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Visualizzazione post con etichetta Meditazioni - J.P. Fuzier. Mostra tutti i post
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sabato 14 dicembre 2024

I pozzi di Isacco (4/4)

A Beer-Sceba

Dopo l’esperienza di Rehoboth, Isacco salì a Beer-Sceba, dove l’Eterno gli apparve confermandogli la promessa fatta ad Abrahamo, quand'egli fu giustificato per fede (Gen. 15:6): "Io sono teco e ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie". In quello stesso luogo Isacco poté, come suo padre, cercare un rapporto diretto con Dio tramite un sacrificio, e adorare: "Edificò quivi un altare e invocò il nome dell’Eterno". Ma per fede piantò anche lì la sua tenda, per abitare nella terra promessa, sebbene come forestiero e pellegrino.

Abrahamo, a suo tempo, aveva scavato nello stesso luogo un pozzo e vi aveva piantato un tamarindo, prendendo simbolicamente possesso di quella terra che Dio gli aveva promesso (21:33). E ora che i servi di Isacco hanno scavato il pozzo, Abimelec e Picol riappaiono, come ai tempi di Abrahamo, per rinnovare con il suo discendente un’alleanza di pace; perché “quando l’Eterno gradisce le vie di un uomo, riconcilia con lui anche i nemici” (Prov. 16:7). 

In quello stesso giorno i servitori di Isacco "gli vennero a dar notizia del pozzo che avevano scavato, dicendogli: Abbiamo trovato dell'acqua" (v.32). E Isacco chiamò quel pozzo “Sciba” (giuramento), usando praticamente lo stesso nome  nome che già Abrahamo aveva usato in simili circostanze: "Beer-Sceba" (pozzo del giuramento) (Gen. 21:31). Ma quel nome aveva sicuramente un altro senso, molto più profondo per il cuore e i pensieri di Isacco. A Beer-Sceba era disceso con suo padre dopo essere stato sul monte dell’Eterno dove avrebbe dovuto essere sacrificato. Fu là che l’Eterno aveva giurato per se stesso dicendo ad Abrahamo: “Io certo io ti benedirò.... e tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua progenie” (Gen. 22:15-18). Sicuramente Abrahamo, quando diede a Isacco "tutto quello che possedeva” (25:5), gli riferì anche le “due cose immutabili, nelle quali è impossibile che Dio abbia mentito” (Ebrei 6:18). Il nome "giuramento" che Isacco diede a questo pozzo sembra essere una chiara testimonianza al giuramento di Dio più che a quello con Abimelec.

Solo nel cielo conosceremo pienamente ogni cosa. Ma già l’epistola agli Ebrei ci mostra il Signore Gesù in cielo, "coronato di gloria e di onore", e noi abbiamo una “potente consolazione” considerando e contemplando per la fede Cristo "al di là della cortina", per noi certezza di salvezza e "àncora" della speranza, in quanto Egli è entrato nel cielo "come precursore": “E quando sarò andato e v’avrò preparato un luogo, tornerò e v’accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi” (Giov. 14:3).

Isacco a Beer-Sceba aveva dietro a sé le esperienze di Gherar, della contestazione, dell’inimicizia dei Filistei; ma anche la prova della grazia di Dio che gli aveva dato luoghi ampi; e, davanti a sé il bel paese promesso. Il nome della città è rimasto Beer-Sceba "fino al dì d'oggi", testimonianza che “i doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento” (Romani 11:29). Israele, infatti, amato grazie ai suoi padri, entrerà presto nel possesso delle benedizioni del nuovo patto, sotto il regno glorioso di Cristo.

Giunti ai “tempi difficili” che precedono l’apostasia finale, facciamo nostre le esperienze di Isacco: annunciamo il Vangelo agli uomini di questi ultimi giorni ma, nello stesso tempo, stiamone separati (2 Tim. 3:1-5). Porteremo sicuramente del frutto alla gloria di Dio e, rallegrandoci nella speranza e nelle sue promesse, potremo dire: “Amen; vieni Signore Gesù!”.

giovedì 12 dicembre 2024

I pozzi di Isacco (1/4)

Da Hebron a Lachai-Roi (Genesi 26, 15 a 33)


Dopo la morte di sua madre Sara, a Hebron, e di suo padre Abramo, sepolto accanto a lei nella spelonca di Macpela, Isacco dimorò presso il pozzo di Lachai- Roi (Genesi 25:11).

