo 12:39), "incredula e perversa" (17:17).

Davide, giunto all'accampamento, fu subito ricevuto male, con arroganza e diffidenza. Uno dei fratelli gli disse: "Perché sei sceso qua?... Io conosco il tuo orgoglio e la malignità del tuo cuore" (v. 28). E Saul: "Tu non puoi andare a batterti con questo Filisteo; perché tu non sei che un giovanetto" (v.33). Ma Davide non si perse d'animo, come non si perse d'animo il Signore quando dicevano di Lui: "Ecco un mangiatore e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori"! (11:19). "Io non sono stato ribelle e non mi sono tratto indietro... Io non ho nascosto il mio volto all'onta e agli sputi... Ho reso la mia faccia simile ad un macigno e so che non sarò svergognato" (Isaia 50:5-7).

Il resto della storia è nota a tutti. Davide andò incontro al gigante nel nome dell'Eterno degli eserciti che quell'uomo insultava, lo affrontò confidando in Dio, e lo vinse. Il Signore ha vinto il mondo; e "avendo spogliato i principati e le potestà (le potenze sataniche) ne ha fatto un pubblico spettacolo trionfando su di loro per mezzo della croce" (Colossesi 2:15).


"Dov'è Abele tuo fratello?"

A questa domanda di Dio, Caino aveva risposto: "Non lo so; sono io forse il guardiano di mio fratello?" (Genesi 4:9). Caino aveva ucciso Abele. Che contrasto con Giuseppe e Davide! Che contrasto col Signore! Satana porta egoismo, odio, morte; il Signore è venuto per dare vita, ha sofferto, ha amato. Di chi seguiamo il cammino? "Poiché questo è il messaggio che avete udito dal principio: che ci amiamo gli uni gli altri, e non facciamo come Caino che era dal maligno che uccise il suo fratello... Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte" (1 Giovanni 3:12-14).

domenica 16 maggio 2021

Spirito e coscienza

Quando vogliamo spiegare la parte immateriale del nostro essere ci addentriamo in un campo abbastanza misterioso, tant’è che ricorriamo a simboli, allegorie, metafore; basti pensare al significato che viene dato al cuore, non soltanto nella Bibbia, ma in tutta la letteratura e anche nel linguaggio comune. Ed è anche difficile stabilire la differenza esatta che c’è tra anima e spirito, tanto più che in qualche caso, anche nella Parola, i due termini appaiono intercambiabili. Sarà per questo che in Ebrei 4, dove la Parola di Dio è raffigurata ad una spada a doppio taglio, è detto che essa “penetra fino a dividere l’anima dallo spirito”; probabilmente un modo per dire che è soltanto la Parola che sa stabilirne la differenza, che sa fare la distinzione fra queste due parti incorporee e invisibili dell’essere umano.

Si pone poi il problema della coscienza. Fa parte dello spirito? E’ una facoltà dell’anima? Ce l’ha data Dio all’atto creativo? Gli animali, che non hanno lo spirito, non hanno nemmeno la coscienza. Ma credo di poter dire che mentre lo spirito è stato dato dal Creatore quando “gli soffiò nelle narici un alito vitale” (Gen. 1:79), la coscienza l’uomo l’ha ottenuta con un atto di disubbidienza quando ha mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Tant’è che la consapevolezza di aver agito male Adamo ed Eva l’hanno avuta dopo la trasgressione. Perché i pensieri “si accusino e anche si scusino”, come scrive Paolo in Romani 2:14-15, bisogna avere la conoscenza del bene e del male. 

Ora, da quando i nostri progenitori hanno peccato, diffidando di Dio e dando fiducia a Satana, questa “conoscenza” si è aggiunta come una nuova facoltà dell’anima, facoltà che il Creatore avrebbe voluto risparmiarci. La semplice e fiduciosa ubbidienza a Lui ci avrebbe condotti sulla via del bene e ci avrebbe tenuti lontani dalle vie del male. Invece, purtroppo, ora tutti noi abbiamo la capacità di conoscere il bene senza essere sempre capaci di farlo, e il male senza essere sempre capaci di evitarlo; e questo ci ha reso tutti peccatori e ha portato alla tragedia nella quale l’umanità si dibatte. Però, come sappiamo, Dio ha fatto fronte a questa tragica situazione con un atto di amore infinito: il dono di Suo Figlio, il Signore Gesù. Il valore eterno del Suo sacrificio alla croce, il potere del Suo sangue di cancellare il peccato, l’accesso alla grazia mediante la fede, sono alcuni aspetti di questa straordinaria opera di salvezza che dà la pace al credente e fa di lui un essere libero e felice, pronto per entrare nel cielo.


A. Apicella

giovedì 13 maggio 2021

Il cuore

 “Il vostro cuore sia dedito interamente al SIGNORE” (1 Re 8:61)


Il nostro cuore è un organo straordinario. E’ una pompa muscolare, relativamente piccola, che invia il sangue in tutti i distretti del nostro corpo, e col sangue l’ossigeno e un’infinità di altre sostanze indispensabili alla vita. Ogni ora fa circolare circa 260 litri di sangue (6.240 litri al giorno) e, nell’arco di una vita media, svolge un lavoro paragonabile al sollevamento in aria di un oggetto di una tonnellata per 240.000 Km. E’ davvero straordinario!

Nella Bibbia si parla molto del cuore, ma non del cuore fisico, non di questa pompa incredibile che lavora in noi senza sosta. Il termine “cuore” è usato per indicare il centro del nostro essere morale, la sede dei sentimenti, degli affetti, delle emozioni, della spiritualità; spesso è sinonimo di amore. E’ citato decine e decine di volte con un gran numero di significati e di applicazioni, e le riflessioni che si potrebbero fare riempirebbero pagine e pagine. 

Noi esseri umani siamo fatti di spirito, anima e corpo. E’ tramite lo spirito che Dio comunica con noi. E’ grazie allo spirito che noi possiamo comprendere le cose di Dio e relazionarci con Lui. Gli animali non hanno lo spirito. Poi c’è l’anima: pensieri, ragionamenti, idee, affetti, sentimenti, passioni… Di solito indichiamo col “cuore” la parte più profonda dell’anima, la più delicata, la più sensibile. Spirito e anima sono immateriali. La parte materiale del nostro essere è il corpo.

Ma come ci parla Dio? C’è una “voce” per così dire universale, che giunge a tutti gli uomini e che tutti sono in grado di udire: è la voce del creato, quella che dice che Dio c’è, e che è l’Autore di tutto ciò che ci circonda. Sua è l’infinita potenza che ha chiamato all’esistenza tutto ciò che esiste. Suo è l’amore che ci ha posti al centro di tali meraviglie. Poi ci parla con la Sua Parola, la Bibbia, rivelazione scritta che apre incredibili orizzonti di sapienza e di conoscenza. Ci dice chi è Lui e chi siamo noi¸ ci fa entrare nell’intimo dei Suoi pensieri, illumina la nostra mente, ci rende saggi. Ma è in Gesù Cristo, Suo Figlio, che abbiamo conosciuto la Sua grazia, il Suo perdono, la Sua salvezza e anche la Sua giustizia. Ci sono poi le Sue chiamate personali quando avvenimenti particolari o vicende della vita colpiscono le coscienze e le mettono a nudo, e spingono a riflettere e a prendere decisioni nel rispetto della la Sua volontà.

