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sabato 28 febbraio 2026

Cantico dei Cantici (3/18)

v. 2 — Mi baci egli dei baci della sua bocca! … poiché le tue carezze son migliori del vino.

Abbiamo qui la prima manifestazione dell’amore di Dio, vale a dire il bacio della riconciliazione che porta la pace a un cuore turbato. Chi non conosce la dolcezza del bacio della riconciliazione, non conosce ancora nulla dell’amore di Dio, né delle delizie della sua casa; è estraneo alle gioie del cielo.

Il bacio è la prima cosa che il figlio prodigo ha ricevuto dal padre quando si è trovato nelle sue braccia. Tutto il suo passato era dimenticato; quel bacio gliene dava la dolce sicurezza. Ora egli conosceva l’amore di suo padre. Chi potrebbe descrivere ciò che ha provato quando ha ricevuto questo bacio d’amore? Lasciamo che Dio stesso ce lo racconti: «E come egli era ancora lontano, suo padre lo vide e fu mosso a compassione, corse e gli si gettò al collo e lo baciò e ribaciò» (Luca 15:20). Chi riceveva una tale testimonianza d’amore era un figlio indegno che aveva speso tutto, un miserabile coperto di stracci. Poco prima pasturava i maiali; ora è nelle braccia di suo padre.

Anche i fratelli di Giuseppe hanno conosciuto qualcosa di questa gioia inesprimibile quando questi disse loro: «Io sono Giuseppe» e si gettò al loro collo e diede a tutti il bacio del perdono; quel giorno, molte lacrime scesero sui loro volti.

Con quale nota armoniosa si apre dunque il Cantico dei Cantici! Il bacio dell’amore divino è più dolce di tutte le gioie che il mondo può offrire e che sono qui rappresentate dal vino.


(segue)

28 febbraio - Colmare il vuoto. Ma come?

Chi può sapere ciò che è buono per l’uomo nella sua vita, durante tutti i giorni della sua vita vana, che egli passa come un’ombra?

Ecclesiaste 6:12

 

In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, affinché, per mezzo di lui, vivessimo.

1 Giovanni 4:9

 

Colmare il vuoto. Ma come?

 

“Da molto tempo ho conosciuto la fragilità dei nostri momenti di felicità. Ho sentito il vuoto fin da quando ero molto giovane. Mi piaceva divertirmi, ballare, andare al cinema. Ma tutto ciò non lasciava nulla in me. Abitavo a Bruxelles, quindi potevo andare facilmente a Londra. Mi divertivo, e poi rientravo. E dopo? Andavo a Parigi. Mi divertivo e rientravo. E poi? Sentivo sempre quel vuoto. Quel vuoto che travolgeva la mia giovinezza.

Ho tentato invano di colmare quel vuoto. Finché, a un certo punto, ho cercato in Dio quell’amore duraturo e senza limiti che la vita sulla terra mi aveva rifiutato. Volendo andare al di là delle mie angosce e dei miei pianti, mi sono messa alla ricerca della via che mi avrebbe consentito di raggiungere Gesù Cristo nel regno dell’amore. Volevo un assoluto. E questo assoluto era l’amore del Signore Gesù nel mio cuore. L’ho trovato e l’ho portato a migliaia di bambini respinti dal mondo…

Ora ho quasi cent’anni, e l’amore di Gesù fa ancora battere il mio cuore…

Il pensiero della morte mi fa cantare nel cuore. Paragono la morte al movimento del bambino che si butta nelle braccia del suo papà. Mi preparo a vivere l’incontro col mio Signore. L’amore in un faccia a faccia con l’eternità.”

Suor Emmanuelle, brani estratti da “Mille e una felicità”

venerdì 27 febbraio 2026

Cantico dei Cantici (2/18)

Capitolo 1

v. 1 — Il Cantico dei cantici di Salomone.

Più di un lettore si è chiesto perché questo titolo: Il Cantico dei Cantici. Abbiamo ricordato che Salomone compose millecinque cantici; a parte il Salmo 127, questo solo è giunto fino a noi; esso solo doveva costituire un libro nel canone ispirato. Considerato da questo punto di vista, esso ha un posto particolare. Ma la portata di questo titolo non si limita qui. Nelle Scritture, un cantico celebra sempre una liberazione. Ora, questo cantico celebra la liberazione suprema e anche Colui che è «la liberazione», Gesù Cristo, il solo che può renderci perfettamente felici e che sarà la nostra felicità quando ogni cosa sarà compiuta. Essere occupati di Lui è la vera liberazione del riscattato.

In questo libro non si è parlato di peccato, di perdono, di giustificazione: sono questioni già regolate; qui c’è il cuore che gioisce di Colui che ama. « Chi è colui che vince il mondo, se non colui che crede che Gesù è il Figliuol di Dio? » (1 Giov. 5:5). Chi per la fede si è impossessato di Lui, ha i propri pensieri e le proprie affezioni non sulla terra ma già nei cieli. Cosa può offrire il mondo e le sue attrattive a uno che gioisce già quaggiù di Colui che fa la gioia del cielo? È questa la liberazione suprema, il vero cantico dei cantici.

I versetti 2 e 4 sono come l’introduzione del libro; vi troviamo, per sommi capi, il soggetto che sarà trattato: l’amore nelle sue grandi manifestazioni, dal momento del bacio che porta la pace fino al giorno in cui l’anima ne godrà nella sua pienezza, nella dimora del suo Signore.

(segue)

27 febbraio - Distinguere il bene dal male

Il cibo solido è per gli adulti; per quelli, cioè, che per via dell’uso hanno le facoltà esercitate a discernere il bene e il male.

Ebrei 5:14

 

Distinguere il bene dal male

 

Il credente che non è capace di distinguere il bene dal male non conosce ancora il pensiero del Signore; è come un bambino che non è cresciuto. È rimasto bambino perché, come nel caso degli Ebrei, è “diventato lento a comprendere” (5:11), oppure perché è carnale, com’erano alcuni fra i Corinzi (1 Corinzi 3:1). Solo un continuo esercizio personale rende esperti a distinguere il bene dal male. Nel versetto di oggi, infatti, è precisato che le “facoltà” devono essere esercitate “per via dell’uso”.

Chi è desideroso di onorare il Signore sottoporrà al suo giudizio tutti i propri atti e le proprie scelte. E si chiederà: Sarà contento di questo il Signore? Farà del bene agli altri? Sarà di buon esempio? Così, col tempo, la sensibilità si affina.

Una certa capacità di distinguere il bene dal male è innata nell’uomo. Infatti l’apostolo Paolo, alludendo ai pagani, che non conoscono la legge di Dio, dice che “quanto la legge di Dio comanda è scritto nei loro cuori, perché la loro coscienza ne rende testimonianza e i loro pensieri si accusano o anche si scusano a vicenda” (Romani 2:15). Ma la coscienza non è sufficiente. Il vero discernimento lo dà la conoscenza di Dio e della sua Parola.