Questi due luoghi, Hebron e Lachai-Roi, ci mostrano il patriarca nel suo carattere di uomo "risuscitato" (Genesi 22:12,13), carattere che è anche il nostro per la fede in Cristo. Da Hebron, luogo di morte (23:2,19), Isacco si recò a Lachai-Roi presso il pozzo del "Vivente che si rivela (o "che mi vede", Genesi 17:14)”., e questa figura dell’Antico Testamento trova la sua applicazione nelle parole del Nuovo: ”Poiché voi moriste, e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio”. La Parola e lo Spirito, raffigurati dall'acqua del pozzo di Lachai-Roi, ci rivelano “Cristo, la vita nostra” (Colossesi 3:1-4).

Isacco proveniva da quel luogo quando, uscito nella campagna per meditare sul far della sera, aveva visto Rebecca venirgli incontro. Che bella scena! Essa ci ricorda quello che Paolo insegnava “per parola del Signore” (1 Tess. 4:15) sul glorioso momento in cui verremo rapiti per incontrare il Signore nell’aria ed essere per sempre con Lui.

Come quel pozzo aveva del valore per Isacco, la “parola del Signore” ha del valore per noi, e consola e sostiene i nostri cuori.


martedì 15 ottobre 2024

Aspettare in silenzio

Lamentazioni di Geremia 3:22 a 33


Le lamentazioni di Geremia sono l’espressione del dolore e dell’umiliazione di un uomo fedele che, pieno d’amore per il popolo di Dio, ne considera la rovina e la sofferenza.

Giuda e Gerusalemme erano nella prova, perché avevano abbandonato l’Eterno, sorgente delle acque vive, per scavarsi cisterne screpolate (Geremia 2:13). Anche a noi oggi può capitare la stessa cosa, anche se l'agire di Dio Padre nei nostri confronti, quando ci deve riprendere, non riveste la stessa forma che vediamo nell'Antico Testamento riguardo Giuda e Gerusalemme.

Il profeta Geremia piangeva a causa della rovina della figlia del suo popolo (Lamentazioni 2:11) e anche l’apostolo Paolo era assillato ogni giorno dalle preoccupazioni che gli venivano da tutte le chiese (2 Corinzi 11:28). Era un gran lavoro il suo: sopportare le infermità dei deboli, prestare continuamente attenzione ai lamenti di quelli che si sentono offesi, correggere gli errori di alcuni, combattere per la verità contro falsi fratelli; dev'essere stata un'esperienza sfibrante. 

Come non provare anche noi tristezza e umiliazione a causa dello stato di rovina della cristianità e della debolezza della Chiesa?


Afflizioni, amarezza, esilio (3:1-20)

Il capitolo centrale del libro è e quello in cui il profeta esprime il suo dolore con maggior intensità (*). 

Le sue sofferenze fisiche e soprattutto morali sono il motivo del primo terzo di questo capitolo 3. "Io sono l'uomo che ha visto l'afflizione sotto la verga del suo furore...Contro di me, di nuovo, volge la sua mano... Anche quando grido e chiamo aiuto Egli chiude l'accesso alla mia preghiera (vedere Salmo 22:2)".

Dio s’è servito delle esperienze del profeta per farci un poco comprendere quanto grandi siano state le sofferenze di Cristo e la sua angoscia. In questi versetti, come in tanti altri passi profetici, Dio ci fa avvicinare, sebbene nella nostra misura limitata, a questo mistero insondabile, per farci anche afferrare maggiormente la grandezza e la perfezione del nostro Salvatore e della sua opera, di lui "che ci ama, e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue" (Apocalisse 1:6). 

Ma questi versetti, a parte il loro aspetto profetico, possono essere applicati alle sofferenze di qualunque persona pia, in ogni tempo. Quanto è prezioso allora, nel momento più profondo dell'angoscia, quando l’anima è abbattuta al ricordo delle prove, ricordarsi della bontà del Signore e delle sue compassioni. "


Le bontà dell’Eterno (v. 22-24)

I versetti da 22 a 33 si trovano al centro stesso del libro. Possiamo dire che ne sono il cuore, perché parlano della bontà di Dio, delle sue compassioni, della sua fedeltà.. "Le sue compassioni non sono esaurite, si rinnovano ogni mattina. Grande è la tua fedeltà... Il Signore è buono con quelli che sperano in lui" (v. 23-25).

Geremia confessava lo stato di rovina e d’infedeltà del suo popolo e soffriva a causa del disonore che ne veniva al nome dell’Eterno. Perché allora questo popolo non era stato distrutto? Il profeta afflitto ha trovato la risposta nel cuore di Dio: "E' una grazia del Signore che non siamo stati completamente distrutti" (v. 22); questo lui voleva richiamare alla sua mente, questo lo faceva sperare (v. 21). Dio interviene sempre con le sue inesauribili compassioni verso i suoi che gridano a lui per avere soccorso, e lo fa in grazia. 