La voce di Dio, quando è percepita dall’uomo, crea pensieri e riflessioni, stimola ragionamenti. Può anche produrre emozioni. Ma se si ferma lì non ci sarà alcun risultato; si aggiungerà come nozione nuova all’infinito numero di nozioni che già riempiono il nostro cervello, ma non produrrà cambiamenti. Non opererà quelle trasformazioni che Dio si propone, indispensabili per fare di noi degli esseri nuovi, tali da essergli graditi e in grado di abitare nella Sua casa per l’eternità. 

La conoscenza di Dio, della Sua Parola e della Sua volontà, così come i Suoi appelli personali devono andare più in profondità, devono entrare nel cuore, Devono produrre gioia e pace. “Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentre Egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?” dicevano i due discepoli dopo l’incontro col Signore Gesù risorto sulla via di Emmaus (Luca 24:32). 

Se mettiamo il cuore nelle cose che facciamo, se vi mettiamo amore, gioia, entusiasmo, il valore sale, l’impegno si nobilita e acquista un significato più elevato. Dio non sarebbe onorato da un servizio freddo e distaccato, compiuto solo per dovere, senza sentimento, senza partecipazione profonda. Qualsiasi cosa fatta per amore del Signore, anche la più piccola e apparentemente insignificante, se è fatta col cuore ha un grande valore; la partecipazione del cuore è indispensabile.

E’ quello che notiamo scorrendo le Sacre Scritture. Tutti i fedeli, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, hanno servito Dio “con tutto il loro cuore”. Per la costruzione del tabernacolo era un cuore “volenteroso” che “spingeva” uomini e donne a “usare la loro abilità” per eseguire i lavori a regola d’arte, e per “portare volenterosamente il necessario per l’opera che il SIGNORE aveva ordinato” (Esodo 35:5, 21, 22, 26, 29…). E com’è edificante leggere, nella storia di alcuni re di Giuda, dei passi come “il popolo si rallegrò di quelle loro offerte volontarie, perché avevano fatto quelle offerte al Signore con tutto il loro cuore” (1 Cronache 29:9); e ancora: “Ezechia in tutto quello che fece… cercando il suo Dio, mise tutto il cuore nella sua opera, e prosperò” (2 Cronache 31:21). Gioia e prosperità sono dunque i risultati di un servizio fatto col cuore. 

“Il SIGNORE guarda al cuore” (1 Samuele 16:7). E’ nel cuore che dobbiamo ritenere i Suoi insegnamenti (Deuteronomio 6:6) ed è con tutto il nostro cuore che dobbiamo amarlo e servirlo. 

Dio “pesa” il cuore degli uomini (Proverbi 24:12) e sa se sono “integri” e “retti”, sensibili verso di Lui o duri come pietra o diamante (Zaccaria 7:12); aperti o chiusi “all’amore della verità” (2 Tessalonicesi 2:10). La nuova nascita prodotta dalla fede trasforma il cuore naturale dell’uomo, e lo fa “nuovo”.

Ebbene, questo nostro cuore, trasformato dalla conoscenza del Signore e dalla fede, Dio lo vuole tutto per Sé: “Figlio mio, dammi il tuo cuore” (Proverbi 23:26). E noi credenti gliel’abbiamo dato e siamo felici!


A. Apicella

mercoledì 31 marzo 2021

Una società in crisi

L’attuale crisi del ricco mondo occidentale è sotto gli occhi di tutti, così come le svariate iniziative per arginarla e porvi rimedio nel modo meno traumatico possibile. Ma molti si chiedono: Quali sono le vere cause? E se ci sono dei colpevoli, chi sono? Noi credenti abbiamo le idee abbastanza chiare, ma nel mondo ognuno ha le proprie idee e le proprie proposte, ognuno punta il dito contro qualcuno o qualcosa, e le conclusioni sono talmente diverse da rimanere disorientati. Ma anche Dio dice la sua, e Lui non si sbaglia.


La situazione della nostra società attuale non è cosa nuova; ce lo dice la storia e ce lo dice anche la Parola di Dio. Il popolo d’Israele, nei secoli che hanno preceduto la venuta di Cristo, ha vissuto le stesse nostre esperienze; e Dio ha parlato in quei momenti. Tramite il profeta Geremia, ha dovuto dire una frase che dovrebbe toccare le coscienze di tutti: “Il mio popolo ha commesso due mali: ha abbandonato me, la sorgente d’acqua viva e si è scavato delle cisterne, delle cisterne screpolate che non tengono l’acqua” (Geremia 2:13). Questa è la causa principale dei fallimenti di tutte le società, dei crolli degli imperi e delle ideologie. La fiducia nell’uomo e nelle sue risorse è assurda, e non può che deludere. Le idee degli uomini sono varie e contraddittorie, e fondamentalmente opposte al pensiero di Dio. Solo Lui, che ci ha creati e ci conosce bene, ci può dare nella sua infinita sapienza delle risposte e delle indicazioni giuste; ma pochi, purtroppo, hanno l’umiltà di ascoltarle.

All’epoca del profeta Geremia (circa 600 anni a. C.) c’era una grave crisi nel popolo di Dio, rassomigliante in modo sorprendente alle crisi dei tempi moderni. Egli avrebbe voluto vedere nei governanti onestà, equilibrio, prudenza, moralità, ma ha dovuto concludere: “Hanno rigettato la Parola del Signore; quale saggezza possono avere?” (8:9).

Anche il profeta Isaia si addolorava per la situazione morale della società del suo tempo; e diceva: “Non dicono in cuor loro: Temiamo il Signore, nostro Dio… Fra il mio popolo si trovano degli empi. Le loro case sono piene di frode; perciò diventano grandi e si arricchiscono… oltrepassano ogni limite di male. Non difendono la causa dell’orfano, non fanno giustizia nei processi… Uno inganna l’altro, non dice la verità; esercitano la loro lingua a mentire, si affannano a fare il male…” (5:26, 9:5). Non è forse uno specchio del nostro mondo?


Ma l’allontanamento da Dio e il rifiuto di sottomettersi alle Sue leggi non porta soltanto ad atti di egoismo e di sopraffazione. “Non vi rivolgete agli spiriti – ha ordinato Dio –   né agli indovini; non li consultate per non contaminarvi” (Levitico 19:3). Eppure, milioni di persone, anche nei nostri paesi cristianizzati, si danno a pratiche occulte e consultano maghi e chiromanti. Lo hanno sempre fatto, e lo fanno tuttora, persino i capi di stato di ogni paese del mondo per avere consiglio sulle decisioni da prendere! Libri e riviste di magia si trovano ovunque; i medium si fanno pubblicità con ogni mezzo. E Satana prende sempre più potere. 

“Se vi si dice: Consultate quelli che evocano gli spiriti e gli indovini… rispondete: Un popolo non deve forse consultare Dio? Si rivolgerà forse ai morti in favore dei vivi? Alla Legge! Alla testimonianza! Se il popolo non parla così non vi sarà per lui alcuna aurora! Andrà peregrinando per il paese affranto, affamato; quando avrà fame si irriterà, maledirà il suo re e il suo Dio; volgerà lo sguardo in alto, lo volgerà verso terra, ed ecco, non vedrà che difficoltà, tenebre, oscurità piena d’angoscia” (Isaia 8:19-22). 

E’ esattamente questo il drammatico caso della nostra società che ha perso tutti i punti di riferimento, che vive un presente irto di difficoltà e ha davanti a sé un futuro tenebroso.


