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domenica 5 ottobre 2025

La vergogna: un sentimento da imparare (3/4)

Quello che iniziò con un semplice “buon proposito” di alcuni uomini finì per essere il lavoro della maggior parte del popolo perché “il popolo aveva preso a cuore il lavoro” (Neemia 4:6). Cinquantadue giorni bastarono a ricostruire le mura di Gerusalemme (6:15) ed a togliere la vergogna. Cinquantadue giorni passati a far “rivivere delle pietre sepolte sotto mucchi di polvere e consumate dal fuoco” (4:2) suscitando l’indignazione dei nemici che cercarono, fin da subito e con ogni mezzo, di ostacolare il lavoro di Neemia. Guardiamoci intorno e se non vediamo mura distrutte intorno a noi vuol dire che abbiamo veramente poco a cuore gli interessi delle nostre assemblee. Il nemico ha lavorato per far danni e ci è riuscito benissimo procurando gravi danni e, fin troppo spesso, non abbiamo realizzato che “per la pigrizia sprofonda il soffitto; per la rilassatezza delle mani piove in casa!” (Ecclesiaste 10:18). Questa pigrizia e questa rilassatezza ci dovrebbero far vergognare esattamente quanto lo stato stesso delle cose. Possibile che non vi sia un Neemia in mezzo a noi? Veramente non c’è nessuno che con qualche buon proposito sappia incitare altri a mettere mano a tutti quei servizi che ci toglierebbero dalla vergogna? 

Nei Salmi e nei profeti la vergogna è, generalmente, messa in evidenza come il sentimento che caratterizza sia lo stato del popolo davanti a Dio dopo aver preso coscienza del proprio peccato sia quello che sarà lo stato dei nemici quando Israele sarà ritornato a Dio. Nel Salmo 44 i figli di Core esprimono la consapevolezza che Dio salverà Israele dai suoi nemici: “sei Tu che ci salvi dai nostri nemici e copri di vergogna quelli che ci odiano” (8) ma subito dopo esprimono la consapevolezza che, allo stato attuale, sono loro che sono “respinti e coperti di vergogna” (9) ed esprimendo il sentimento del popolo affermano: “il mio disonore mi sta sempre davanti, la vergogna mi copre la faccia” (15). Quanto ci dice questo Salmo deve farci riflettere. In realtà dovrebbero essere i nostri nemici, gli uomini di questo mondo, che dovrebbero provare vergogna del loro comportamento ma questo non è possibile se i credenti, a causa della loro condotta, sono i primi ad essere “coperti di vergogna”. Quand’è che il fedele non ha niente di cui vergognarsi? “Non dovrò vergognarmi quando considererò tutti i tuoi comandamenti”, quando “parlerò delle tue testimonianze davanti ai re e non avrò da vergognarmi” (Salmo 119:6, 46). Israele conoscerà questo stato di vergogna a causa del suo peccato: “Noi abbiamo la nostra vergogna come giaciglio … poiché abbiamo peccato contro il SIGNORE, … non abbiamo dato ascolto alla voce del SIGNORE, il nostro Dio” (Geremia 3:25). Ma arriverà il momento, in cui ritornati al loro Dio mangeranno a sazietà, loderanno il nome dell’Eterno, conosceranno che Dio è in mezzo a loro e potranno dire: “il mio popolo non sarà mai più coperto di vergogna” (Gioele 2:26/27). Se da un lato abbiamo di che vergognarci davanti al mondo per il nostro stato di allontanamento da Dio, dall’altro questi passi ci mostrano che se riconosciamo la nostra condizione, Dio interverrà e saremo messi in grado di trovare nutrimento ed argomenti di lode, e la comunione con Dio sarà ristabilita.

Nel libro dei Proverbi la vergogna è spesso messa in relazione con il rapporto familiare. Di chi commette adulterio è detto che “la sua vergogna non sarà mai cancellata” (Proverbi 6:32/33). Una moglie virtuosa, che dovrebbe essere “la corona del marito” può essere, al contrario, una che fa vergogna ed essergli così “un tarlo nelle ossa” (12:24). “Il figlio che fa vergogna” porta disonore all’intera famiglia perché “rovina suo padre e scaccia sia madre” (19:26). Nel rapporto con i figli l’accento è messo sulla correzione che deve essere esercitata su di loro. I figli non devono essere lasciati a sé stessi perché attraverso la “la verga e la riprensione” troveranno la saggezza e non faranno “vergogna a sua madre” (29:15). I figli possono rifiutare questa correzione e troveranno nel loro cammino “miseria e vergogna”, ma quello che “dà retta alla riprensione è onorato” (13:18).


(segue)


sabato 4 ottobre 2025

La vergogna: un sentimento da imparare (2/4)

Ora che la questione eterna è risolta rimane però la vita cristiana nella quale, la condizione ottimale, è quella di essere obbedienti a ciò che Dio dice nella Sua Parola se non vogliamo imbatterci in quella che è la disciplina del Padre verso i figli che disobbediscono. È la condizione stessa di figli che ci impone l’obbedienza perché, se fossimo esclusi da quella condizione allora saremmo “bastardi e non figli” (Ebrei 12:8). Anche nel servizio cristiano dobbiamo presentare noi stessi davanti “a Dio come un uomo approvato, un operaio che non abbia di che vergognarsi” (2 Timoteo 2:15). Il nostro servizio deve essere compiuto facendo in ogni cosa la volontà del Signore affinché, come dice Giovanni: “quand'Egli apparirà, possiamo aver fiducia e alla Sua venuta non siamo costretti a ritirarci da lui, coperti di vergogna” (1 Giovanni 2:28).