Il male è disubbidienza a Dio; il male è Satana; il male è tenebre. Il bene è ciò che Dio approva; il bene è luce; il bene assoluto è Dio stesso.


giovedì 26 febbraio 2026

Cantico dei Cantici (1/18)

di Alfred Guignard

 

Introduzione

Tutti i libri della Parola ci parlano di Cristo, presentando la sua gloria sotto differenti aspetti. È dunque importante, quando leggiamo le Scritture, sapere sotto quale aspetto lo Spirito Santo ce lo presenta.

Nel Cantico dei Cantici, Cristo è «l’Amico»* del residuo fedele di Israele; e lo è a maggior ragione per la sua Chiesa, la sua Sposa celeste, quella che sarà manifestata in gloria con Lui agli occhi di tutto l’universo. In esso ci è parlato dell’amore del Messia per i fedeli d’Israele, un amore espresso in modo poetico e sovente sotto forma di immagini. È l’amore «forte come la morte» del Re per i fedeli del suo popolo, ed è anche l’amore dei fedeli per Lui. Essi desiderano conoscere questo amore e rallegrarsene.

I nostri cuori sono riscaldati e possono ardere dentro di noi mentre contempliamo in questo cantico l’Amico dei fedeli. Egli è sempre lo stesso per le affezioni dei suoi, in tutti i tempi e in tutte le dispensazioni. Pur avendo meno privilegi e meno conoscenza di noi, i fedeli che troviamo qui hanno un amore che ci pare più vero e più ardente del nostro, e questo produce in noi una santa gelosia e rianima i nostri affetti per lui.

* Il termine originale, nella nostra versione tradotto con «amico», indica una persona amata, il «beneamato», il «diletto».

Il primo versetto di questo cantico è il titolo: «Il cantico dei Cantici» di Salomone. Questo prezioso libro ci è dunque stato dato da Dio per mezzo di Salomone. Sappiamo che questo re aveva ricevuto da Dio una saggezza straordinaria; la sua fama si era sparsa fra tutte le nazioni. Egli scrisse tremila proverbi e i suoi cantici furono millecinque. Salomone è l’autore ispirato di tre parti della Scrittura: il «libro dei Proverbi» che ci fa conoscere Colui che è la «sapienza» e ci insegna come condurci in un mondo pieno di insidie e di pericoli; il «libro dell’Ecclesiaste» che ci mostra che tutto è vanità sotto il sole e che è perfettamente inutile cercare la felicità in un mondo dove tutto passa. Infine il «Cantico dei Cantici» che pone davanti ai nostri occhi una persona capace di riempire i cuori e renderli perfettamente felici. Nell’Ecclesiaste il mondo non può soddisfare l’anima immortale; ma nel Cantico dei Cantici il cuore è troppo piccolo per contenere Colui che lo riempie!


(segue)

26 febbraio - Il ritorno del Signore

(Gesù disse ai suoi:) “Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi”.

Giovanni 14:3

 

Il ritorno del Signore

 

Nel testo originale il passo di oggi è ancora più espressivo, perché il Signore Gesù, parlando del suo ritorno, anziché il futuro adopera il presente: non dice “tornerò” ma “ritorno”.

Quando Paolo parla della morte dei credenti, dice che è preferibile “partire dal corpo e abitare con il Signore” (2 Corinzi 5:8), e che nella morte si è “assenti dal corpo” o, come si esprime al v. 4, “spogliati”. Ma quando il Signore tornerà, i credenti di ogni epoca saranno “rivestiti” della loro “abitazione che è celeste”, perché il loro corpo sarà reso “conforme al corpo della Sua gloria” (Filippesi 3:21). “In un momento, in un batter d’occhio”, i morti in Cristo saranno risuscitati con corpi adatti al cielo e i viventi “trasformati” (1 Corinzi 15:52).

La venuta del Signore sarà la vittoria definitiva sulla morte per coloro che appartengono a Dio. “I morti risusciteranno incorruttibili; infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità… Allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria»” (1 Corinzi 15:52-54).

Che momento glorioso, sia per Cristo sia per quelli che gli appartengono! Noi vogliamo sperare che tu sia fra questi.

mercoledì 25 febbraio 2026

25 febbraio - Guerre e genocidi

Negli ultimi giorni… gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, irreligiosi, insensibili, sleali, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene.

2 Timoteo 3:1-3

 

Guerre e genocidi

 

Undici anni dopo la fine del secondo millennio, gli storici tentano di fare un bilancio. Il secolo 20° è stato caratterizzato da un progresso tecnico e scientifico senza precedenti, sia nel campo dell’infinitamente piccolo (fisica e biologia elettronica ecc.) sia in quello dell’infinitamente grande (lancio di satelliti nello spazio per vari scopi scientifici).

Eppure, mai come nel secolo scorso l’umanità ha vissuto tante tragedie. Milioni di esseri umani hanno perso la vita durante le due guerre mondiali, e vari genocidi sono stati messi in atto. All’alba del terzo millennio, molti hanno detto: “Mai più!”. Eppure, finché il cuore degli uomini non sarà cambiato, il nostro mondo continuerà a sperimentare atrocità e bagni di sangue. Malgrado tutti gli sforzi per mantenere la pace, le previsioni non sono buone.

La Bibbia, la Parola di Dio che non può sbagliare, ha predetto questo periodo di grave decadimento morale già duemila anni fa, tramite l’apostolo Paolo, e con una precisione impressionante (vedere il versetto di oggi). Non si può sperare in un miglioramento globale.

Ma Dio è amore. Egli desidera cambiare il cuore di tutti tramite l’accettazione personale del sacrificio di Cristo. È un’offerta di salvezza che Dio fa ad ogni donna e ad ogni uomo, e che dev’essere accettata personalmente, individualmente. Chi crede in Lui come Salvatore, riceve una vita nuova, che lo rende capace di amare Dio e il prossimo, e gli apre il cielo per sempre.


martedì 24 febbraio 2026

24 febbraio - Un gran male contro Dio

Questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore.

1 Tessalonicesi 4: 3-4

 

Un gran male contro Dio

 

Avere una relazione carnale con una persona sposata non solo fa torto al suo coniuge, ma è un “gran male”, un peccato “contro Dio” (Genesi 39:9). È ciò che Davide ha dovuto confessare nel Salmo 51: “Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò che è male agli occhi tuoi” (v. 4).

La Parola di Dio ci insegna a circondare tutto ciò che riguarda la procreazione di un serio e profondo rispetto, in aperto contrasto con la leggerezza che il mondo manifesta su questo argomento. La benedizione collegata a questo meraviglioso potere conferito alla creatura ha per contropartita una grande responsabilità.  Ogni errore in questo campo può implicare conseguenze gravi, irrimediabili e durature.