La nostra società è sprofondata ancor più nella confusione da quando i princìpi morali che la Parola di Dio insegna sono stati considerati dei tabù ed eliminati dall’insegnamento e dalla vita. Errore fatale! Quella “libertà” tanto proclamata si è dimostrata una schiavitù, specialmente per le nuove generazioni. La crisi della famiglia ne è una prova evidente. Non si accettano i vincoli, ci si ribella alle costrizioni, si viene meno senza pudore ai doveri e agli impegni presi. Si parla tanto di rispetto per la persona umana e non si tiene conto che le separazioni e i divorzi, commessi con disinvoltura e in nome della libertà personale, sono atti di violenza che producono immense sofferenze sia nei bambini e nei ragazzi che negli adulti, e sono causa di depressioni, di suicidi, di omicidi. 

I tradimenti sono atti di viltà, non espressione di libertà. Ma Satana è astuto nel far passare il male per bene, e chi è lontano da Dio lo segue, a volte senza nemmeno rendersene conto. 

“Il Signore è testimone fra te e la moglie della tua giovinezza, verso la quale agisci slealmente, sebbene essa sia la tua compagna, la moglie alla quale sei legato da un patto”; è questo il rimprovero che il profeta Malachia (2:14) faceva da parte di Dio agli adulteri del suo popolo. 


In un’atmosfera di totale mancanza di pudore, le perversioni sessuali sono oggi considerate da molti come normali manifestazioni d’amore. Sembrano per oggi queste parole: “Commettono delle abominazioni; non si vergognano affatto, non sanno che cosa sia arrossire… Quando Io li visiterò saranno abbattuti” (Geremia 8:12). 

I peccati descritti in Levitico 18, e per i quali Dio ha dovuto punire i popoli pagani, sono praticati liberamente e con arroganza, sfidando Dio, come se noi, poveri esseri umani, fossimo più grandi di Lui e potessimo impunemente beffarlo. “Non avrai relazioni carnali con la moglie del tuo prossimo… Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole. Non ti accoppierai con nessuna bestia… E’ una mostruosità. Non vi contaminate con nessuna di queste cose; poiché con tutte queste cose si sono contaminate le nazioni che io sto per scacciare davanti a voi. Il paese ne è stato contaminato; per questo io punirò la sua iniquità; il paese vomiterà i suoi abitanti”


Stando così le cose, cosa dobbiamo aspettarci per il futuro? Una cosa è certa: Dio punirà questo mondo, come anticamente ha punito Sodomia e Gomorra e più tardi le nazioni pagane; come ha punito anche Israele quando ha commesso i medesimi peccati. 

“Il Signore vi chiama in questo giorno a piangere, a fare lamento… ed ecco che tutto è gioia, tutto è festa… Si mangia carne, si beve vino. ‘Mangiamo e beviamo, poiché domani morremo!’ Ma il Signore me l’ha rivelato chiaramente: No, questa iniquità non la potrete espiare che con la vostra morte” (Isaia 22:12-14). 

La nostra società dei consumi e del piacere sarà dunque giudicata. “Il Signore toglierà via il lusso… degli orecchini, dei braccialetti… dei vasetti di profumo, degli anelli, degli abiti da festa, delle borse, degli specchi, delle camicie finissime… Invece di profumo, si avrà fetore; invece di cintura, una corda; invece di riccioli, calvizie… Un marchio di fuoco invece di bellezza… Cosa farete voi quando verrà la fine?” (Isaia 3:18,5:31). 

Ma noi credenti, a quelli della nostra generazione disorientati e impauriti, abbiamo il privilegio di annunciare la via per scampare ai castighi di Dio e ad una eternità di pene. Possiamo dire loro: “Cercate il Signore mentre lo si può trovare, invocatelo mentre è vicino. Lasci l’empio la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; si converta al Signore che avrà pietà di lui, al nostro Dio che non si stanca di perdonare” (Isaia 55:6-7). Mentre il Signore dice a noi: “Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:2).


A. Apicella

lunedì 29 marzo 2021

L'indifferente

“Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono” Giov. 13:13.

“Avvicinatevi a me, ascoltate questo: Fin dal principio io non ho parlato in segreto” Isaia 48:16.


Ho ascoltato con interesse l'intervista ad un anziano insegnante. Sono rimasto colpito dal suo sfogo, dalla sua delusione. Diceva: ho conosciuto ogni tipo di alunni, ma fra questi ve n'era una categoria che mi hanno lascito un ricordo penoso. Erano educati, composti, di indole allegra, ma non si interessavano di niente. Ogni cosa per loro era indifferente. Niente riusciva ad attirare la loro attenzione, in qualsiasi direzione fossero orientate le attività scolastiche. Gli sguardi erano vuoti, assenti, privi di interesse.

Punirli? Fatica inutile. Rimanevano insensibili a tutte le sanzioni. In altre parole erano indifferenti a tutto. Non ho conosciuto nessun'altra condizione più inutile per un maestro.

Ebbene questo tipo di allergia ad ogni insegnamento è ancora più grave se relativa alla salvezza delle anime. C'è una moltitudine per la quale la croce non significa nulla.

Può lasciarvi indifferenti l'amore di Dio, ma badate bene questa indifferenza è come una malattia che non fa altro che peggiorare col passare del tempo. Il cuore si indurisce, niente lo tocca. Diventa come un sentiero così duro che nessun seme vi può più penetrare ne germogliare, fino al suo epilogo finale: la morte eterna. Là il Grande Trono Bianco non vi lascerà indifferenti. No! Là non potrete non essere interessati o essere distratti. Quella sarà l'ultima tappa prima del luogo del pianto e dello stridor dei denti dove non vi mancherà certo il tempo per meditare su tutta la vostra follia.

giovedì 4 marzo 2021

Lo specchio, immagine della Parola di Dio

La Parola di Dio si definisce da sé per mezzo di numerosi simboli. Nella Lettera di Giacomo troviamo “lo specchio”. Dopo l’esortazione a mettere la Parola in pratica e non soltanto ad ascoltarla, illudendo se stessi, leggiamo: “Perché, se uno è ascoltatore della parola e non esecutore, è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com'era” (Giacomo 1:23, 24). 

Per capire meglio l'insegnamento di questo passo bisogna considerare il suo contesto. Nel v. 18, Giacomo dichiara che è Dio stesso che “ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità”. È un atto del Suo amore illimitato, in risposta alla fede. La famiglia che ha così generata è in qualche modo una primizia delle Sue creature, di questa nuova creazione che sarà pienamente rivelata a suo tempo (Romani 8:21, 23; 2 Corinzi 5:17).

Giacomo, avendo sempre davanti a sé la pratica della vita cristiana, insiste sulla necessità di frutti visibili della nuova natura. Dio trova il suo compiacimento nella giustizia pratica e ciò che non vi corrisponde dev’essere evitato e respinto (v. 19:21).

Con un atto della Sua grazia, Dio ci ha fatto comprendere la Sua Parola. Questa Parola opera e ha la potenza di salvare le anime. Questo è il lato di Dio.