L’epistola agli Ebrei ci dice due cose meravigliose. La prima è che il Signore non si vergogna di chiamarci fratelli (2:11) l’altra è che Dio non si vergogna di essere chiamato il nostro Dio (11:16). Questo dovrebbe spingerci, come cristiani, a non vergognarci di esserlo anche se questo potrà portare a delle sofferenze a causa della testimonianza che rendiamo in questo mondo (1 Pietro 4:6).

Uno degli scopi di Satana è quello di coprire di vergogna coloro che sono dalla parte di Dio, il suo popolo. Nell’Antico Testamento potremmo citare l’esempio di Goliath (1 Samuele 17) dove a più riprese ci viene detto che l’atteggiamento di sfida era quello di “coprire di vergogna” Israele (25/26, 36). La paura di affrontare il gigante e la poca fede nell’Eterno di Saul e del suo esercito, erano tutti atteggiamenti che avrebbero dovuto fare vergogna a Israele. Davide però ha le idee chiare. Non è più tollerabile che il nemico si comporti così. Con la certezza della vittoria che solo Dio gli può dare affronta il nemico riportando la sua vittoria personale ma che coinvolge tutto il popolo. Il nemico non è cambiato, ci sfida ogni giorno e, molto spesso, preferiamo rimanere inerti che affrontare con fede i nostri giganti. Questo è un comportamento che dovrebbe farci vergognare. Possibile che in mezzo ai Suoi non ci sia un Davide? Possibile che non si riesca a fare come lui? Fuggire in battaglia è, per un soldato, un atteggiamento vergognoso (cfr. 2 Samuele 19:3) che non dovrebbe mai caratterizzarci.

Anche la rovina della città di Dio, Gerusalemme, era per Neemia una vergogna e questo generò in lui un desiderio di cambiare la situazione e restituire a quella città se non lo splendore dei giorni del re Salomone almeno quello che era giusto per riscattarla da quella misera condizione. “Allora dissi loro: "Voi vedete in che misera condizione ci troviamo; Gerusalemme è distrutta e le sue porte sono consumate dal fuoco! Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme, e non saremo più nella vergogna!”. La risposta fu immediata: “Quelli risposero: “Sbrighiamoci e mettiamoci a costruire!” E si fecero coraggio con questo buon proposito” (Neemia 2:17/18). Quello che Neemia forse non sapeva era che c’erano in mezzo al popolo tanti altri come lui che non sopportavano più di vedere Gerusalemme distrutta e che, come lui, vedevano la “misera condizione” in cui essa era. Forse nessuno di loro trovava l’ardire di muovere il primo passo ma bastarono poche parole per prendere coraggio.


venerdì 3 ottobre 2025

La vergogna: un sentimento da imparare (1/4)

Se cerchiamo la definizione della parola vergogna sul dizionario troveremo che questo termine definisce “il profondo turbamento che ci assale quando ci rendiamo conto di aver agito o parlato in maniera riprovevole o disonorevole”. Troveremo anche che “la vergogna è un’emozione che accompagna l’autovalutazione di un fallimento totale in rapporto alle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri. È il rendersi conto di aver fatto qualcosa per cui possiamo essere considerati dagli altri in maniera totalmente opposta rispetto a quello che avremmo desiderato”. 

A volte si prova anche dell’imbarazzo, ma questo, a differenza della vergogna, “lo si sperimenta esclusivamente in presenza degli altri mentre possiamo provare vergogna quando siamo soli e anche per un lungo periodo. Inoltre, l’imbarazzo può manifestarsi quando si infrangono delle regole che non necessariamente sono condivise da altri mentre la vergogna è il segnale della rottura di regole di condotta alle quali si aderisce”.

Affrontiamo questo sentimento così come ci viene descritto nella Parola per scoprire quello di cui dovremmo veramente vergognarci non solo davanti agli uomini ma, soprattutto, davanti a Dio.

Quando Adamo ed Eva ebbero preso e mangiato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male “s’accorsero che erano nudi”, si fecero delle cinture con delle foglie di fico e “si nascosero dalla presenza di Dio” (Genesi 3:6/8). Fu questa la prima reazione nel prendere coscienza di cosa era avvenuto in loro a causa della disobbedienza alla parola di Dio. Fu un sentimento che non avevano mai provato: la vergogna di scoprire come realmente erano (cfr. 2:25) e che la loro coscienza, che aveva preso ad agire in loro, gli faceva provare per la prima volta. Non solo scoprirono come erano realmente vergognandosene, ma ebbero anche paura delle conseguenze: “ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto” (10). 

Tutto ciò che il primo uomo ha saputo fare nel provare la vergogna di stare davanti a Dio è stato cercare prima un rimedio umano e poi evitare lo sguardo di Dio su di Lui. Queste cose però non sono servite a niente e la voce di Dio che si fa udire provoca nell’uomo la consapevolezza dell’inadeguatezza dei propri mezzi per sfuggire alla realtà. È così di ogni uomo. Se non prova vergogna del proprio stato e la paura dell’inevitabile giudizio divino non potrà sperimentare l’amore di Dio che risponde ai suoi bisogni e che è manifestato nel provvedere il rimedio: il sacrificio di Cristo, qui tipificato nelle “nelle tuniche di pelle” (21). Questa prima volta in cui l’uomo prova vergogna mette in evidenza il motivo principale per il quale dovremmo provare questo sentimento: il peccato. Questo sentimento è stato provato e riconosciuto da tutti i veri credenti. Si sono sentiti mancanti davanti a Dio e provando vergogna per quello che erano, hanno accettato quello che Dio offriva come rimedio alla loro condizione. 


(segue)


domenica 27 marzo 2016

Apparenze salvate - 2 Samuele 11:14/27

La strategia di Davide per riordinare le cose dopo l’adulterio è fallita. Occorre pensare ad un'altra,  ma anche questa finirà per aggiungere un peccato all’altro: l’omicidio all’adulterio.
Tutto viene portato a termine con la complicità di Joab e delle circostanze e l’apparenza, almeno in un primo momento, viene salvata.