Le relazioni carnali al di fuori del matrimonio sono atti di fornicazione, e la Parola di Dio ci dice: “Fuggite la fornicazione” (1 Corinzi 6:18). Bisogna saper dire di no subito, appena ci si rende conto del pericolo. “Uno si metterà forse del fuoco in petto senza che i suoi abiti si brucino?”, scrive Salomone (Proverbi 6:27).

E se la tentazione si ripete, se diventa insistente, bisogna essere capaci a non dare ascolto e, se è necessario, a fuggire. Così ha fatto Giuseppe per non commettere con la moglie del suo padrone quello che definisce “un grande male”, un peccato “contro Dio” (Genesi 39:9). “Se la tua mano e il tuo piede ti sono di intoppo, mozzali: e se l’occhio tuo t’è occasione di peccato, cavalo”, ha detto Gesù. In certi casi ci vuole una separazione netta, una rinuncia drastica e convinta anche se a volte è molto sofferta.


lunedì 23 febbraio 2026

Un frutto che rimane (3/3)

Abbondanza


Il Signore Gesù, il “buon pastore”, parlando delle sue pecore, affermava: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10:10). La vita che il Signore conferisce a chi crede in Lui è rigogliosa, esuberante; è una vita che inizia quando afferriamo per fede Cristo come Salvatore e Signore, e che si prolunga fin nell’eternità. Di conseguenza, nella nostra vita di credenti sulla terra si dovrebbe vedere un’abbondanza di frutti rigogliosi, non scarsi e malaticci.


Paolo, scrivendo ai Filippesi, si esprimeva così: “Prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e ogni discernimento, perché possiate apprezzare le cose migliori… affinché siate limpidi e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di frutti di giustizia” (1:9-11). Notiamo che ancora una volta l’amore è in primo piano come movente di ciò in cui dobbiamo abbondare: una conoscenza della Parola di Dio non fine a se stessa, ma volta ad accrescere la capacità di discernere le cose “migliori”, di fare delle scelte secondo la scala di valori di Dio, senza conformarci a “questo mondo” (Romani 12:2).


Siamo quindi esortati, in vista del “giorno di Cristo” nel quale “l’opera di ognuno sarà messa in luce” (1 Corinzi 3:13), ad essere ricolmi di frutti di giustizia. Si tratta certamente non della nostra giustizia, ma “della giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (Filippesi 3:9). Siamo dunque tutti noi ad essere, personalmente, messi di fronte a circostanze e ambienti in cui il Signore ci chiede di essere giusti. “Praticare la giustizia e l’equità è cosa che il SIGNORE preferisce ai sacrifici” (Proverbi 21:3). Ma se pratichiamo la giustizia, anche noi saremo più felici: “Far ciò che è retto è una gioia per il giusto” (Proverbi 21:15); ed è incoraggiante ciò che Dio dice del “giusto” secondo i suoi pensieri: “Nella casa del giusto c’è grande abbondanza” (Proverbi 15:6).


Giacomo ci parla della “saggezza che viene dall’alto”. Anche in questo dobbiamo abbondare; infatti, essa è “piena di misericordia e di buoni frutti” (3:17); quindi, non una saggezza fatta soltanto di parole e atteggiamenti, come spesso vediamo, ma una saggezza che si manifesta con azioni concrete verso il nostro prossimo, usando misericordia, non intransigenza e durezza.


Non pensiamo che i frutti prodotti siano soltanto in favore degli altri; anche per noi ci saranno dei risvolti positivi: “La luce spunta nelle tenebre… per chi è misericordioso, pietoso e giusto” (Salmo 112:4). Dio non delude mai, e lo possiamo sperimentare ogni giorno!

23 febbraio - Come possiamo evitare il peccato?

Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, tutte le cose sono diventate nuove.

2 Corinzi 5: 17

 

Camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne.

Galati 5:16

 

Come possiamo evitare il peccato?

 

Le parole dei versetti di oggi (essere una nuova creatura, non adempiere i desideri della carne) sembrano in contraddizione con la triste esperienza che facciamo ogni giorno della nostra inclinazione al peccato e la poca energia che abbiamo per vincerlo. Ma non c’è contraddizione.

Immaginiamo un mulino a vento che debba, con la rotazione delle sue pale, estrarre acqua da un pozzo. Se il vento cessa il mulino si ferma. Lo si potrebbe azionare a mano, è vero, ma sarebbe uno sforzo immenso e con scarsi risultati.

Così è di noi. Le poche energie che abbiamo si esauriscono rapidamente. C’è bisogno del vento! Bisogna che lo Spirito Santo ci guidi, che “soffi” nella nostra vita come un vento energico e costante. La nostra unica forza sta nel farci guidare dallo Spirito che è in ogni credente (“il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi” – 1 Corinzi 6:19), e nel tenere lo sguardo fisso sul perfetto Modello, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Soltanto Lui ha potuto dire: “Colui che mi ha mandato non mi ha lasciato solo perché faccio sempre le cose che gli piacciono” (Giovanni 8:29).

Ci aiuti il Signore a realizzare nella nostra vita di tutti i giorni quest’affermazione dell’apostolo Paolo: “La legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Romani 8:2).


domenica 22 febbraio 2026

Un frutto che rimane (2/3)

Perseveranza


In una notissima parabola, il Signore Gesù parla del seme “che è caduto in un buon terreno”, e ci spiega che si tratta di “coloro i quali, dopo aver udito la parola… portano frutto con perseveranza” (Luca 8:15). La pianta è germogliata, è cresciuta, ha messo foglie e forse fiori; questo è il lavoro di Dio, che non dipende da noi. E poi è venuta la stagione dei frutti. Ma c’è un segreto perché la pianta si sviluppi, prosperi e i frutti maturino: il terreno deve essere annaffiato, e questo dipende da chi coltiva.


L’acqua da far scorrere nel buon terreno non è nascosta, ma scorre vicino a noi, è a nostra disposizione: si tratta della Parola di Dio (Efesini 5:26). L’apostolo Paolo, istruendo il giovane Timoteo per il suo ministero nella chiesa di Efeso, dopo averlo esortato ad essere d’esempio ai credenti, gli raccomanda: “Applicati, finché io venga, alla lettura…” (1 Timoteo 4:13). Applicarsi a fare qualcosa non significa farlo di tanto in tanto, ma con continuità, perseverando. E ai Colossesi scriveva: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente” (3:16). La Parola è un nutrimento spirituale completo, per mantenere in buona salute il nostro “uomo nuovo” (Efesini 4:24) e renderlo produttivo.