C'è però anche il nostro lato. “Ricevete con dolcezza la parola che è stata piantata in voi” (v. 21). Giacomo scrive questo ai suoi fratelli “carissimi” (v. 19). In loro la Parola di Dio è già stata piantata: non si tratta qui di riceverla per la prima volta, ma essi hanno sempre bisogno di ricevere - e con dolcezza - la Parola che è stata piantata in loro. Come lo mostra il v. 22, si tratta di una ricezione reale e totale della Parola di Dio; quindi, si tratta non soltanto di ascoltarla, ma anche di metterla in pratica. Dobbiamo perciò ricevere la Parola interamente e senza riserve, proprio quella Parola che abbiamo già udito e che udremo ancora in futuro. Quando la Parola piantata è ricevuta con dolcezza, i nostri pensieri naturali sono messi da parte e Cristo riempie il nostro cuore. Questo ci porta ad essere di coloro che mettono la Parola in pratica. 

Se qualcuno ascolta solamente la Parola e non la mette in pratica, di fatto non possiede alcuna vera conoscenza di se stesso. Giacomo dice che “è simile a un uomo che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com'era” (v. 24). La Parola non ha potuto fare la sua opera. Ascoltare solamente significa ascoltare senza una fede reale. Si riflette, e poi ci si dimentica. C’è bisogno della potenza dello Spirito Santo per dare al cuore il discernimento necessario. Questo discernimento manca se agiamo così, perché la nostra coscienza non si è lasciata illuminare dalla luce di Dio. È invece del tutto diverso per colui che “guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera”. Egli “non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare” (v. 25).

In effetti la Parola di Dio ha talvolta per l’uomo questa funzione di specchio. Essa gli mostra come il Giudice supremo lo vede: non ciò che egli pensa di se stesso ma quello che egli realmente è davanti a Dio. Questa è la ragione per cui l'uomo naturale tende ad evitare di guardare attentamente in essa. Tuttavia, è indispensabile vedere sé stessi così come lo specchio ci mostra: è il primo passo sul vero cammino che conduce a Dio.

In Cina, una volta, un missionario leggeva il primo capitolo della Lettera ai Romani davanti a un grande numero di persone. Quando ebbe finito, un uomo si fece avanti e dichiarò che trovava assolutamente inopportuno che un diavolo straniero - così lui definiva il missionario - venisse da lontano per scoprire tutti i loro peccati nascosti, scriverli in un libro e farne una lettura pubblica! La Bibbia è davvero uno specchio che mette in evidenza lo stato di peccato dell’uomo!

Applichiamo a noi questo passo di Giacomo. Non dobbiamo forse confessare che più di una volta ci siamo trovati davanti alla Parola di Dio, ci siamo visti alla sua luce e poi abbiamo dimenticato in fretta come eravamo? Abbiamo dato troppa importanza a mille altre cose e il risultato è stato che abbiamo completamente perso di vista ciò che Dio voleva incidere sui nostri cuori. È come se noi non avessimo mai udito o visto nulla riguardo a ciò che ci era posto davanti. 

Questo ci fa pensare alla parabola del seminatore in Matteo 13. “Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono” (v. 4). Se il nostro cuore è simile ad un sentiero indurito dalla frequentazione col mondo e il seme della Parola di Dio non vi penetra, il diavolo ha il lavoro facile. Viene e porta via quello che è stato seminato nel nostro cuore ma che non vi è penetrato perché il nostro cuore non lo aveva gradito. 

Guardiamo attentamente nella Parola, nella legge perfetta, quella della libertà, e perseveriamo in essa. Serbiamo nei nostri cuori ciò che essa ci insegna. Cos'è la legge della libertà? È la Parola di Dio per mezzo della quale il credente è “nato di nuovo”; è la “parola piantata” che ci insegna, ci istruisce, ci conduce e ci fortifica; e questo costituisce la gioia e la fioritura della vita nuova.


Ch. Briem

mercoledì 31 dicembre 2014

“E voi chi dite che io sia?” (Matteo 16:13-17)

Saranno rimasti un po’ imbarazzati i discepoli a questa domanda del Signore. Eppure un’idea dovevano pure averla. Era stato facile per loro riferire il pensiero degli altri: “Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti”. Tante teste, tante idee. Soprattutto, tanta colpevole ignoranza in un popolo che avrebbe dovuto conoscere le Scritture e aver custodito con cura la rivelazione del pensiero di Dio. Ma loro, avevano delle convinzioni precise? La domanda era chiara e solenne. Voi che mi seguite, che udite i miei insegnamenti, che siete spettatori dei miei miracoli... voi, chi dite che io sia? Penso che ci sia stato qualche attimo di silenzio prima che Pietro, col suo solito ardire, dicesse: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Possibile che Pietro sia arrivato a tanto? Che avesse capito così bene chi fosse il Signore? Leggendo i Vangeli si direbbe che i discepoli abbiano “creduto” varie volte. In Giovanni 2:11, dopo il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana, è detto che “i suoi discepoli credettero in Lui”, Ma quando placa la tempesta sul Mar di Galilea si stupiscono e si chiedono l’un l’altro: “Chi è dunque costui al quale persino il vento ed il mare ubbidiscono?” (Matteo 14:33).
Poco dopo, una notte, il Signore va incontro a loro camminando sul mare. Subito si spaventano credendo di vedere un fantasma. Ma, constatato che era veramente Lui, si tranquillizzano, e Pietro vuole andargli incontro, camminando sull’acqua. E finché la “fede” lo sostiene, ci riesce. Che miracolo! Che grande Signore! Stupiti e ammirati si prostrano davanti a Lui e dicono: “Veramente tu sei Figlio di Dio”. Ma non lo sapevano già? Forse si, però non ne erano tanto convinti.

Passano i giorni, e il Signore compie un altro dei suoi miracoli. Con sette pani e “pochi pesciolini” dà da mangiare a “quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini” (Matteo 15:32-38)! Chi può compiere un tale miracolo se non Dio? Ma la memoria è corta e il cuore indurito. Parlando del lievito dei Farisei, il Signore deve dire loro: “Non riflettere e non capite ancora? Avete il cuore indurito? E non vi ricordate? Quando io spezzai i cinque pani per i cinquemila, quante ceste di pezzi raccoglieste?... Non capite ancora?” (Marco 8:17-21).
Alla trasfigurazione, Pietro, per così dire, mette il Signore sullo stesso piano di Mosè e di Elia, proponendo di fare una tenda per uno; e Dio deve intervenire dal cielo indicando il Signore come “suo diletto Figlio”, il solo che dovesse essere ascoltato. Eppure, proprio lui aveva dichiarato con enfasi: “Signore, da chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Giov. 6:68-69).
Nonostante queste convinzioni, nell’orto di Getsemani Pietro sguaina la spada per difendere il Signore dai nemici che lo assalgono, senza pensare che Lui, in qualità di Figlio di Dio, avrebbe potuto pregare il Padre che gli avrebbe mandato, in quell’istante, “più di dodici legioni di angeli” (Matteo 26:53).
Anche dopo la sua risurrezione, i due discepoli sulla strada per Emmaus dicono sconsolati: “Noi speravamo che fosse lui...” (Luca 24:21).

