Seguici anche su Facebook!

Seguici anche su Facebook! Unisciti al Gruppo cliccando su:
https://www.facebook.com/groups/287768858057968/

venerdì 26 dicembre 2025

Conoscere Dio come Padre (3/8)

I credenti, figli di Dio


Gli accenni al Padre, nell’Antico Testamento

Dio non si è mai rivelato come Padre prima che il Figlio venisse sulla terra per farLo conoscere. Nei rari passi dell’Antico Testamento in cui Dio è chiamato “Padre”, questo termine significa semplicemente che è all’origine dell’esistenza e non implica una vera relazione filiale. Come Creatore è all’origine di tutti gli uomini ed in questo senso può essere definito come loro Padre: “Tuttavia, SIGNORE, tu sei nostro padre; noi siamo l’argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani” (Isaia 64:8); “Non abbiamo forse tutti un solo padre? Non ci ha creati uno stesso Dio?” (Malachia 2:10) [[1]]. Come Colui che aveva chiamato il popolo d’Israele a l’esistenza e l’aveva riscattato dalla schiavitù in Egitto, Dio è chiamato qualche volta “Padre”: “Non è lui il padre che ti ha acquistato? Non è lui che ti ha fatto e stabilito?” (Deuteronomio 32:6); “Tu, SIGNORE, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro” (Isaia 63:16).

 

In qualche passo, le cure di Dio verso i Suoi o verso il popolo sono paragonate alle cure di un padre per i suoi figli: “Il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha portato come un uomo porta suo figlio, per tutto il cammino che avete fatto” (Deuteronomio 1:31); “Come un padre è pietoso verso i suoi figli, così è pietoso il SIGNORE verso quelli che lo temono” (Salmo 103:13). Questi passi sono molto preziosi perché sono veri anche per noi, ma non esprimono la relazione caratteristica del cristianesimo. Gli Israeliti non erano dei “figli di Dio” nel pieno senso del temine perché non potevano conoscere questa relazione filiale.

 

La relazione di figli

Il Figlio di Dio si è presentato a Israele, il popolo terrestre di Dio, e non è stato ricevuto: “È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome” (Giovanni 1:11-12). Questa dichiarazione, proprio all’inizio del quarto vangelo, stabilisce nella maniera più forte possibile il contrasto tra i credenti e gli increduli, tra coloro che ricevono Gesù e coloro che Lo rifiutano. I primi ricevono la vita eterna e diventano “figli di Dio”, gli altri restano senza relazione con Lui e l’ira di Dio rimane su di loro: “Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui” (Giovanni 3:36).

 

La relazione di figli nella quale i credenti sono introdotti scaturisce da un’opera di Dio nel cuore che produce la nuova vita. C’è dunque una nuova nascita, d’ordine spirituale, di cui Dio è l’autore: coloro che hanno creduto in Gesù sono “nati da Dio”. Questa nascita non è proprio secondo il modello della natura umana. Quelli che passano per essa “non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (Giovanni 1:13).

 

Il punto di partenza della vita divina in un’anima, della “vita eterna” ha, dunque, due aspetti: c’è il lato dell’uomo ed il lato di Dio. Per mezzo della fede l’uomo riceve la Parola di Dio ed il Salvatore che essa rivela. Parallelamente, Dio compie un’opera di vivificazione: per mezzo della Sua Parola, genera una nuova vita; così i credenti diventano  “partecipi della natura divina” (1 Pietro 1:4).

 

La nuova nascita

Se dunque siamo “figli di Dio”, è perché siamo “nati da Dio”, è perché siamo stati “generati” da Dio. Queste espressioni sono caratteristiche degli scritti di Giovanni [[2]]. La stessa verità si trova nell’epistola di Giacomo: “Egli ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature” (1:18) ed anche Pietro scrive: “siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio” (1 Pietro 1:23).

 

Tutto questo è chiaramente rivelato nel colloquio tra il Signore e Nicodemo in Giovanni 3. Il Signore mette questo dottore della legge davanti alla necessità: “Bisogna che nasciate di nuovo” (3:7). Senza la nuova nascita è impossibile “entrare nel regno di Dio” e nemmeno si “può vedere” (3:3, 5).