Ancora Paolo, quando parla del proprio lavoro veramente fruttifero di evangelista e di servitore della Chiesa, non paragona la propria vita a una passeggiata, ma a una corsa, una gara: “corro verso la meta per ottenere il premio”; e questo faceva “dimenticando le cose che stanno dietro” e protendendosi “verso quelle che stanno davanti” (Filippesi 3:13-14). Nessun indugio, arresto o deviazione di percorso. L’autore della Lettera agli Ebrei (forse Paolo stesso) raccomandava a se stesso e a tutti i credenti: “Corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù” (Ebrei 12:2).


Ma durante questa “corsa” non possiamo fare a meno di fermarci per la preghiera: “Perseverate nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie” (Colossesi 4:2).



“Risvégliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce”.

Efesini 5:14

 

Mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi.

Romani 5:6

 

Ultima chiamata

 

In un’aerostazione, un viaggiatore con accanto il suo bagaglio si era assopito su una poltroncina. L’orario del suo volo era chiaramente scritto sul biglietto, ma non sentì l’ultima chiamata che invitava i viaggiatori ad affrettarsi verso l’imbarco. Continuò a dormire. Poi la porta venne chiusa, la passerella ritirata, e l’aereo decollò… senza di lui.

Lettore, forse hai sentito parlare del Vangelo. Esso propone a tutti il mezzo per essere eternamente felici alla presenza di Dio quando saremo chiamati a lasciare questo mondo. Gesù è venuto sulla terra per salvare gli uomini. È l’ultima chiamata che Dio fa all’uomo perduto. Se è ascoltata e ricevuta, essa permette ad ognuno di essere pronto per la partenza, con il “biglietto” giusto, un “biglietto” che non può essere perso o dimenticato. Dio lo imprime nel più profondo del nostro essere in modo indelebile: è il sacrificio di Cristo alla croce se l’abbiamo accolto con fede sincera.

Ecco cosa può dire chi ha udito la sua chiamata e ha creduto al messaggio del Vangelo:

Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me (Galati 2:20). Il sangue di Gesù Cristo mi ha purificato da ogni peccato (1 Giovanni 1:7).

Ed anche: Mi sono convertito “dagli idoli a Dio per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il Figlio suo che egli ha risuscitato dai morti” (1 Tessalonicesi 1:9, 10).

Non abbiate timore. Contrariamente a quel viaggiatore, tutti quelli che credono alla realtà di queste parole di vita udranno la voce del Signore quando li chiamerà, e partiranno verso il cielo con Lui.


sabato 21 febbraio 2026

Un frutto che rimane (1/3)

“Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace”

Giacomo 3:18.


“Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”

Giovanni 15:16


Così diceva il Signore intrattenendosi coi suoi discepoli poco prima di annunciare loro che, dopo la sua morte e la sua risurrezione, avrebbe mandato lo Spirito Santo il quale, oltre a consolarli, li avrebbe ammaestrati, diretti, fortificati. Ma lo dice anche ai credenti di tutti i tempi; anche a noi, oggi.


Queste parole del Signore ci interpellano, individualmente e collettivamente. Anche noi siamo di quelli che l’apostolo Paolo chiamava “i nostri”, a proposito dei quali scriveva: “Imparino anche i nostri a dedicarsi a buone opere… affinché non stiano senza portar frutto” (Tito 3:14).


È certamente vero che il frutto in tutti i suoi aspetti (amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo) non proviene da noi stessi, ma è lo Spirito Santo, che abita in tutti i veri credenti, a produrlo (Galati 5:22). Ma è altrettanto vero che nessun frutto si vedrà nella nostra vita se la nostra volontà non è in gioco, se non decidiamo di metterci a disposizione del Signore e se non permettiamo al suo Spirito di agire in noi; e questa decisione non può essere presa una volta sola per tutte, ma dev’essere rinnovata, giorno dopo giorno. Il Signore si aspetta da noi un impegno perseverante per portare molto frutto.


Impegno


“Mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza l’autocontrollo, all’autocontrollo la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno l’amore” (2 Pietro 1:5, 10).


Qui c’è qualcosa di più di un consiglio o di un’esortazione, si tratta di un ordine: “Aggiungete”. Un ordine da eseguire non alla leggera, ma “mettendoci ogni impegno”. All’anello iniziale della fede siamo chiamati ad aggiungere una serie di altri anelli per formare una catena che si conclude  con l’amore, che è ancora più alto dell’affetto fraterno. E questo amore è, nello stesso tempo, sia il primo aspetto del “frutto dello Spirito” (Galati 5:22) sia l’anello che rende compiuto il nostro progresso spirituale. Alle volte siamo portati a seguire la nostra inclinazione naturale, a dire, riferendoci a qualcuno: Non mi sento di amarlo. L’amore, che pur viene dallo Spirito e non da noi (cfr. Romani 5:5), è da ricercare, da coltivare da parte nostra; con impegno, forse proprio perché non sorge spontaneo in noi.


Ma lo stesso impegno ci è richiesto se desideriamo che nella nostra vita si vedano tutti gli aspetti del frutto che lo Spirito produce: “Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini” (Romani 12:17). Fare il bene è un’espressione che ci apre un ampio ventaglio di possibilità: “Finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede” (Galati 6:10). Quindi, pur tenendo conto delle precedenze indicate, non possiamo escludere nessuno. Perché “davanti a tutti gli uomini?” Perché la testimonianza palese porti gloria a Dio. Non è per metterci in evidenza ed essere ammirati. Se così fosse, non si tratterebbe del frutto dello Spirito. Chiediamo al Signore di saper vegliare anche su ciò che ci spinge al ben operare.


L’impegno ci è richiesto anche per ricercare e mantenere la pace nelle nostre relazioni non solo fraterne ma con tutti, senza dimenticare però la purezza: “Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione” (Ebrei 12:14). Anche la pace nelle nostre relazioni reciproche, che va perseguita con impegno, non può essere realizzata venendo meno a ciò che il Signore ci chiede: “Siate santi in tutta la vostra condotta” (1 Pietro 1:16). Non c’è momento della nostra vita in cui ci è consentito di convivere con il male.

(segue)


21 febbraio - Il disprezzo

Tu, perché disprezzi tuo fratello? Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio.

Romani 14:10

 

Guardatevi dal disprezzare uno di questi piccoli.

Matteo 18:10

 

Il disprezzo

 

Il disprezzo è una mancanza di rispetto, di stima e di fiducia verso i nostri simili. È la svalutazione degli altri, il rifiuto a volerne riconoscere i pregi. Il disprezzo si manifesta non soltanto con maldicenze e critiche, come spesso accade, ma anche con parole poco gentili, dure o addirittura arroganti. Non l’abbiamo più volte constatato? Le risposte sono distaccate e presuntuose, gli atteggiamenti prepotenti; le proposte dei più semplici non vengono prese in considerazione con l’amore dovuto, le loro obiezioni sono rifiutate con senso di superiorità. In fondo c’è del disprezzo.