La loro fede nel Signore aveva sempre bisogno di nuove conferme, di nuove esperienze; è vero, non avevano ancora ricevuto la potenza dall’alto, lo Spirito “della verità”, che “scruta le profondità di Dio” (1 Cor. 2:10), che prende le cose di Cristo per annunciarle ai credenti (Giov. 16:13), E’ per Lui che noi oggi conosciamo Dio come Padre (Rom. 8:16), ed è Lui che, nello stesso tempo, “attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio”. Ma c’era anche poca conoscenza delle Scritture, c’erano idee preconcette, c’era quella debolezza umana che constatiamo anche in noi stessi.
Alla domanda del Signore, comunque, Pietro dà la risposta giusta e, sembra, con una buona dose di convinzione. Ma non veniva da lui. Non era stata la sua intelligenza, il suo livello di comprensione, la sua maturità, la sua conoscenza, a fargli comprendere che il Signore Gesù era “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Era stata una rivelazione del “Padre che è nei cieli”; e per questo Simone, figlio di Giona, era “beato”.
Chi dite che io sia? La domanda viene rivolta ancora oggi ad ognuno, uomo o donna, grande o piccolo, colto o ignorante. Un Cristo semplicemente uomo non potrebbe salvare altri. E nemmeno un Cristo profeta. Solo Dio può salvare la sua creatura e, per fare questo, “per condurre molti figli alla gloria”, ha dovuto mandare il proprio Figlio che ha partecipato alla “carne e al sangue” (Ebrei 2:14-17) divenendo così “simile in ogni cosa ai suoi fratelli”.
Quando è venuto al mondo, in casa sua, fra i Giudei, non è stato ricevuto perché non è stato riconosciuto per quello che era. “Non è il figlio del falegname? - dicevano - E’ un uomo per bene. No, sobilla le folle”, “E’ un posseduto... “. Quando l’Eterno aveva mandato la manna nel deserto, gli Ebrei l’hanno chiamata manna, che significa “che cos’è?”. Quando è venuto il “vero pane che scende dal cielo e dà la vita agli uomini” è successa la stessa cosa: “Chi è costui?”. Solo una fede vera e un vero amore per Dio poteva far riconoscere il Figlio, perché il Dio “che è nei cieli”, a che ha fede e amore, rivela i suoi misteri.

Non si può credere al Signore come piace a noi. Dio ce lo presenta come suo Figlio ed è così che dobbiamo riceverlo. Ci dice che era senza peccato, e che non ha né conosciuto né commesso peccato; e così noi lo crediamo. A salvarci è la fede nel Cristo del Nuovo Testamento ricevuto per quello che è, nella sua natura e nella sua opera, esattamente come lo Spirito ha voluto rivelarcelo, senza i ritocchi o gli aggiustamenti che la ragione e la logica umana vorrebbero apportare.
Ma anche noi che abbiamo fermamente creduto in Lui e lo abbiamo ricevuto come nostro Salvatore a volte siamo colti dal dubbio, esattamente come i discepoli. Quando preghiamo il Signore per molto tempo e non otteniamo risposta ci sembra che sia stato sordo alle nostre suppliche; eppure, non ha detto che ascolta le nostre preghiere? Non ha detto che se preghiamo con fede otterremo? Quante volte ci sentiamo soli ad affrontare situazioni tristi e difficili, e ci verrebbe da dire: “Il Signore mi ha  abbandonato”; eppure non ha promesso che sarà con noi fino alla fine? Certe prove sono così pesanti che ci sembra che superino la nostra capacità di sopportazione; eppure, non ha il Signore promesso che non saremo provati al di là delle nostre forze?

La nostra fede nel Signore dovrebbe prescindere dalle circostanze e dalle situazioni della vita. Egli è per noi tutto quello che ha detto di essere. La sua fedeltà non viene certamente meno, le sue promesse le manterrà sicuramente; al momento opportuno interverrà, risponderà, si farà sentire presente con tutta la potenza del suo amore. E se poi, a causa di dure e prolungate sofferenze ci ha preso lo scoraggiamento e siamo assaliti da dubbi, Lui ci comprende ed è pronto a consolarci, perché anche questo ha detto che l’avrebbe fatto. “Allora gli apostoli dissero al Signore: Aumentaci la fede” (Luca 17:5). Non possiamo fare anche noi questa preghiera?

A. Apicella          

lunedì 29 dicembre 2014

Con lo spirito, ma anche con l'intelligenza

Quando Dio parla, l'uomo non deve mettere completamente da parte la propria intelligenza, come qualcuno potrebbe pensare. Dio non dice mai delle cose che l'uomo possa definire "assurde". Non c'è nessun insulto all'intelligenza nella rivelazione di Dio, niente che contrasti con la logica e il buon senso. "Le parole della mia bocca sono tutte rette per l'uomo intelligente" (Prov. 8:8-9).
Non voglio con questo dire che l'uomo, se volesse, riuscirebbe a comprendere le cose di Dio; perché è scritto che "il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza" (1 Cor. 1:21). Senza la fede e l'opera dello Spirito Santo le cose di Dio restano inspiegabili e incomprensibili, poiché la sapienza di Dio è "misteriosa e nascosta" (1 Cor. 2:7); ma nessuna persona onesta potrà trovare mai delle assurdità nelle Sue sante parole. "Non c'è saggezza, non intelligenza... che valga contro il Signore" (Prov. 21:30).
Assurda e illogica è l'idolatria, sotto tutte le sue forme, anche quella, a volte mascherata, del nostro mondo materialista; eppure pochi se ne rendono conto poiché la loro intelligenza è "ottenebrata" a motivo dell'indurimento del loro cuore" (Ef. 4:18).
Se il "contestatore di questo secolo" ritiene pazzia la predicazione della croce è solo perché rifiuta deliberatamente di riconoscersi peccatore e si pone con orgoglio sullo stesso piano di Dio. Ma il fatto che Dio sia intervenuto per salvare l'uomo mandando il proprio Figlio a morire per i peccatori, non può essere ritenuto una cosa "assurda" nemmeno per la logica umana. Che un innocente accetti di subire la condanna al posto di un colpevole non è né illogico né irrazionale. E' un atto grandissimo di amore che chiunque può comprendere e apprezzare. Vi sono molte persone colte e intelligenti che, pur non avendo accettato il Signore come loro Salvatore, sono affascinate dall'opera di Cristo e, in genere, da tutta la rivelazione di Dio. Non per questo, però, saranno salvati poiché, come sappiamo, la sola adesione intellettuale alle cose di Dio senza la fede e senza che il cuore sia toccato non serve per ottenere la salvezza.
Questo è tanto più vero per noi credenti che siamo "rinnovati nello spirito della nostra mente" (Ef. 4:23). Se realizziamo nella pratica questo "rinnovamento" (Rom. 12:2) non ci conformeremo al mondo e offriremo i nostri corpi a Dio in sacrificio vivente. Questo ci permetterà di "conoscere per esperienza quale sia la volontà di Dio" e scoprire che essa è "buona, gradita e perfetta", e che non contrasta per niente contro la logica e l'intelligenza. Tutto quello che faremo e diremo seguendo la volontà del Signore non andrà mai contro il buon senso comune, né contro il buon gusto, né contro le norme più elementari del discernimento e della discrezione.
"Fratelli, non siate bambini quanto al ragionare; siate pur bambini quanto a malizia, ma quanto al ragionare siate uomini compiuti" (1 Cor. 14:20). "Io parlo come a persone intelligenti; - scrive Paolo ai Corinzi - giudicate voi su quello che dico" (10:15).
In questi ultimi decenni Satana ha sfoderato un'arma molto efficace, quella delle emozioni, perché sa bene che la sua influenza sull'essere umano, e quindi anche sul credente, è tanto più forte quando più questi si lascia trasportare da stimoli emotivi. Perdendo il freno e il controllo dell'intelligenza e del ragionamento si perde anche la direzione dello Spirito Santo per discernere il bene dal male, l'opera di Dio da quella del nemico. Paolo dice che Dio "ci ha dato uno Spirito di forza, d'amore e di autocontrollo (oppure: di sobrio buon senso)" (2 Tim. 1:7).
Ho conosciuto dei credenti che perdendo il controllo su se stessi sono stati talmente sopraffatti dalle emozioni da arrivare a un vero e proprio stato di "trans". Questa situazione psichica può sopraggiungere inaspettatamente, specialmente in persone con un temperamento "emotivo", o può essere ottenuta con particolari metodi, ben noti in altre culture, quali il ripetere per molto tempo una stessa frase, il cantare ripetutamente una stessa melodia, oppure con l'eccitazione collettiva. Ma la Parola di Dio non prevede queste cose e Dio non le può approvare.
In questo stato di trans, che nel campo religioso viene definito dagli studiosi "estasi mistica" o "trans estatico", la persona cade a terra, balbetta cose incomprensibili, oppure grida e si agita. I fenomeni dell'estasi mistica sono, sotto molti aspetti, simili a quelli conseguenti all'assunzione di droghe per quel senso di "beatitudine" che provocano, dovuto al momentaneo distacco della mente dalle cose reali e concrete della vita. Ma Dio non ha nulla a che fare con queste cose. La storia ci riferisce che fin dai tempi antichi questo fenomeno era ricercato e praticato in tutte le religioni pagane.
I credenti, con l'intelligenza rinnovata dallo Spirito Santo, non devono cadere in questo tranello del nemico. Le nostre emozioni vanno tenute a freno e controllate. Persino quando si trattava di parlare lingue straniere (il dono delle lingue) o di cantare dei cantici, l'apostolo Paolo insegnava un totale controllo dell'intelligenza: "Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l'intelligenza; salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l'intelligenza" (1 Cor. 14:14-15). E Paolo aggiunge: "Nella chiesa preferisco dire cinque parole intelligibili (lett. con la mia intelligenza) per istruire anche gli altri".
In questi ultimi tempi, in mezzo a una cristianità in crisi, in preda alla più grande confusione, abbiamo tutti bisogno di molto discernimento per identificare le opere del nemico che con molta astuzia, mascherato da angelo di luce, esercita la sua influenza nefasta e distruttrice.
Un cristianesimo intellettuale, freddo, formalista, senza un minimo di sentimento, non è certo quello che il Signore vuole. Ma è altrettanto pericoloso un cristianesimo fatto solo di emozioni e di trasporto, e che non ha, come fondamento, una buona conoscenza della Parola del Signore e dei suoi insegnamenti. Già Salomone scriveva: "Lo zelo senza conoscenza non è cosa buona" (Prov. 19:2).