Questa sarà anche l'esperienza del rimanente fedele d'Israele al tempo della fine, durante la grande

tribolazione. "La bontà dell’Eterno è senza fine per quelli che lo temono” (Salmo 103:17).

Che cosa ci rimane, nei tempi difficili che stiamo attraversando, se non l'amore e le compassioni del nostro Padre? Davide diceva: “Al mattino ti offro la mia preghiera e attendo” (Salmo 5:3).

In seguito Geremia dice che la sorgente della sua speranza è nel Signore: “L’Eterno è la mia parte”. Era anche quella del salmista e del Signore Gesù quand'era uomo quaggiù: "L’Eterno è la mia parte di eredità e il mio calice" (Salmo 16:5).  Se nel nostro cammino dobbiamo attraversare la valle di Baca – valle dei pianti (Salmo 84:5-6) – Dio ci dà sempre motivo di lodarlo. Quelli che trovano in lui la loro forza, che hanno a cuore le vie del santuario, "la trasformano in luogo di fonti e la pioggia d'autunno la ricopre di benedizioni".


Aspettare in silenzio (v. 25)

Il profeta può ora parlarci di una cosa buona: Aspettare in silenzio la salvezza dell’Eterno. Giacomo scrive: "Ecco, noi definiamo felici quelli che hanno sofferto pazientemente" (5:11). Ma l’attesa paziente e fiduciosa non è una rassegnazione passiva. Se siamo sottoposti ad una prova della nostra fede, questo fa parte delle vie di Dio riguardo ai suoi. Dio desidera che la costanza nella prova "compia pienamente l'opera sua", affinché siamo "perfetti e completi, di nulla mancanti" (1:4). E in questo abbiamo bisogno di quella "saggezza che scende dall'alto", qualità è indispensabile per essere preservati da ogni azione affrettata e incompatibile con la pazienza della fede.

Anche il silenzio di cui parla Geremia (3:26) va di pari passo col sentimento di essere sotto la disciplina del Signore. Il fedele, nella prova, cerca il Signore e davanti a lui espone la sua preghiera umilmente, come a bassa voce (Isaia 26:16). Quanti turbamenti si eviterebbero nelle assemblee se sapessimo esporre solo al Signore, "in segreto", gli esercizi dei nostri cuori e le sofferenze che proviamo! Avremmo aspettato con pazienza la liberazione del Signore, invece di ritardarla con la nostra agitazione.

Il Residuo giudeo, un giorno, davanti all’apostasia ed alla potenza spiegata da Satana, si volgerà a Colui che è la salvezza e dirà, secondo l’espressione profetica di Giacobbe: "Io aspetto la tua salvezza, o Eterno!" (Genesi 49:18). Oggi la nostra risorsa consiste nell’esporre le nostre richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti.

E’ bene per l’uomo portare il giogo nella sua giovinezza (v. 27).

Pensiamo a Samuele e a Timoteo (1 Sam. 2:11, 18, 26; 2 Tim. 3:14, 15). Il loro esempio ci fa vedere che il giogo del Signore consiste nell’imparare da lui, nell’ascoltare e serbare la sua Parola, nel sottomettersi alla sua volontà. Consiste nel camminare al suo fianco, al suo passo, percorrendo il suo stesso sentiero. E questo, possiamo aggiungere con l'Ecclesiaste, "prima che vengano i cattivi giorni e giungano gli anni dei quali dirai: Io non ci ho più alcun piacere” (12:1, 3). 


"Se affligge ha pure compassione, secondo la sua immensa bontà" (v. 32)

E’ l’ultima menzione della bontà del Signore in questo capitolo. Siamo consolati nel sentir dire dal profeta: "Non è volentieri che egli umilia e affligge i figli dell'uomo" (v. 33). "E’ stato un bene per me l’afflizione subita", dice il salmista (Salmo 119:71, 75), riconoscendo la saggezza e bontà di Dio nell’esercizio di una disciplina che è, al presente, un motivo di tristezza, ma che produce poi "un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa" (Ebrei 12:11),

"Il nostro Dio… compia con potenza ogni vostro buon desiderio e l’opera della vostra fede, in modo che il nome del nostro Signor Gesù sia glorificato in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo” (2 Tess. 1:11, 12).

J.P. Fuzier