Nella Bibbia non mancano consigli e direttive su questo argomento. Nel Libro dei Proverbi il disprezzo è presentato come peccato e sintomo di stupidità! “Chi disprezza il prossimo pecca” (14:21). “Chi disprezza il prossimo è privo di senno” (11:12).

È evidente che non tutti hanno le stesse capacità né la stessa intelligenza né lo stesso livello culturale. Ma il Signore non fa le differenze che facciamo noi; ci ha comprati tutti pagando lo stesso prezzo, ci ama tutti dello stesso amore. Se rileva delle differenze, queste riguardano piuttosto il nostro amore per Lui, la nostra consacrazione, la devozione con la quale lo serviamo. Non per niente Paolo fa ai Filippesi questa preziosa raccomandazione: “Non fate nulla… per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso... Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù” (Filippesi 2:3-5).

(da “La nostra lingua un fuoco”)


venerdì 20 febbraio 2026

“Deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge” (2/2)

 Il peccato


Oltre a ogni peso, il passo di Ebrei 12:1 ci dice che dobbiamo “deporre” il peccato, per poter correre la gara e vincere il premio. Del peccato è detto “che così facilmente ci avvolge”. In realtà, essendo la carne è ancora in noi, se non vegliamo, le vanità e le contaminazioni del mondo agiscono su essa ed eccitano le concupiscenze del cuore. Di qui a commettere il peccato non v’è che un passo che purtroppo spesso facciamo, per mancanza di vigilanza. Eccoci allora avvolti nelle reti del peccato e fermati nella nostra corsa.


È dunque necessario fare attenzione, nel nostro cammino quotidiano, alle cose apparentemente poco importanti, ma che potrebbero nuocere alla santità interiore e alla separazione dal male per amore del Signore. Dobbiamo respingere il peccato, opporre un rifiuto energico alle tentazioni del nemico e mantenerci vicini al Signore. Qui, nella sua comunione, saremo preservati dalle cadute. Come per il “peso” da deporre, la risorsa per la liberazione dal peccato è “fissare lo sguardo su Gesù”. Quando guardiamo a Lui, il nuovo uomo entra in azione e i suoi affetti per la persona di Cristo sono fortificati; e il cuore è liberato dalla concupiscenza tramite la potenza dello Spirito Santo che agisce nella nuova natura e che esclude ciò che influisce sul vecchio uomo. Un fratello ha scritto: “Quando si guarda a Gesù tutto è più facile; quando non si guarda a Lui, tutto è impossibile… In Lui, e in Lui soltanto, si getta lontano e senza alcuna riserva mentale ogni ostacolo; non si può combattere il peccato con la carne”.


La Scrittura elenca alcuni peccati precisi che siamo tenuti a “deporre”: “ogni impurità e residuo di malizia” (Giac. 1:21); “ogni cattiveria, ogni frode, l’ipocrisia, le invidie e ogni maldicenza” (1 Pietro 2:1); “bandita (greco: apotithèmi, come in Ebrei 12:1) la menzogna, ognuno dice la verità al suo prossimo” (Ef. 4:25); “deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene” (o vergognose – Colossesi 3:8).


Tutte queste cose sono il frutto della propria volontà e del cuore naturale e, di conseguenza, sono incompatibili con la vita di Cristo in noi. Queste manifestazioni del vecchio uomo sono anche in contraddizione completa con l’esempio che il Signore ci ha dato nel suo cammino quaggiù. Ora il credente, essendo morto con Cristo, ha spogliato il vecchio uomo con tutto ciò che lo contraddistingue e ha rivestito il nuovo che è secondo l’immagine di Colui che l’ha creato. La vita del nuovo uomo deve dunque manifestarsi in pratica. Per questo, da una parte dobbiamo rifiutare tutto ciò che proviene dal vecchio uomo, fonte corrotta da cui scaturiscono “ogni impurità e ogni residuo di malizia”; d’altra parte, dobbiamo mostrare i tratti caratteristici della nuova natura, cioè la vita di Cristo in noi. Solo lo Spirito Santo ci può condurre a realizzare queste cose.


Deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, per poter correre per Cristo e verso di Lui.

20 febbraio - Sono tutti riscattati?

Cristo Gesù ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti.

1 Timoteo 2:5-6

 

“… la sua vita come prezzo di riscatto per molti”.

Matteo 20:28

 

Sono tutti riscattati?

 

L’opera redentrice del Signore Gesù è di portata universale. Non c’è nessuna distinzione fra il popolo terreno di Dio (Israele) e le altre nazioni: tutti gli esseri umani sono schiavi del peccato e di Satana e tutti hanno bisogno di essere riscattati, resi liberi. Il suo sangue ha la capacità di cancellare i peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi; “Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Giovanni 2:2).

Possiamo allora dire che tutti gli uomini sono salvati? Se abbiamo fatto attenzione, nel secondo versetto citato oggi il Signore Gesù ha parlato della propria missione e ha detto: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Matteo 20:28). Perché non per tutti? Chi sono questi “molti”? Sono quelli che riconoscono di essere schiavi del peccato, che sentono il giogo di questa schiavitù, e chiedono a Dio di essere liberati (Giovanni 10:17-18). È soltanto per questi che il Signore ha pagato il prezzo del riscatto.

Anche il profeta Isaia, vedendo in anticipo i risultati gloriosi dell’opera della redenzione, aveva attribuito a Dio queste parole riguardo al suo gradimento per l’opera di Cristo: “Perciò io gli darò la sua parte fra i grandi... perché egli ha portato i peccati di molti” (Isaia 53:12). Molti, però, non significa tutti.

Lettore, se non sei anche tu fra i “molti”, sei ancora schiavo e perduto. Sappi che il Redentore ti sta cercando perché vuole liberarti, per la tua beatitudine eterna e per la tua vera gioia.

giovedì 19 febbraio 2026

“Deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge” (1/2)

di M. Tapernoux


Nella sua vita il credente è sempre posto di fronte a delle scelte. Da una parte, deve “apprezzare le cose migliori” (Fil. 1:10), che si tratti di un servizio da compiere o di una grazia da cogliere, e d’altra parte è tenuto a respingere con fermezza tutto ciò che non è conforme alla volontà di Dio.


“Deponiamo (greco: apotithèmi, che esprime l’idea di disfarsi di qualcosa per non essere appesantiti o ostacolati) ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta.” (Ebrei 12:1-2).