Intelligenza e cuore vanno sempre insieme; intelligenza rischiarata dallo Spirito e cuore sensibile all'amore del Signore. Una buona conoscenza della Parola unita al calore e all'entusiasmo è un binomio imprescindibile per essere credibili quando parliamo agli altri della nostra gioia in Cristo, e per provare al Signore che tutto il nostro essere, raziocinio e sentimenti, è coinvolto per Lui.

di A. Apicella

domenica 28 dicembre 2014

Il libro dei ricordi di Dio

"Un libro è stato scritto davanti a Lui per conservare il ricordo di quelli che temono il SIGNORE e  rispettano il suo nome” (Malachia 3:16).       

Fa piacere a tutti essere ricordati. Gran parte delle imprese umane è fatta con questo scopo. Scritti, invenzioni, opere d'arte, monumenti, mantengono vivo il ricordo di grandi personaggi. Ma sono davvero tutti uomini "grandi" secondo il pensiero di Dio? Meritano davvero tutti di essere ricordati? La vita dissoluta e immorale di tanti artisti, le stragi compiute da condottieri e capi di stato, il rifiuto di Dio da parte della maggioranza di loro dovrebbe farli dimenticare al più presto e per sempre. Ma il mondo non può avere il metro di misura di Dio.
Gli Amalechiti erano una grande e potente nazione. Quando gli Israeliti, usciti dall'Egitto, dovettero attraversare il loro territorio, questi li contrastarono, piombando da dietro sui più deboli e stanchi, e "non ebbero alcun timore di Dio" (Deuteronomio 25:17-18). Allora Dio disse a Mosè: "Quando il Signore, il tuo Dio, ti avrà dato pace... cancellerai la memoria di Amalec sotto il cielo" (v. 19). La stessa sorte meritano tutti i nemici di Dio e del suo popolo di ogni tempo: "Signore, Dio nostro, altri signori fuori di te hanno dominato su di noi... quelli sono ombre e non risorgeranno più; tu li hai distrutti e ne hai fatto perire ogni ricordo" (Isaia 26:13).
Che vantaggio c'è ad essere ricordati in un mondo su cui incombe il giudizio di Dio, ma non comparire in quel libro che "è stato scritto davanti a Lui per conservare il ricordo di quelli che temono il SIGNORE e rispettano il suo nome"?
Ecclesiaste 9:15 racconta di un uomo "povero e saggio" che con la sua saggezza salvò la città assediata da potenti nemici. La Bibbia parla di lui, anche se il suo nome non è riportato, ma negli annali della storia umana il quell’uomo non compare. "Nessuno conservò il ricordo di quell'uomo povero".
Dio non dimentica i suoi fedeli, anche se, attraversando circostanze tragiche e dolorose, qualcuno può averlo pensato. Giuseppe, ingiustamente incarcerato, chiese al suo compagno di prigione, che stava per essere liberato: "Ricordati di me quando sarai felice... ti prego, parla di me al faraone e fammi uscire"; ma lui "non si ricordò di Giuseppe, e lo dimenticò" (Genesi 40:14 e 23). Dio però aveva in mano la situazione e non aveva perso di vista il suo servo fedele. "Colui che domanda ragione del sangue si ricorda dei miseri e non ne dimentica il grido" (Salmo 9:12)
Maria di Betania versò sul capo e sui piedi del Signore un profumo di gran prezzo. Per molti, anche per i discepoli, fu una perdita, uno spreco, un impiego sconsiderato. Un atto da dimenticare. Ma per il Signore, quella dimostrazione pubblica di quanto fosse stimato e apprezzato, quella testimonianza palese del valore che Egli aveva per lei e di quanto meritasse di ricevere da chi lo amava, non era da dimenticare. "In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà ricordato, in memoria di lei" (Marco 14:9).
"La memoria del giusto è in benedizione", scrive Salomone in Proverbi 10:7. Ricordarsi di coloro che il Signore ricorda edifica, incoraggia, stimola al bene. Il ricordo dei conduttori e di quale sia stata la fine della loro vita (Ebrei 13:7) sprona ad imitare la loro fede.
Il Signore Gesù è fondamentalmente dimenticato dal mondo. Il suo nome è escluso dai dibattiti e dalle conversazioni. Se circola ancora un po' nei nostri Paesi detti cristiani è però svuotato del suo significato profondo, sganciato dal suo sacrificio espiatorio e dai risultati eterni della sua opera. Ma ai suoi Egli dice, porgendo il pane e il calice: "Fate questo in memoria di me" (Lu. 22:19). "Al tuo nome, al tuo ricordo, anela l'anima" (Isaia 26:8). "Essi proclameranno il ricordo della tua gran bontà e canteranno con gioia la tua giustizia" (Salmo 145:7).