Tra Davide e Joab la connivenza  è completa. Il generale prevede la reazione del re quando il messaggero riporterà la tattica pericolosa usata per la battaglia (20/21), ma l’argomento decisivo per calmare il re si riassume in poche parole: “Uria, l’Ittita è morto” (21). Davide concluderà questa scena tranquillizzando il generale con una parola consolante parlando della cosa come di qualcosa di accidentale quanto di inevitabile.

Anche Bat-Sceba piangerà il marito (26) in un lutto di convenienza verso colui che è morto a causa sua. Ella piange la perdita del marito, ma non una sola lacrima è versata per il suo peccato. Finito i giorni del lutto Davide la prenderà per moglie (27) e, anche in questo caso, all’apparenza tutto sembrerà essere a posto.

Che quadro terribile! Come ha potuto il re Davide, il dolce salmista di Israele, essersi lasciato cadere così in basso? Un po’ d’indolenza, uno sguardo di troppo sono stati i primi anelli di una catena che lo hanno portato in questo stato.

Il racconto di questa vicenda termina con parole solenni: “quello che Davide aveva fatto dispiacque al SIGNORE” (27). Potrà Dio passar sopra al peccato del suo servo? No! Dio interverrà e la voce del profeta Natan si farà presto udire.

Se Dio ha voluto che questa triste pagina della storia di Davide arrivasse fino a noi la cosa deve farci riflettere. Se un grande servitore di Dio come Davide è caduto nel peccato quanto più, ciascuno di noi, deve vegliare sulla propria vita! Chiediamo al Signore di renderci sempre più vigilanti ed attivi per non cadere in una delle mille trappole che Satana ci tende sul cammino (1 Pt 5:8 – 2 Co 11:4).


D.C.

sabato 26 marzo 2016

Uno sguardo in una notte insonne - 2 Samuele 11:1/13

Non possiamo che essere profondamente impressionati nel leggere una pagina così triste della vita di Davide. In essa troviamo tutta la debolezza della carne, ma anche tutte le cure del favore divino e lo sviluppo di tutta la grazia per il suo ristabilimento.

Per Davide sarà sufficiente un’occasione favorevole, “un malvagio pensiero” che viene dal cuore naturale (Mr 7:21), perché il seme della concupiscenza degli occhi produca in lui adulterio, ipocrisia, menzogna e omicidio con tutte le conseguenze che questo comporterà.

G  Una sera insonne
Mentre il suo esercito è impegnato nella guerra il re rimane a casa. Ha preferito non essere impegnato alla testa dei suoi uomini, delegando a qualcun altro la responsabilità del comando.
Ma ecco che uno sguardo in una notte insonne gli sarà fatale.
Questo momento di pigrizia e di inattività ha reso la sua vigilanza più vulnerabile. La concupiscenza degli occhi lascia presto il posto all’adulterio che darà a Davide un piacere effimero della durata di una notte, ma che pagherà a caro prezzo per tutto il resto della vita benché la grazia lo ristabilirà nella comunione con Dio.

G  Uria l’Ittita
A fronte di un re che non fa il proprio dovere Uria, il marito di Bat-Sceba, è un vero soldato. Consapevole delle privazioni che l’esercito e l’Arca (11) passano in quel momento, rifiuta ogni privilegio, se pur temporaneo, rifiutando il piacere momentaneo che quella circostanza gli potrebbe concedere.
Davide cercherà, offrendogli dei regali (8) e intrattenendolo alla sua mensa (13), di offuscare in ogni modo il suo giudizio senza riuscirvi.
La fedeltà di Uria è messa a dura prova, ma egli sa resistere perché il suo pensiero è per il popolo e l’Arca.

G  Contrasti
Come brillano i caratteri morali e la condotta di Uria che fanno di lui un “valoroso guerriero” (23:39), in contrasto alla condotta colpevole di Davide.
Davide si era dispiaciuto di vedere l’Arca in una tenda (7:2), ma ora il suo cuore è occupato di altro ed è Uria che riprende questo pensiero (11), ma forse con molta più consacrazione. Il Signore ci dia di assomigliargli.


D.C.

sabato 12 marzo 2016

“Fa come hai detto” - 2 Samuele 7:18:29

Davide aveva voluto fare qualcosa per Dio, ma la risposta che gli era stata data era: “sono stato io che ho fatto tutto per te”. Che grande lezione da imparare anche per ciascuno di noi!È Dio che si è occupato del nostro passato e del nostro futuro (9) così come del nostro presente (Ge 28:15) e veramente possiamo dire con Paolo: “quanto in scrutabili sono i tuoi giudizi e ininvestigabili le tue vie!” (Ro 11:33). Che cosa resta a Davide se non chiedersi: “Chi sono io … perché tu mi abbia fatto arrivare a, questo punto?” (18) e ringraziare semplicemente per tutto ciò che ha ricevuto. Davide si presenta davanti al SIGNORE (18) proprio come può farlo oggi ogni credente, con quella tranquilla sicurezza di avere il diritto di trovarsi lì per godervi il riposo e le benedizioni divine. Chi sono io … e cos’è la mia casa”. Né Davide un semplice pastore (8) né Israele tratto dall’Egitto (6) hanno dei diritti o dei meriti propri per occupare una tale posizione. Solo la grazia ha potuto far arrivare entrambi “fino a questo punto” e la preghiera di Davide, espressione di una perfetta comunione  si riassume nelle parole: “fa come hai detto” (25). Le parole di Davide esprimono riposo, gioia e riconoscenza. Ora il suo parlare non è più: “io abito .. io farò …” ma: “tu conosci il tuo servo” (20). Se in passato è stato benedetto sa che il futuro che lo attende sarà migliore (19). Sa che la sorgente di tutto è il cuore di Dio (21) e alla lode ed alla riconoscenza si aggiunge la preghiera che si fonda sulle promesse divine (27) alle quali egli si aggrappa saldamente (29). Le parole scritte da Davide nel Salmo 23 ben si adattano a questo momento della sua vita: “… nulla mi manca … Egli mi fa riposare … mi guida … mi ristora  … mi conduce …  la mia coppa trabocca … e io abiterò nella casa del SIGNORE per lunghi giorni”.