Il credente è chiamato a “correre la gara” per ottenere il premio. In vista di questo, deve deporre tutto ciò che potrebbe ostacolarlo nello sforzo verso la meta, si tratti di preoccupazioni, di difficoltà, di gioie terrene, insomma tutto quello che accaparra la nostra mente e il nostro cuore.


L’atleta determinato a vincere non potrebbe caricarsi di pesi di nessun genere e, se ne avesse, se ne sbarazzerebbe subito, per essere alleggerito al massimo e correre così nelle migliori condizioni. E noi, non siamo anche noi sovente degli “atleti” che pretendono di correre con dei pesi addosso? Vogliamo correre, ma senza rinunciare ai “pesi” ai quali siamo incatenati: pigrizia spirituale, attaccamento ai beni terreni, egoismo sotto tutte le forme, senza parlare della mondanità. Pensiamo all’esempio dell’apostolo Paolo che considerava “spazzatura” tutto quello che poteva ostacolarlo nella corsa (Fil. 3:8). Questa dovrebbe essere la nostra valutazione delle cose del mondo, perché i vantaggi e i tesori che esso offre, come pure tutte le vanità, sono come delle reti sul nostro percorso e dei pesi che ci portiamo addosso.


Non c’è da stupirsi se tanti “corridori” credenti, poco dopo una partenza promettente, smettono presto di correre e si stendono sulla pista per riposarsi, affaticati e ostacolati da tutto ciò che non hanno voluto lasciare prima di iniziare a correre. E non sono mai più ripartiti. “Dormire un po’, sonnecchiare un po‘, incrociare un po’ le mani per riposare… la tua povertà verrà come un ladro, la tua miseria, come un uomo armato” (Prov. 6:10-11).


“Un po’”. Quale insidia satanica si nasconde in questa espressione apparentemente insignificante! Il “peso”, che ci fa perdere la gara, e quindi il premio, non ci è mai presentato dal nemico come qualcosa di pericoloso, ma come una cosa lecita, addirittura indispensabile. “Devo pur lavorare, riposarmi, distrarmi, e così via”. Certamente! Ma da quando queste cose, di per sé lecite, prendono nel nostro cuore il posto che appartiene al Signore, diventano dei pesi che dobbiamo posare. Su questo argomento il Signore ha pronunciato delle parole che faremmo bene meditare: “Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio… Chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo… Così dunque ognuno di voi, che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo” (Luca 9:62).


Ma come possiamo “deporre ogni peso”? Fissando gli occhi su Gesù! Così il nostro cuore è occupato di lui, i nostri affetti sono concentrati sulla sua persona e siamo liberati da ciò che può ostacolarci. Un fratello ha scritto: “In Cristo troviamo non solo quello che risponde agli affetti della vita e della natura nuova che possediamo, ma anche la potenza per scartare ciò che non è conforme ad essa e che è della carne”.


Alleggeriti di ogni peso, possiamo correre la corsa che è davanti a noi. Più avanziamo e meglio discerniamo la meta gloriosa verso la quale ci stiamo dirigendo; ed essa ci sarà sempre più preziosa. Questa meta è Cristo stesso, un Cristo celeste, nel quale riceviamo le “cose promesse” (Ebrei 11:13).


(segue)

19 febbraio - A chi appartiene il nostro corpo?

Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale per ubbidire alle sue concupiscenze.

Romani 6:12

 

Siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo.

1 Corinzi 6:20

 

A chi appartiene il nostro corpo?

 

Un credente non può prendere come scusante di una vita di peccato la sua debolezza umana, perché in lui c’è lo Spirito Santo, “persona” divina che fornisce tutta l’energia necessaria per vivere secondo Dio. Lo Spirito è a disagio se in noi vi sono dei vizi o dei comportamenti corrotti, e si rattrista. E quando lo Spirito è rattristato noi siamo dei cristiani in crisi, senza potenza, incapaci di rendere una testimonianza efficace verso gli increduli.

Sia chiaro, nessuno di noi arriverà mai ad essere perfetto sulla terra. La scuola che Dio ci fa nel corso di tutta la nostra esistenza ha in vista proprio la nostra santificazione, perché possiamo essere sempre più conformi all’immagine del suo Figlio; ma solo quando “lo vedremo com’Egli è” (1 Giovanni 3:2), saremo resi “simili” a Lui. Per questo Paolo scrive ai Tessalonicesi: “Il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Tessalonicesi 5:23).

Dunque, il nostro corpo è “per il Signore” perché è “del Signore”. Il nostro cuore è suo. Gliel’abbiamo dato con gioia quando abbiamo capito quanto era sporco e abbiamo creduto al suo amore e al suo perdono. Sono sue le nostre mani e i nostri piedi, e dobbiamo fare attenzione a dove andiamo e a quello che facciamo. Sono suoi i nostri occhi e le nostre orecchie, e ci dobbiamo impegnare a selezionare, secondo “i suoi gusti”, quello che guardiamo e che ascoltiamo. Solo così saremo felici e Dio sarà onorato.

(da “1200 giorni con Gesù”)

mercoledì 18 febbraio 2026

18 febbraio - La perfetta efficacia del sacrificio di Cristo

Una volta sola, alla fine dei secoli, (Cristo) è stato manifestato per annullare il peccato con il suo sacrificio.

Ebrei 9:26

 

La perfetta efficacia del sacrificio di Cristo

 

Come possiamo essere sicuri che il sacrificio di Cristo abbia raggiunto lo scopo, che è quello di far sì che i peccatori, se si pentono e credono, scampino alla “morte eterna”? Se Cristo si fosse limitato a morire, come muoiono certi uomini in nome di un ideale, e non fosse poi risorto, lo scopo non sarebbe stato raggiunto. Il ricordo e l’esempio della sua vita terrena perfetta non ci sarebbe stato di alcuna utilità perché nessuno sarebbe mai riuscito ad imitarlo, e ognuno sarebbe rimasto col peso dei propri peccati e quindi condannato. “Gesù Cristo, nostro Signore, è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Romani 4:25). “Se Cristo non è stato risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Corinzi 15:17). Ciò che dà sicurezza e tranquillità ai credenti è la vittoria del Signore Gesù sulla morte e la sua glorificazione alla destra di Dio.

Egli si è fatto “ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome” (Filippesi 2:8-9). Dio ha così dimostrato di avere pienamente gradito l’opera del suo Figlio. Le Sue sante, giuste e inderogabili esigenze sono state completamente soddisfatte. L’opera del Signore è stata perfetta, completa, definitiva. “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica” (Romani 8:33).

A Dio Padre e al Signore Gesù siano la lode e l’adorazione da parte di tutti i credenti che, grazie a Lui, sono diventati, in Lui, “giustizia di Dio” (2 Corinzi 5:21)!


martedì 17 febbraio 2026

Signore?