 

Così come un bambino riceve dai suoi genitori una natura simile alla loro, il credente riceva da Dio, alla nuova nascita, una nuova natura che porta i caratteri di Colui che lo ha generato: “Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito” (3:6). Questa opera divina è misteriosa come quella del “vento” che “soffia dove vuole” del quale “tu ne odi il rumore” ma “non sai né da dove viene né dove va” dice il Signore, ed aggiunge:“così è di chiunque è nato dallo Spirito” (3:8).

 

Sottolineiamo tre differenti espressioni impiegate dal Signore in questa conversazione:

 

essere nati di nuovo (3:7);

essere nati d’acqua [[3]] e di Spirito (3:5);

essere nati dallo Spirito (3:6, 8).

Parlando di questo essere nuovo, risultato della meravigliosa opera di Dio in un uomo, l’apostolo Giovanni dirà: “Il seme divino rimane in lui” (1 Giovanni 3:9).

 

Tutti i credenti dell’Antico Testamento sono stati, senza dubbio, vivificati allo stesso modo, ma non conoscevano la rivelazione di queste grandi cose. La relazione di figli di Dio non era ancora conosciuta; non poteva esserlo prima della venuta del Figlio di Dio.

 

L’adozione

“Prima della formazione del mondo”, Dio ci ha “predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo” (Efesini 1:4-5). Il termine adottare (o: adozione) esprime il pensiero che delle persone che non sono figli sono introdotti nella posizione di figli, con tutti i privilegi che ne derivano. Un tale privilegio, accordato da Dio a dei peccatori che ne erano assolutamente indegni, è “a lode della gloria della sua grazia” (Efesini 1:6). Ora, la nostra miseria morale e la nostra indegnità appartengono al passato: nella Sua grazia “Egli ci ha resi graditi a sé, in colui che è l’amato” (Efesini 1:6 – Versione Vecchia Diodati).

 

L’Epistola ai Galati indirizzata a dei credenti in pericolo di mettersi sotto la legge, ricorda come Dio ha liberati dalla posizione di schiavitù sia i Giudei, sotto la legge, sia gli uomini delle nazioni senza la legge, per farne dei figli: “Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione” (Galati 4:4-5). Per quello che riguarda il Figlio di Dio, non è questione di adozione. Lui è Figlio da ogni eternità, ma è venuto nella condizione in cui erano coloro che doveva riscattare (“nato da donna, nato sotto la legge”) e li ha introdotti nella posizione di figli che era la Sua. Che autore di salvezza ci è presentato qui!

 

L’apostolo Paolo continua: “E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre». Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio” (Galati 4:6-7). Rimarchiamo il ruolo dello Spirito Santo: in coloro che sono stati santificati dall’opera di Cristo e che sono così divenuti figli, Dio fa abitare lo Spirito Santo. La presenza di questa Persona divina dà loro coscienza della relazione filiale nella quale sono stati messi in modo che il loro cuore possa spandersi in tutta libertà verso Dio chiamandolo: Padre.

 

Tutto questo è confermato in un passaggio analogo dell’epistola ai Romani: “E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo” (Romani 8:15:17). Consideriamo la doppia testimonianza ricordata al versetto 16, testimonianza resa dallo spirito del credente e dallo Spirito di Dio che dimora in lui. Per la fede, il credente riceve le dichiarazioni della Parola e si appoggia su di esse, e lo Spirito di Dio dona una potenza divina a queste dichiarazioni affinché il credente ne abbia piena certezza.

 

Nelle relazioni umane, essere adottati ed essere generati si escludono reciprocamente. Colui che è stato generato da un uomo non ha alcun bisogno di essere adottato da lui, ed il figlio adottivo non è stato generato dal padre adottivo ma gode, ovviamente, dell’eredità del padre. Al contrario, nella salvezza che Dio ci dona, l’adozione ed il fatto di essere stati generati vanno di pari passo e sono complementari:

 

Quando siamo considerati rimossi da una condizione di allontanamento da Dio e portati a Lui come figli, è detto che siamo stati adottati. Questo è l’insegnamento di Paolo.

Quando l’accento è messo sulla nuova vita che abbiamo ricevuto da Dio e sull’origine divina della nuova natura che abbiamo ricevuto è detto che siamo nati da Dio, che siamo stati generati da Lui. Questo è l’insegnamento di Giovanni.