D.C.


lunedì 29 febbraio 2016

Una buona intenzione - 2 Samuele 7:1/17

Il re Davide che vive in un bel palazzo di cedro ha timore di lasciare l’Arca sotto una semplice tenda (2). È sicuramente un nobile sentimento nel cuore di questo re che si sente particolarmente benedetto da Dio.

Tutti noi, che spesso abbiamo una vita agiata e comoda, non dovremmo dimenticare che il nostro Signore ha attraversato questo mondo come un pellegrino che non aveva un luogo dove posare il capo (Mt 8:20)

G   Il proposito di Davide e la volontà di Dio
Considerando la sua casa, Davide si propone di edificarne una degna di quel Dio che lo ha così grandemente benedetto.
Benché questo pensiero provenga sicuramente dal cuore e sia approvato anche dal profeta Natan (3) non rientra nei disegni di Dio.

Dio, allora, interviene e parla al cuore di Davide dimostrandogli, prima di tutto, il Suo carattere di “pellegrino” facendogli notare che aveva sempre “viaggiato sotto una tenda” (6), “ora qua ora là, in mezzo ai figli d’Israele” e che lo aveva fatto volontariamente senza chiedere mai niente di più (7). Una posizione presa per condividere in grazia la sorte del Suo popolo in vista di un riposo che era ancora futuro.

Dio parla a Davide ricordandogli il passato pieno di grazia nei suoi confronti (8/9a) e gli anticipa un futuro di gloria  per la sua discendenza (9b/16).

Sarà suo figlio Salomone che costruirà il Tempio a Gerusalemme, ma le parole: “Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio” (14), citate in Ebrei 1:5 provano che questo re, il figlio di Davide, è, profeticamente, il Signore Gesù, il Figlio di Dio. Di Lui solo può essere dichiarato che il Suo regno è “per sempre” (16) e, tanto le benedizioni individuali (8/9), quanto quelle collettive (10) trovano tutte la loro sorgente nell’incomparabile persona del Signore Gesù.


D.C.

martedì 26 gennaio 2016

Trasportare l’Arca - 2 Samuele 6:1/23

Leggendo questo capitolo possiamo ricavare un grande principio: un servizio compiuto per il Signore, anche se lo scopo è secondo la Sua volontà, diventa inutile, se viene compiuto in modo sconveniente usando mezzi e modi disapprovati dalla Parola di Dio.

L’Arca era già stata trasportata in precedenza su un carro, ma dai Filistei (1 Sa 6:7) che non potevano conoscere la volontà di Dio al riguardo, ma Davide avrebbe dovuto sapere che L’Arca doveva essere trasportata dai Leviti e portata tramite le apposite stanghe e non su un carro.
Ciò che Dio permette al mondo, nell’ignoranza, non lo permette ai credenti che conoscono la Sua volontà.

G   Il carro
Alla colpevole ignoranza di Davide si aggiunge la negligenza dei Leviti, i quali avrebbero dovuto avvertire il re e fermarlo nel suo proposito.
L’Arca era costruita in modo tale da essere portata tramite le stanghe (Es 25:10/16), dunque, non sarebbe servito un carro, opera della mano dell’uomo.
Inoltre, due uomini sono necessari per guidare il carro (3) mentre le vacche dei Filistei trovarono da sole la strada da seguire per riportare in terra d’Israele l’Arca (1 Sa 6:12).
Questo c’insegna che nel dominio spirituale tutti i servizi, anche se sono ben organizzati, forse con sincerità ed applicazione, ma senza direzione dello Spirito Santo, non incontrano l’approvazione di Dio perché anche se vi è una certa gioia, i mezzi sono umani e non spirituali.

G   La leggerezza di Uzza
Vedendo il carro traballare col rischio di far cadere l’Arca, Uzza interviene per sorreggerla, ma l’Arca non avrebbe mai dovuto essere toccata da mano d’uomo neppure da quella dei sacerdoti (Nu 4:15).
La morte è il risultato della sua disobbedienza ed il giudizio di Dio può sembrare particolarmente severo, ma nessun uomo può permettersi di giudicare i pensieri di Dio che mantiene da solo i diritti della Sua maestà. Nessuno può “aiutare” Dio neppure con i migliori sentimenti.

G   Una lezione per noi
Da questo episodio possiamo imparare che tutte le nostre intenzioni, anche quelle che possono essere le migliori, prima devono essere esaminate alla luce della Parola di Dio, perché una “buona intenzione” non può scusare un’ignoranza colpevole dei pensieri di Dio.
Davide ha imparato la lezione e, tre mesi dopo (11), i Leviti trasportarono l’Arca (1 Cr 15:2) per collocarla “al suo posto” (17).

Il Signore dia a ciascuno di noi di fare ogni cosa secondo la Sua volontà.


D.C.

domenica 3 gennaio 2016

Certezze! - Romani 8:31/39

La conoscenza dello sviluppo dei consigli eterni di Dio lasciano il credente senza parole. Tutte le domande che si pone trovano una piena e perfetta risposta.