Credo che anche a noi credenti di oggi si rivolga l'esortazione del profeta: "Voi che destate il ricordo del Signore, non abbiate riposo" (Isaia 62:6)!

A. Apicella

sabato 27 dicembre 2014

Animali puri e impuri

Deuteronomio cap. 14

"Voi siete figliuoli dell'Eterno... Voi siete un
 popolo consacrato all'Eterno" (v. 1,2,21).

Dal v. 1-3 di Deuteronomio 14 si comprende che l'appartenenza a Dio non era solo una questione di scelta, di elezione. C'era un legame profondo, molto stretto, tra Dio e il suo popolo Israele: il legame che unisce un padre al proprio figlio. Anche noi siamo legati a Dio da un rapporto di figliolanza: siamo stati fatti "partecipi della natura divina" (2 Pietro 1:4), siamo "nati da Dio" (Giovanni 1:13), siamo tutti "figliuoli di Dio per la fede in Cristo Gesù" (Galati 3:26), abbiamo ricevuto lo Spirito di adozione per il quale gridiamo: Abba, Padre (Romani 8:15). Rapporto benedetto che implica grandissimi privilegi e che, ovviamente, comporta anche delle responsabilità. Prime fra tutte la "santificazione" personale e la "consacrazione", il separarsi dal male e il darsi interamente a Dio e al suo servizio, poiché per questo siamo stati eletti, ed è giusto che Egli possa portare a compimento la sua opera e i suoi progetti attraverso di noi.
Israele non doveva, per nessuna ragione, imitare le usanze dei popoli pagani: non farsi incisioni nel corpo, non radersi i peli (v.1), non farsi tonsure al capo né radersi i canti della barba (Levitico 21:5), perché era un popolo "santo", separato per Dio. A loro Dio diceva: "Santificatevi, dunque, e siate santi, perché io sono santo" (Lev. 20:26); e a noi che crediamo al Signore sono ripetute le stesse parole (1 Pietro 1:16).

Animali puri e impuri: cosa significa per noi? (v. 4-21)
Gli stranieri che abitavano in mezzo al popolo potevano mangiare di tutto, ma gli Ebrei no. Ogni bestia morta da sé (v. 21), così come quelle strangolate o uccise da belve o da rapaci, erano proibite. Ma c'era anche una distinzione da fare fra gli animali: i "puri" erano quelli che si potevano mangiare, gli "impuri" erano vietati. Mosè ne dà qui un elenco, con meno dettagli però di Levitico11:2-23.
E' chiaro che noi credenti siamo esentati da questi obblighi legali. 1 Timoteo 4:4 insegna che "tutto ciò che Dio ha creato è buono e nulla è da riprovare, se usato con rendimento di grazie". Possiamo dunque mangiare liberamente "tutto quello che si vende al macello, senza fare inchieste per motivo di coscienza" (1 Corinzi 10:25). Però possiamo trarre da questi ordinamenti delle lezioni spirituali di altissimo interesse.
A rendere puro o impuro un animale erano certe caratteristiche anatomiche e fisiologiche alle quali noi diamo un significato simbolico. L'unghia spartita, il piede forcuto, e la ruminazione erano caratteri necessari per rendere puri i mammiferi erbivori (v. 6). Le pinne e le squame (v. 9) rendevano puri i pesci. Per gli uccelli c'è semplicemente l'elenco di quelli proibiti che, in generale, erano i rapaci e i volatili che si nutrono di carogne. I rettili (in italiano: gli insetti) alati erano tutti impuri (v. 19). Erano anche proibiti i piccoli animali che strisciano e tutti i rettili (Lev. 11:29-31). All'Eterno si dovevano offrire solo animali puri, e fra questi solo quelli espressamente indicati dagli ordinamenti del culto.
La ruminazione è come una seconda digestione, un ripassare alimenti già utilizzati per trarne ulteriore nutrimento. E' quello che dobbiamo fare con la Parola di Dio: "mangiarla", come ha fatto il profeta Geremia che dice: "Tosto che ho trovato le tue parole, io le ho divorate; e le tue parole sono state la mia gioia, l'allegrezza del mio cuore" (15:16); e poi meditarla, ritornarci su, approfondirne gli aspetti che possono essere passati inosservati, per trarre da essa il maggiore vantaggio possibile. Questo aiuta anche a memorizzare i testi biblici, il che ha la sua importanza sia per noi stessi sia quando parliamo ad altri del Signore. "Beato l'uomo... il cui diletto è nella legge dell'Eterno, e su quella legge medita giorno e notte" (Salmo 1:2).
L'unghia spartita consente di allargare la superficie di appoggio del piede per poter camminare anche su terreni molli senza sprofondare. E' figura di un cammino stabile, sicuro, che non affonda nel fango del peccato. "Che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità ed onore, non dandosi a passioni di concupiscenza" (1 Tess. 4:5). "Ma il Signore è fedele, ed Egli vi renderà saldi e vi guarderà dal maligno" (2 Tess. 3:3).
Le scaglie dei pesci sono una protezione dagli agenti esterno e anche dagli attacchi dei nemici. Si può fare il parallelo con l'armatura di Efesini 6 che il Signore ci mette a disposizione ma che tocca a noi indossare. Le pinne danno rapidità e forza al nuoto, permettendo di andare anche contro corrente. Non dovrebbe essere questo il nostro procedere in questo mondo? "Non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati, mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio" (Romani 12:2).
Il rettile striscia sul terreno ed è figura di ciò che è mondano, attaccato alla terra. Il rettile "alato" raffigura un misto di "celeste" e di terreno, un connubio di due cose che non possono andare insieme. "Cercate le cose di sopra... fate morire le vostre membra che sono sulla terra" (Colossesi 3:1,5).


Ma qualcuno potrebbe chiedersi: è giusto cercare simboli e paralleli spirituali in quelle antiche prescrizioni? Possiamo dire di sì; Paolo l'ha fatto in 1 Corinzi 9:9-10 dove, proprio da un ordinamento di Deuteronomio 25:4 che riguarda i buoi, trae una lezione morale sui diritti dei servitori del Signore e sul comportamento dei cristiani nei loro confronti: "Difatti, nella legge di Mosè è scritto: «Non mettere la museruola al bue che trebbia il grano». Forse che Dio si dà pensiero dei buoi? O non dice così proprio per noi? Certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza e chi trebbia il grano deve trebbiarlo con la speranza di averne la sua parte.".

di A. Apicella

mercoledì 24 dicembre 2014

"Innalzato"

Tre volte, nel Vangelo di Giovanni, il Signore usa l'aggettivo "innalzato" (o "elevato") alludendo alla sua morte sulla croce. E questo può stupirci in quanto una simile espressione sembra più adatta a descrivere un onore, un riconoscimento, un'alta posizione, piuttosto che un'umiliazione come quella della crocifissione. Non per niente Giovanni, intuendo la difficoltà, ci tiene a precisare che il Signore "così diceva per significare di qual morte doveva morire" (12:33).

"In Filippesi 2:6-8 Paolo scrive che il Signore "annichilì se stesso prendendo forma di servo, e divenendo simile agli uomini; ed essendo trovato nell'esteriore come un uomo, abbassò  se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte della croce ".  Lui, il Messia, il vero re dei Giudei, non meritava certo una croce. Il popolo avrebbe dovuto accoglierlo a braccia aperte, portarlo in trionfo, acclamarlo con grida di gioia, farlo sedere in alto, al di sopra di tutti, su un trono di gloria. Invece, fu condannato a morte come un malfattore. La crocifissione fu un affronto orribile fatto alla sua santa Persona, un segnale evidente del disprezzo e dell'odio che covava nel cuore degli uomini nei confronti Dio.