“Perché mi chiamate: "Signore, Signore!" e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, io vi mostrerò a chi assomiglia. Assomiglia a un uomo il quale, costruendo una casa, ha scavato e scavato profondamente, e ha posto il fondamento sulla roccia; e, venuta un'alluvione, la fiumana ha investito quella casa e non ha potuto smuoverla perché era stata costruita bene. Ma chi ha udito e non ha messo in pratica, assomiglia a un uomo che ha costruito una casa sul terreno, senza fondamenta; la fiumana l'ha investita, e subito è crollata; e la rovina di quella casa è stata grande”  Luca 6:46-49.


L'appellativo Signore significa Padrone; il che comporta la sua totale autorità sulla nostra vita, la nostra appartenenza a Lui e l'obbligo, da parte nostra di ubbidirli in ogni cosa.

Chiamarlo Signore e non ubbidirli è un'illogica contraddizione. Non è sufficiente che professiamo semplicemente la sua signoria su di noi. Una fede e un amore genuini sottintendono l'ubbidienza.

Mi chiami Via ma non mi percorri.

Mi chiami Verità ma non mi credi.

Mi chiami Vita ma non mi vivi.

Mi chiami Signore ma non mi servi.

Affermi che io sono il Pane della vita ma non ti nutri delle mie parole.

Per illustrare l'importanza di queste verità, Il Signore racconta la storia di due costruttori.

L'uomo savio e colui che viene a Cristo (salvezza), ascolta le sue parole (insegnamento), e le mette in pratica (ubbidienza). Non si è limitato a scavare ma ha scavato “profondo” fino a che non ha trovato la Roccia. Eccolo il fondamento, ecco il segreto per cui la tua casa non crollerà.

17 febbraio - Operazione verità!

(Gesù ai farisei:) “Voi vi proclamate giusti davanti agli uomini; ma Dio conosce i vostri cuori”.

Luca 16:15

 

Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre… Se camminiamo nella luce, com’egli è nella luce, abbiamo comunione l’uno con l’altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato.

1 Giovanni 1:5, 7

 

Operazione verità!

 

Dobbiamo ammettere che sovente cerchiamo di apparire diversi da come siamo. Sarà per timore di non essere capiti o per proteggerci o per salvaguardare i nostri interessi o per ottenere stima e riconoscimenti… In ogni caso per trarne un vantaggio. Ma Dio non può essere ingannato; Egli ci conosce bene. Davanti a Lui, che valore ha la buona opinione che possiamo avere di noi stessi o l’immagine che cerchiamo di presentare agli altri? Alla presenza del Dio santo e puro, “tutta la nostra giustizia”, dice il profeta, è “come un abito sporco” (Isaia 64:6).

Per conoscere veramente l’amore di Dio, dobbiamo accettare il suo verdetto sul nostro stato morale.

Solo se crediamo che l’amore di cui Dio ci ama è grande e risolutivo e che sulla croce il Signore Gesù ha cancellato i peccati di tutti quelli che mettono in lui la loro fiducia, ci sarà possibile vedere il nostro stato di peccato in tutta la sua gravità. Ma la luce del Vangelo ci libera da ogni timore; il credente può dire che l’amore di Dio è luce per lui, e che è in questa luce che Dio lo vede.

Siamo sinceri davanti al nostro Dio che ci ama. Lui ci conosce a fondo. E invece di sforzarci di apparire agli altri migliori di quelli che siamo, chiediamo a Dio l’aiuto per correggere i nostri eventuali difetti e per migliorare, se è il caso, i nostri comportamenti.


lunedì 16 febbraio 2026

Seme tardivo

“Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo” Galati 6:9.


Alcuni marinai inglesi, sbarcati in una piccola insenatura, per riscaldarsi, avevano appiccato il fuoco a i magri arbusti che crescevano in una località selvaggia della Groenlandia. 

Parecchi anni dopo, alcuni di loro ritornarono nello stesso luogo e constatarono che il paesaggio aveva subito un miracoloso cambiamento. Tutta la zona era coperta da un bosco di giovani betulle dal fogliame chiaro e dai tronchi argentati. Era stato il fuoco ad operare questo miracolo. Passando sul terreno gelato aveva liberato dal ghiaccio i semi di piante di un'antica foresta. Questa germinazione tardiva fa pensare a ciò che l'Evangelo può fare in svariate circostanze.

Dio fa crescere la semenza sparsa con pazienza e il Signore incoraggia ogni credente a perseverare nel suo servizio anche quando non se ne vedono i risultati.

16 febbraio - I soldi non danno la felicità

Dov’è il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore.

Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona (cioè la ricchezza).

Luca 12:34; 16:13

 

I soldi non danno la felicità

 

Questo noto proverbio è veramente condiviso? Non si direbbe; basta pensare a quanta gente partecipa alle tante lotterie e scommesse, a quanti frequentano i casinò o non rinunciano a tentare la fortuna con un semplice Gratta e Vinci.

Il sistema del mondo fa luccicare davanti agli occhi una felicità fondata sul denaro e sul successo, ma la Bibbia ci mostra l’insidia nascosta: “L’amore del denaro è radice di ogni specie di mali; e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori” (1 Timoteo 6:10).

Il denaro è certamente utile, ma non deve diventare un idolo. Una parabola del Signore (Luca 12:16-21) illustra i versetti del giorno. Un proprietario terriero ha avuto degli abbondanti raccolti; e dice fra sé e sé: Non ho abbastanza posto per immagazzinare tutto questo grano; costruirò dei silos più grandi, e poi potrò ritirarmi, riposarmi e godermi la vita! Ma Dio gli dice: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?” Gesù conclude: “Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio”.

Tutti, ricchi o poveri che siano, possono essere talmente attratti dal denaro da diventare preda del desiderio di avere sempre di più, e più degli altri. Facciamo attenzione a non cadere anche noi in questo tranello.

Per contro, Gesù Cristo, quand’era uomo in questo mondo, non ha mai desiderato nulla per Sé. Qual era il suo movente? “Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi” (Efesini 5:2). Vale la pena dare ascolto a quello che ci dice.

domenica 15 febbraio 2026

15 febbraio - Il giusto apprezzamento

La donna che teme il SIGNORE è quella che sarà lodata.

Proverbi 31:30

 

Il giusto apprezzamento

 

La lode è buona e l’elogio è utile se sono sinceri e in giusta misura. Il Signore, nella parabola di Matteo 25, loda il servo fedele e gli dice: “Va bene, servo buono e fedele” (v. 21, 23). Anche nelle lettere alle sette chiese dell’Asia Minore (Apocalisse 2 e 3) lo Spirito Santo, almeno in cinque di esse, mette prima in evidenza le cose buone, il loro amore, le loro opere, le qualità morali. Solo successivamente fa i meritati rimproveri, dov’è il caso di farli.