G  Domande e risposte!
Quale dei suoi nemici oserebbe toccarlo? Nessuno perché Dio è per lui (31).
Chi oserà accusarlo? Nessuno perché Dio lo giustifica (33) e, il solo che potrebbe condannarlo, Cristo, è Colui che è il suo sovrano intercessore (34).
Cosa potrebbe rifiutargli quel Dio che ha fatto del Suo Figlio il più grande dei Suoi doni? Niente, anzi “con Lui”, gli donerà ogni cosa (32).
Chi potrà separarlo dall’amore di Cristo? Niente e nessuno! (35) e dall’amore di Dio? ancora una volta: niente e nessuno (39)!

G  “In tutte queste cose”
Il credente che ha compreso che “tutte le cose cooperano al bene” (28) trova che “tutte queste cose” gli permettono di sperimentare questo amore, che, altrimenti, non potrebbe conoscere e realizzare nella propria vita.
La prova può assumere molti aspetti sia fisici (35), sia invisibili (38), ma in ciascuno di essi la svariata grazia di Dio si esprime in modo efficiente  e completo. Ad ogni aspetto della prova corrisponderà una forma personale del Suo amore e, quando prenderà fine il nostro soggiorno terreno con tutte le sue pene, resteremo per l’eternità gli oggetti dell’amore di Dio.

G  “Io sono persuaso”
Ogni credente che legge e medita queste cose non può che rimanere ammirato di quanto Dio ha fatto ed è per lui, ma una cosa è sapere queste cose altra è realizzarle nella vita. Tutti i riscattati sono messi a beneficio della bontà di Dio (Salmo 31:19/20), ma quella convinzione che permette di non mormorare o di non scoraggiarsi è la parte solo di coloro che hanno compreso, come Paolo, che Dio è tutto per loro. Essi vedono al di là della prova dove c’è un Dio fedele e pieno d’amore che si prende cura di loro. È come se, in un giorno di pioggia, riuscissero a vedere il sole al di là delle nuvole nere. Che importa se sono bagnati, quel sole è quello che li asciuga!


D.C.

sabato 2 gennaio 2016

In mezzo alle sofferenze - Romani 8:18/30

Su questa terra, contaminata dal peccato, regnano l’ingiustizia, la sofferenza e la paura. È l’uomo che ha assoggettato tutta la creazione alla “vanità” (20) ed alla “schiavitù della corruzione” (21), ma tutti i sospiri degli oppressi salgono verso Dio, il grande Giudice (La 3:34/36).

G  Anche noi” (23)
Anche noi credenti sospiriamo nel “corpo della nostra umiliazione” (Fl 3:21), avvertiamo il peccato che ci circonda e che ci porta costantemente a giudicare noi stessi (Ro 8:13) ed è a causa di questo stato di cose che realizziamo la nostra debolezza che spesso ci porta a non sapere come pregare o cosa chiedere (26).
Tuttavia il credente ha la consapevolezza di avere “le primizie dello Spirito” (23) ed il Suo aiuto quando intercede in nostro favore in un linguaggio che Dio comprende (27).
Spesso le circostanze della vita sono tali che non sappiamo “come” pregare, ecco, allora, che lo Spirito interviene e “intercede per i santi secondo il volere di Dio”. È la risposta a questa preghiera che “coopera al bene” (28), ma solo se sappiamo discernerla in piena sottomissione. La volontà di Dio coopera sempre al nostro bene e non le circostanze in cui ci veniamo a trovare. Il problema è conoscerla e farla!

G  Quelli che ha …” (29)
Tutto è preparato da Dio (28) che, per dare a Suo Figlio dei compagni nella gloria li ha preconosciuti, predestinati, chiamati, giustificati e glorificati. Dio ha fatto tutto questo per degli uomini miserabili e perduti in vista di Suo Figlio affinché fosse “il primogenito fra molti fratelli” (29).
Sequenza sublime dei consigli divini che lega l’eternità passata a quella futura, ma della quale siamo messi a beneficio già dal nostro presente.

Se realizziamo tutto questo allora potremo dire con Paolo: “io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che deve essere manifestata a nostro riguardo” (18).


D.C.

giovedì 31 dicembre 2015

La Sua pace - Giovanni 14:25:31


Il Signore poteva dire ai suoi discepoli: “vi lascio pace; vi do la mia pace il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti” (27).
Un po’ più tardi compirà la Sua promessa allorché apparirà dopo la risurrezione dicendo: “pace a voi”.

F  La Sua pace
È quella che Lo aveva caratterizzato nella sua vita terrena.
Aveva mai agito dominato dal timore dell’uomo? Quando si era sottratto alle ricerche di coloro che volevano prenderlo era soltanto “perché l’ora sua non era ancora venuta” (Gv 7:30). Né le folle, né l’animosità dei capi del popolo, né le tentazioni del grande Nemico, hanno potuto scuotere questa Sua pace: “egli non griderà, non alzerà la voce … non si abbatterà” (Is 42:2; 4).
Una pace che Lo vede dormire tranquillo su una barca sballottata dagli elementi scatenati. Una pace piena di dignità, allorché la “gran folla con spade e bastoni” (Mt26:47) è nel Getsemani per prenderLo e Lui risponde con un semplice: “Io sono” che fa indietreggiare e cadere a terra chi gli va incontro (Gv 18:5/6).

In molte persone la serenità è il risultato dell’indifferenza su molti aspetti della vita. Con l’età il cuore indurito dall’esperienze porta l’uomo a considerare gli avvenimenti con una certa filosofia, ma non fu così per il Signore che non vuole sia così per i Suoi.

F  La pace di Cristo
Che la pace di Cristo … regni nei vostri cuori” (Cl 3:15). È questo che Paolo diceva ai credenti di Colosse. Voglia il Signore, che ci ha fatto questo dono inestimabile dopo averci dato l’esempio, aiutarci ad appropriarci di questa pace in modo che i nostri cuori, spesso così agitati e timorosi, siano, da ora in poi e continuamente governati dalla Sua pace.