 Nessun apostolo ha detto o scritto che Gesù è stato "innalzato" sulla croce. Invece, il giorno della Pentecoste, Pietro proclama ad alta voce, di fronte alle migliaia di Ebrei che si erano radunati, che "Gesù è stato esaltato (o innalzato; il termine è il medesimo nell'originale) alla destra di Dio" (Atti 2:33), e lo ripete nel discorso del cap. 5: "Iddio lo ha esaltato con la sua destra, costituendolo Principe e Salvatore" (v.31). E' vero. "Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome... affinché ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore" (Fil.2:9-11).

Eppure il Signore disse di Sé che sarebbe stato "innalzato", riferendosi alla sua morte in croce, e lo disse in tre occasioni precise e molto significative.


1. "Bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato" (Giovanni 3:14).

Nicodemo non aveva capito. L'idea di dover "nascere di nuovo" gli sembrava assurda. "Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel seno di sua madre e nascere?". Umanamente, l'obiezione era giustificata; ma il Signore parlava di un'altra "nascita", della quale non bisognava meravigliarsi in quanto sarebbe stata opera dello Spirito, una delle cose "celesti" (v.12) che la mente umana non può afferrare, ma che la fede riceve e accetta senza alcuna titubanza.

Ma come comprendere la nuova nascita senza conoscere prima la croce di Cristo? La croce di Cristo è alla base di tutta l'opera di Dio, perché solo la sua morte permette a Dio di perdonare l'uomo peccatore.  Nello stesso tempo, però, è anche l'unico fondamento della fede, perché nessuno sarà mai perdonato se non crede nel Cristo morto in croce per i suoi peccati.

Così, a un Nicodemo titubante che, in quanto dottore della legge avrebbe dovuto capire qualcosa ma in quanto uomo peccatore non poteva ancora  comprendere, il Signore anticipa il mistero della croce. "Bisogna" che il Figliuol dell'uomo sia innalzato. Dio non aveva altro mezzo. La sua morte era una necessità nel piano divino di grazia. Elevato, come lo fu il serpente nel deserto, fatto "peccato" per noi, Gesù Cristo ci libera dall'ira a venire. "Egli che non commise peccato, ha portato Egli stesso i nostri peccati nel suo corpo, sul legno" (1 Pietro 2:22-24).


2. "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che sono io" (Giovanni 8:28).

I Giudei non avevano capito. Non avevano capito che Gesù parlava del Padre (v.27) perché non volevano credere ch'Egli fosse il Cristo proceduto da Lui. La diatriba continua fra i capi dei Giudei e Cristo verteva proprio su questo fatto. Quaranta volte circa ritorna in questo Evangelo la frase "Colui che mi ha mandato" o espressioni equivalenti. E lo stesso Giovanni lo ribadisce nella sua Epistola: "In questo si è manifestato per noi l'amore di Dio: che Dio ha mandato il suo unigenito Figliuolo nel mondo affinché, per mezzo di Lui, vivessimo... In questo è l'amore: che Egli ha amato noi e ha mandato il suo Figliuolo per essere la propiziazione per i nostri peccati... E noi abbiamo veduto e testimoniamo che il Padre ha mandato il Figliuolo per essere il Salvatore del mondo" (1 Giov. 4:10:14).

Così, ai Giudei increduli che, in quanto depositari delle rivelazioni di Dio avrebbero dovuto comprendere, ma in quanto peccatori e ribelli non erano in grado di afferrare nulla del suo piano di salvezza, il Signore anticipa il mistero della croce. "Quando avrete innalzato il Figliuol dell'uomo, allora conoscerete che sono io  il Cristo". L'"Io sono", Colui che era, che è e che sarà, l'Eterno, si è fatto uomo per amore della sua creatura. Ma ci vuole la croce per capire. La croce è la chiave per conoscere i misteri di Dio. E solo la fede nella croce di Cristo rivela la grandezza del Salvatore, la sua provenienza celeste sebbene in un corpo di uomo, la deità di Colui  che è "sopra tutte le cose, Dio benedetto in eterno" (Rom. 9:5).


3. "E io, quando sarò innalzato dalla terra, trarrò tutti a me"                               (Giov.12:32).

La folla non aveva capito. C'era stata una voce dal cielo, e non era per il Signore, ma per loro (v. 30). Alcuni dicevano che un angelo gli aveva parlato, altri che era stato un tuono. Il Signore aveva insegnato che chi lo voleva servire doveva anche seguirlo, e il Padre l'avrebbe onorato. Ma seguirlo non era cosa da poco. Egli si rassomigliava a un "granello di frumento" (v. 24) che, caduto in terra, per portare molto frutto doveva morire. Seguire il Signore è prima di tutto morire con Lui. "Chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà in vita eterna" (v. 25). La prima tappa è la croce. E quando diceva "Io trarrò tutti a me" alludeva proprio a questo. Non c'è vita per noi se prima non c'è la morte. Non c'è il cielo se prima non c'è la croce. "Ora, se siamo morti con Cristo, noi crediamo che anche vivremo con Lui" (Rom. 6:8). "Voi moriste, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio" (Col. 3:3).

Ma come capire queste cose senza prima capire la croce di Cristo? Essa sola è la chiave per intendere quest'altro mistero, quello della nostra identificazione con Lui, nella sua morte, prima, e poi nella sua risurrezione. "Poiché, se siamo divenuti una stessa cosa con Lui per una morte somigliante alla sua, lo saremo anche per una risurrezione simile alla sua, sapendo questo: che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con Lui, affinché il corpo del peccato fosse annullato" (Rom. 6:5).

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"Innalzato". Soltanto perché, sulla croce, era di qualche metro più alto del suolo? Non credo. "Innalzato" perché, proprio nel più profondo abbassamento, la sua gloria ha brillato come non mai. Da parte sua, l'uomo, innalzando Cristo sulla croce, non intendeva certo esaltarlo; anzi, intendeva infliggergli il più infamante supplizio. Tuttavia la croce lo ha esaltato perché ha fatto risaltare tutta la grazia e l'amore del Signore, e del Padre che l'aveva mandato. Perché là, inchiodato su quel legno, attira Ancora oggi lo sguardo  stupefatto e ammirato di tutti i credenti.

Il Cristo che soffre e che muore non è un debole e nemmeno un vinto. "E' stato crocifisso per la sua debolezza" (2 Corinzi 13:4), nel senso che ha accettato volontariamente di non far valere i suoi diritti, di lasciarsi uccidere senza reagire, né come uomo, né come Dio. Ma proprio qui sta la sua grandezza e la sua forza. La forza dell'amore  che soffre ogni cosa e sopporta ogni cosa per quelli che ama. La grandezza del Dio creatore di tutte le cose che, con quell'atto supremo, vince il principe di questo mondo e libera i suoi prigionieri.


Il Signore sulla croce è dunque veramente "elevato". Elevato per noi che l'abbiamo conosciuto e lo amiamo. Elevato non per i ragionamenti e la logica umana, ma per la fede, la sola che può penetrare nella dimensione infinita dell'amore di Dio.  

A. Apicella