Alcuni sono molto restii a fare elogi perché temono di stimolare l’orgoglio; e non si può dire che abbiano completamente torto. Chi ha di sé “un concetto più alto di quello che deve avere” (Romani 12:3) si compiace degli elogi, e sarebbe bene che non ne ricevesse molti perché gli farebbero del male. Dobbiamo essere saggi anche nel lodare gli altri, e il nostro livello spirituale si manifesterà anche in questo.

È risaputo che tutti, fin da bambini, abbiamo bisogno di riconoscimenti. Il consenso degli altri, se è sincero, ci fa sentire amati e ci incoraggia. Ci aiuta a capire che non siamo inutili. Ci dà energia per superare complessi di inferiorità o momenti di crisi e di solitudine. Ma dobbiamo essere umili quando riceviamo le lodi e, per così dire, dirottarle sul Signore dando a Lui la gloria e l’onore; poiché, se abbiamo qualche pregio, lo dobbiamo a Lui e solo a Lui. Molto spesso il rifiuto di ogni apprezzamento è una falsa umiltà. Se dubitiamo sempre della sincerità di chi ci elogia, gli altri se ne accorgeranno e finiranno per rinunciare ad esprimerci il loro affetto e la loro stima. Non priviamoci della bella esperienza di essere amati, perché sentendoci amati impariamo ad amare noi stessi e gli altri.

(da “La nostra lingua… un fuoco”)

sabato 14 febbraio 2026

14 febbraio - Panem et circenses!

Rallegrati pure, o giovane, durante la tua adolescenza, e gioisca pure il tuo cuore durante i giorni della tua giovinezza… ma sappi che, per tutte queste cose, Dio ti chiamerà in giudizio.

Ecclesiaste 12:1

 

La pietà è utile a ogni cosa, avendo la promessa della vita presente e di quella futura.

1 Timoteo 4:8

 

Panem et circenses!

 

Questo era il grido dei cittadini di Roma durante il periodo di decadenza dell’impero: “Pane e giochi nel circo!” Pane per non morir di fame e giochi per distrarsi. Il motto ha attraversato le epoche, e si direbbe che anche la generazione di oggi non chieda altro!

La Bibbia dichiara: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio” (Matteo 4:4). Senza dubbio bisogna soddisfare i bisogni del nostro corpo, ma dobbiamo anche nutrire il nostro essere interiore con la Parola di Dio. Il profeta Geremia diceva: “Appena ho trovato le tue parole, io le ho divorate; le tue parole sono state la mia gioia, la delizia del mio cuore” (Geremia 15:16).

Si dice: per uscire dalla noia della routine, ben vengano giochi e divertimenti! Così gli svaghi sono diventati una necessità, e si consacrano tempo, denaro ed energie per organizzarli. Ci si distrae, è vero, ma non si ha più il tempo per riflettere sui problemi importanti e la coscienza si intorpidisce.  Questi diversivi sono senza meta; non riempiono il vuoto che abbiamo nel cuore.

Un giorno incontreremo Dio, ed è adesso che ci dobbiamo preparare; anzitutto credendo in Gesù Cristo, morto per noi, e questo ci mette al riparo dal giudizio di Dio; poi, vivendo in modo da piacergli. E questo ci renderà felici ogni giorno della nostra vita!


venerdì 13 febbraio 2026

13 febbraio - Puro davanti a Dio?

Un lebbroso, avvicinatosi, gli si prostrò davanti, dicendo: “Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi”. Gesù, tesa la mano, lo toccò dicendo: “Lo voglio, sii purificato”.

Matteo 8:2, 3

 

Purificami…, e sarò puro; lavami, e sarò più bianco della neve.

Salmo 51:7

 

Puro davanti a Dio?

(leggere Matteo 8:1-4)

 

Dopo aver pronunciato le forti parole del “sermone sul monte”, Gesù scende e si ritrova nella realtà della vita degli uomini. Subito si avvicina un lebbroso, uno di quei poveri malati allontanati da tutti, segregati dalla società. Quell’uomo gli dice: “Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi” e Gesù gli dà ascolto.

Quel malato respinto da tutti aveva capito che Gesù aveva la potenza di guarirlo, e gli rende omaggio. Che fede notevole! Eppure a questa fede mancava qualcosa: quell’uomo si doveva persuadere che Gesù aveva la volontà di guarirlo. Egli dice “se vuoi”, come se dubitasse del Suo amore. Allora Gesù, per togliergli questa esitazione, alza la mano, tocca il lebbroso e gli dice: “Lo voglio, sii purificato”. E subito l’uomo è guarito.

Questa guarigione fa brillare tre caratteristiche del Signore: la sua potenza (può guarire), il suo amore (vuole guarire), la sua purezza divina (tocca il lebbroso senza timore di infettarsi). Non solo Lui non rimane contaminato da questo contatto, ma è il lebbroso ad essere purificato!

La lebbra rappresenta il peccato che corrompe e avvilisce. Ma oggi ancora Gesù può e vuole purificare dal male, sotto tutte le sue forme, chiunque va a Lui. Approfittane, se ancora non l’hai fatto. Prendi coscienza che il Signore vuole salvarti, accetta di essere amato!


giovedì 12 febbraio 2026

Parole che mettono a disagio

“Dio comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano” Atti 17:30.

Vi sono parole che non amiamo sentire, parole che ci fanno tremare o che, comunque, ci mettono a disagio. Ad esempio le parole peccato, giudizio, pentimento. Perché vorremmo bandirle dal nostro vocabolario? Semplicemente perché pongono ognuno di noi davanti alla propria responsabilità, di fronte a Dio.

Che cos’è il peccato? È un principio di disubbidienza a Dio, è la volontà dell’uomo che s’oppone a quella di Dio. Questo principio che si trova in ognuno di noi porta i suoi frutti; sono le azioni, le parole o i pensieri contrari a quello che Dio vuole. Possono sembrarci più o meno gravi, andare dal furto all’omicidio, dall'impurità all’adulterio, ma sono tutti odiosi agli occhi di Dio. Il peccato è entrato nel mondo con un semplice atto di disubbidienza e, col peccato, è entrata la morte. Così ogni uomo è contrassegnato da questo principio di male.

Di fronte a tale constatazione, che fare? Pentirsi. “Dio comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano” (Atti 17:30). È la sua bontà che ci spinge a questo (Romani 2:4). In senso biblico, pentirsi corrisponde a cambiare pensiero su se stessi; è accettare il verdetto di Dio che ci dichiara peccatori e perduti. Ma è anche riconoscere la bontà di Dio “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati” 1 Timoteo 2:4. E allora gridiamo: “Che debbo fare per essere salvato?” Per tutti quelli che riconoscono la loro colpevolezza davanti a Dio c'è la risposta: “Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato” Atti 16:30-31.