D.C.

mercoledì 30 dicembre 2015

Amati da Lui - Giovanni 14:15:24


Al capitolo 15 i discepoli non sono più servi ma amici, al capitolo 16 sono dei testimoni in un mondo ostile ma vinto; ma nel nostro brano il Figlio è nel Padre, loro sono nel Figlio ed il Figlio in loro (20).

F  “Avendo amato i suoi … li amò sino alla fine” (13:1).
È questo il sentimento del Signore che sta per lasciare i Suoi. Sono privati di Lui ma non orfani (18), perché un altro Consolatore sarà mandato: lo Spirito Santo per essere in loro e con loro per sempre.
Anche il Padre ed il Figlio sono pronti a venire a “dimorare” nel credente così come una “dimora” è preparata per lui nella casa del Padre (14:2).
Ogni credente non è solo una pecora nutrita e protetta, ma ognuno è invitato ad essere la “dimora” di questi ospiti divini.

F  “Dimoreremo presso di lui” (23)
 Non è l’apparizione di un momento e neppure qualcosa di passeggero ma qualcosa di stabile e duraturo. Una tale comunione è qualcosa di inesprimibile ma la può gustare solo colui che ha afferrato l’amore di cui è stato oggetto e risponde osservando “la sua parola” (23). Tuttavia questa relazione è proposta a tutti. Nessuno dica: “queste cose sono troppo elevate per me”. L’anima umile si lasci colmare senza opporsi e gioisca della realtà di questa relazione che non può essere distrutta, ma di cui spesso perdiamo coscienza per nostro difetto.
Mio figlio non cessa di essere tale, ma spetta a lui non essere indifferente al mio amore.

Che i nostri cuori rispondano all’amore di cui siamo l’oggetto affinché, le promesse fatte in questi versetti, non restino in noi allo stato di una concezione vaga e lontana, ma siano una realtà presente e benedetta.


D.C.

venerdì 25 dicembre 2015

Conoscere Lui - Giovanni 14:8/14


Sono passati più di tre anni da quando il Signore, all’inizio del Suo ministerio, aveva “trovato” Filippo che Lo aveva riconosciuto come Colui del quale: “hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazaret, figlio di Giuseppe” (1:45). Da quel giorno Lo aveva seguito come Lui gli aveva ordinato, ma senza fare un passo avanti nella conoscenza della Sua persona. Aveva certamente udito la confessione di Pietro: “Tu sei il Figlio dell’Iddio vivente” (Mt 16:16), aveva visto le opere potenti compiute dal Signore, ma i suoi occhi erano rimasti chiusi.

Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?” (8) è la domanda che il Signore gli fa e che dobbiamo rivolgere a noi stessi. Quali progressi abbiamo fatto nella conoscenza della persona del Signore dal momento della nostra conversione? Qualcuno ha detto che una giornata durante la quale non abbiamo appreso niente del Signore è una giornata persa. Di che cosa sono stato occupato nella giornata di ieri? Cos’è che mi terrà occupato nella giornata di oggi? Negli ultimi anni quante occasioni ho perso per conoscerLo meglio?

Forse siamo stati occupati di cose anche lecite, come il lavoro o la famiglia, ma esse sono diventate cose inutili se hanno preso, nel nostro cuore, il posto che il Signore deve occupare e ci hanno impedito di crescere nella Sua conoscenza.

Conoscere Cristo è la sola conoscenza che non gonfia, perché è la conoscenza di Colui che si è abbassato. Conoscenza eccellente della quale Paolo poteva dire che tutto il resto era spazzatura (Fl 3:8), una conoscenza che fa sì che noi ci trasformiamo alla Sua stessa immagine di gloria in gloria (2 Co 3:18).

E tu non mi hai conosciuto …” che queste parole, di una tristezza infinita, non siano mai indirizzate a nessuno di noi.


D.C.

mercoledì 23 dicembre 2015

Per sempre con Lui – Giovanni 14:1/7

Una tempesta, ben peggiore di quella sul lago di Galilea, sta per abbattersi sui discepoli. Il Signore annuncia, ancora una volta, che sta per lasciarli. Il loro cuore è turbato. Pietro ha posto la domanda: “Signore, dove vai?” (13:36); le loro speranze sono svanite come lo diranno anche i discepoli sulla via di Emmaus che speravano; “che fosse Lui che avrebbe liberato Israele”, ma, per prima cosa, il Signore rivela loro che Lui se ne va e che tornerà per prenderli con sé (3).
Che conforto e che prospettiva quella di essere “presso di Lui”! Al brigante sulla croce dirà, di lì a poco: “oggi tu sarai con me in paradiso” (Lc 23:43).
Paolo dirà che: “essere con Cristo … è molto meglio” (Fl 1:23) e noi possiamo consolarci l’un l’altro con questa certezza: “saremo sempre col Signore” (1 Te 4:17).

Il Signore dà loro una nuova rivelazione di Se stesso e come nel mezzo della tempesta aveva rincuorato i discepoli sulla barca dicendo: “sono io”, in quegli ultimi istanti che trascorre coi suoi discepoli può dire: “io sono la via, la verità e la vita” (6).

Rivelazione di ciò che Egli è per i suoi e una provvista per la fede di ogni credente nell’attesa del momento che ci prenderà con Se per essere per sempre con Lui.

Che i nostri cuori siano sempre più desiderosi di vedere Colui che dice: “sì, vengo presto” (Ap 22:20).


D.C.

lunedì 21 dicembre 2015

Lo “stolto” - Salmo 14

Ogni uomo è “stolto” e può spiegare la sua condotta solo negando l’esistenza di Dio. Probabilmente  non lo  ha  sempre pensato,  ma  ha  agito sempre  come  se lo  pensasse.  Negare l’esistenza di Dio gli permette di mettere a  tacere la sua coscienza e fare la propria volontà.  Si è corrotto, si è reso abominevole agli occhi di quel Dio di cui nega l’esistenza  e non ha mai fatto il bene (1).

Fare il bene” (1) è il carattere della nuova vita che possiede il credente. Giovanni, scrivendo a Gaio, affermerà: “Chi fa il bene è da Dio” (3 Gv 11). Il Signore, parlando della risurrezione dirà che quelli che hanno operato bene” risorgeranno in risurrezione di vita mentre chi ha operato male risorgerà per il giudizio (Gv 5:28/29). Aver praticato il bene sarà la prova dell’esistenza della vita nuova ricevuta per fede nel Figlio di Dio e nella Sua opera perfetta.

Tutti si sono sviati, tutti sono corrotti” (3). Dio ha dato all’uomo l’intelligenza necessaria per conoscere le cose dell’uomo (1 Co 2:11) e che permette di discernere, attraverso la creazione, l’esistenza di un Dio creatore (Ro 1:19/20) perciò lo stolto che ha detto in cuor suo: “Dio non c’è” è inscusabile.

Non invocano il SIGNORE” (4). Il discepolo Anania, parlando di Paolo al Signore, diceva che aveva il potere di incarcerare tutti “coloro che invocano il tuo nome” (At 9:14), ma anni dopo la sua conversione sarà Paolo stesso a rivolgersi ai credenti di Corinto, e non solo, come a coloro che “invocano il nome del Signor nostro Gesù Cristo” (1 Co 1:2).

Fare il male, sviarsi dalla verità, corrompersi, non invocare il nome di Dio, sono tutti caratteri che tipificano gli increduli in contrapposizione ai caratteri che distinguono un vero credente. Su questi “stolti” il giudizio di Dio sarà inevitabile. Il loro spavento sarà “grande” (5), perché “è terribile cadere nelle mani del Dio vivente” (Eb 10:31).


D.C.

mercoledì 16 dicembre 2015

Nubi - Giobbe 38:22/38

Puoi alzare la voce fino alle nubi e far in modo che piogge abbondanti ti ricoprano?” (34).
Non è nel potere dell’uomo, per ricco e potente che sia, di regolare il corso delle nuvole ed è consolante che sia così. È Dio che le bilancia (37:16) e che le conta (37). Forse questo equilibrio può aver luogo per l’intensa preghiera del giusto, fatta secondo la volontà di Dio (Gc 5:17/18), ma mai su ordine diretto.
Neppure Satana può fare niente senza il permesso divino e può agire solo nei limiti assegnati (Gb 1:12 – 2:6). Se anche può agire nei confronti di un credente è solo come strumento nelle mani di Dio per compiere i disegni di grazia nei suoi confronti (2:3).

Chi conta con saggezza le nubi?” (37).
Ecco un’altra domanda fatta a Giobbe che è, allo stesso tempo, un incoraggiamento per chi è nella prova: queste nuvole sono tutte contate! Forse noi riteniamo che non dovrebbero esserci, che forse il cielo è troppo nero, ma furono troppe queste sette prove nella vita di Giobbe? Dio, nella sua saggezza, le conta una per una, né una di meno, né una più del necessario!
È Dio che le conta così come conta il numero delle stelle (Sl 147:4), dei nostri passi (14:16 – 31:4), i capelli del nostro capo (Lu 12:7). Che grazia infinita sapere che siamo in mani così sicure!

Nella vita di ogni credente queste certezze non dovrebbero mai essere perse di vista. Sapere che ogni cosa è diretta e controllata da Dio darà serenità al nostro cuore e permetterà di sentirci tranquilli nelle Sue mani.


D.C.

martedì 15 dicembre 2015

Un disegno divino – Giobbe 38:1/21

Giobbe aveva desiderato parlare direttamente con Dio (23:5 – 30:20 – 31:35) ed ecco, che ora, al momento opportuno, è esaudito. Dio non è indifferente alla sofferenza di Giobbe, ma la divina pazienza ha saputo attendere che Giobbe esprimesse tutto ciò che era nel suo cuore.

Dio parla “dal seno della tempesta” (1). È un’espressione che evoca non solo la prova, ma la presenza divina stessa. È una voce che rivela l’esistenza di “un disegno” secondo il quale Dio agisce anche se l’uomo non lo discerne. Una voce che rimprovera Giobbe, non di aver fatto le sue rimostranze, ma di aver parlato di cose che non conosce (2). Giobbe lo riconoscerà (42:3), ma qual è la via per portarlo alla comprensione di tutto questo?

Giobbe ha criticato la condotta di Dio verso gli uomini ma ha ammirato le opere divine e Dio parte proprio da questo per attirare l’attenzione di Giobbe, per portarlo a considerare in modo divino le vie di Dio verso l’uomo.

Quando nella nostra mente affiorano tante domande abbiamo bisogno che la nostra anima sia calma e tranquilla (Sl 131:2) lasciando che sia Dio a parlarci della Sua grandezza come Creatore. Se oggi il funzionamento di certi fenomeni naturali sono spiegati dalla scienza la loro vera origine rimane inaccessibile e il grande enigma sollevato in questi versetti rimane: perché il mondo è come è? Solo una rivelazione di Dio può tranquillizzare le nostre menti su questo soggetto.

Dobbiamo essere coscienti che per ognuno di noi esiste un “disegno” divino (1) che spesso ostacoliamo con il nostro comportamento. Mettiamoci in preghiera chiedendo al Signore di rivelarcelo!


D.C.

lunedì 14 dicembre 2015

Le vie di Dio - Giobbe 37:1/24

Attraverso un sorprendente linguaggio figurativo in cui si esalta la grandezza del Creatore, Eliù introduce l’intervento diretto di Dio nella vita di Giobbe. Il tema principale del suo messaggio è che noi spesso non riusciamo a comprendere Dio (36:26), ciò che fa (12)  e come lo fa (13).
Mette davanti a noi il lato misterioso della sofferenza, ma noi sappiamo comprenderlo quando siamo in mezzo alla tempesta?

Da un certo punto di vista questo linguaggio può sembrare togliere ogni speranza ma i risultati prodotti dall’intervento divino ci mostrano come sia volto allo scopo di produrre in noi dei frutti alla Sua gloria.

Questi versetti ci portano a comprendere meglio le vie di Dio a nostro riguardo e ci portano a fare alcune considerazioni:
-       una stessa circostanza può essere impiegata da Dio sia in giudizio che in benedizione (12/13);
-       chi vuole può udire la Sua voce spesso tuonante e incomprensibile (5);
-       neve e ghiaccio possono interrompere le nostre attività (6/10) ma è proprio la nostra debolezza che dovrebbe farci guardare verso il Creatore (6);
-       le nuvole si dispongono obbedendo alla Sua volontà (11/13) tanto più dovremmo sottometterci anche noi;
-       la perfezione di Dio è dimostrata dalle cose che accadono e che sottolineano i nostri limiti (14/18);
-       noi non sappiamo sempre come rivolgerci a Dio in modo appropriato (18/19) ma la prova ci porta a guardare verso orizzonti più lontani (21:22);
-       Dio è giusto e il nostro atteggiamento deve essere un rispettoso timore (23:24).

Eliù nei suoi discorsi ha aperto nuovi orizzonti a Giobbe: ha disapprovato i sentimenti di rivolta che spesso scaturiscono dal cuore nella prova, ma non ha dimenticato di parlargli di grazia e delle cure dell’amore di Dio.

Se comprendiamo queste grandi lezioni sulla prova allora sapremo vedere al di là della circostanza e comprenderemo meglio quello che Dio vuole insegnarci!  


D.C.

domenica 13 dicembre 2015

Uno scopo per la prova - Giobbe 36:1/33

Eliù afferma che Dio è onnipotente che non disprezza nessun uomo (5/6) e veglia sui credenti “per farli eredi di un trono di gloria” (8 – 1 Sa 2:8). Quanto sono consolanti queste parole per il credente che attraversa circostanze penose.

La vita del credente non scorre sempre felice in questo mondo perché Dio permette che il credente conosca giorni penosi allo scopo di fargli conoscere la realtà del suo stato morale (8/9) ma, elevato (7) o abbassato (8), rimane sempre l’oggetto particolare delle cure di Dio che non agisce in modo arbitrale, ma persegue sempre uno scopo: formare dei discepoli e riavvicinarli a Lui (Gr 31:18).
Giobbe  che non è un ribelle punito per i suoi peccati, ma un giusto (1:1) a beneficio della disciplina divina è posto davanti a due opzioni (11/14): ascoltare e gioire delle benedizioni o rifiutare e subirne le conseguenze.

Il pregio educativo della sofferenza è il tema centrale dei discorsi di Eliù ed è meditandoli che noi possiamo comprendere che Dio vuole spostare il nostro sguardo dalla ricerca del perché della prova, alla rivelazione del suo scopo. In altre parole, il credente può spostare il suo orizzonte e, anziché affrontare la prova con un senso di colpevolezza, affrontarlo con uno sguardo sul suo futuro di gloria.

È questo che Eliù desidera far conoscere a Giobbe raccomandando, con ragione, di ascoltare l’insegnamento divino, provocando un atteggiamento di lode piuttosto che di desiderare di comparire in giudizio ed invocare la morte. (20) atteggiamenti che non sono conformi al pensiero divino.

Abbiamo tutti bisogno, ciascuno nella sua misura, di comprendere questa grande lezione.


D.C.

sabato 12 dicembre 2015

Sappilo aspettare! - Giobbe 35:1/16

Giobbe pensa che se potesse comparire davanti a Dio sarebbe riconosciuto giusto (13:18) ed è ciò che risulterà alla fine della sua storia, ma prima deve prendere coscienza dei motivi per cui Dio è intervenuto nella sua vita.

Non è un uomo che pensa a Dio per un interesse personale (3), stimando che vi possa essere, nella pietà, un guadagno per se stesso (Ml 3:14 – 1 Tm 6:5), è solo un uomo che è convinto di avere dei diritti da far valere (23:10/11).

Eliù rimprovera Giobbe (1) e gli risponde che né servire Dio sulla base della propria giustizia né il peccato abbassano la gloria di Dio (6/7) ma che queste hanno solo conseguenze nei confronti degli altri (8).

Come possiamo vivere questa realtà?

Eliù, ci propone tre atteggiamenti:
-       Spesso, messo alla prova dalle circostanze della vita, mi dimentico di cercare Dio (9/11) pur sapendo che è il mio Creatore e il solo che può concedermi dei “canti di gioia nella notte”. Lo accuso facilmente e non lo ringrazio abbastanza per l’aiuto che mi fornisce nel superare la prova;

-       se non vedo subito la risposta alla mia preghiera non mi fermo a riflettere che questa può non essere conforme alla Sua volontà, che è una “lamentela vana” (13) fatta secondo il mio desiderio (Gm 4:1/3);

-       forse Dio vuole solo che io sappia aspettare con pazienza la risposta ai miei bisogni e, per realizzarla, occorre che io sia consapevole che non dimentica nessuna delle mie richieste (14).

Riteniamo nei nostri cuori queste preziose verità:
-       il nostro Dio non ci abbandonerà mai (Sl 23:4),
-       portiamo a lui ogni nostra richiesta (Fl 4:6),
-       attendiamo con fiducia la Sua risposta (35:14)!


D.C.