Oltre ai tre passi sui quali ci siamo soffermati (Romani 8:15; Galati 4:5; Efesini 1:5) le Scritture menzionano altre due volte l’adozione: “Gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione, la redenzione del nostro corpo” (Romani 8:23); la nostra piena salvezza, il risultato completo della nostra adozione sarà raggiunto quando saremo rivestiti di un corpo glorioso, alla venuta del Signore.

 

In Romani 9:4, enumerando i privilegi degli Israeliti, Paolo ricorda che avevano l’adozione. Questo pensiero si collega a quello che abbiamo detto all’inizio di questo capitolo. Se, in un certo senso, Dio poteva essere chiamato Padre d’Israele, è perché aveva adottato questo popolo. Mosè è incaricato di dire al faraone: “Così dice il SIGNORE: Israele è mio figlio, il mio primogenito, e io ti dico: Lascia andare mio figlio, perché mi serva” (Esodo 4:22-23) e, nel momento in cui mette gli Israeliti davanti alla loro responsabilità di camminare in modo diverso dalle nazioni pagane, Mosè deve dire loro: “Voi siete figli per il SIGNORE vostro Dio” (Deuteronomio 4:1). Ma, come abbiamo visto in precedenza, questa relazione, che ha un carattere collettivo, è inadeguata rispetto a quella nella quale il Figlio di Dio ha introdotto i suoi riscattati.

 

Il Primogenito ed i Suoi fratelli

Il Salmo 22 mette, profeticamente, davanti a noi le sofferenze di Cristo alla croce, particolarmente quelle dell’abbandono. Dopo il grido di angoscia indirizzato a Dio: “Salvami dalla gola del leone” udiamo il canto di liberazione:“Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali” (Salmo 22:21). Poi, troviamo la menzione di quelli che trovano la loro liberazione nella Sua: “Io annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea” (22:22). L’epistola agli Ebrei cita questo passo aggiungendo un particolare commovente: “Egli non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo: “Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode” (Ebrei 2:11-12).

 

È così che, il giorno della Sua risurrezione, il Signore dice a Maria di Magdala: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20:17).

 

In un passo rilevante dell’epistola ai Romani, Paolo svela il proposito eterno di Dio: “Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati” (Romani 8:29-30). I disegni di Dio riguardo ai Suoi riscattati sono intimamente legati ai suoi disegni riguardo al Suo Figliolo. Dio vuole avere una famiglia nella quale i Suoi riscattati sono introdotti per grazia e nella quale Suo Figlio è “il primogenito”. In questa famiglia è necessario che tutti i figli siano in uno stato di perfezione e, di conseguenza, bisogna che degli uomini una volta lontani, perduti, colpevoli e contaminati siano “chiamati”, “giustificati” e “glorificati”. Dio vuole che siano resi “conformi all’immagine del Figlio suo”. Tale è il risultato perfetto dell’opera di Cristo.

 

Questo risultato sarà completamente raggiunto quando i nostri corpi mortali saranno trasformati e resi conformi a quello di Cristo (Filippesi 3:21). “Quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’egli è” (1 Giovanni 3:2). Ma per essere simili a Lui dobbiamo aspettare quel giorno? No! Dio si aspetta dai Suoi figli che riproducano, già da ora, i tratti della nuova natura che hanno ricevuto e che si vedano in loro i caratteri morali che hanno brillato in Cristo, l’uomo perfetto (cfr. 1 Giovanni 2:6; 2 Corinzi 3:18).

giovedì 25 dicembre 2025

Conoscere Dio come Padre (2/8)

Gesù, il Figlio di Dio


La nascita di Gesù

L’Antico Testamento rivela il Dio unico in contrasto con la molteplicità  dei falsi dei pagani. Era un punto essenziale della testimonianza che Israele doveva rendere davanti alle nazioni. Tuttavia, qualche passo dell’Antico Testamento lasciava presagire una misteriosa pluralità in questa unità. Per esempio, fin dall’inizio del primo libro Dio dice: “Facciamo l’uomo a nostra immagine” (Genesi 1:26). Nel libro dei Proverbi, in rapporto al Creatore, è detto: “Qual è il suo nome e il nome di suo figlio? Lo sai tu?” (30:4). In modo ancora più chiaro leggiamo nel libro dei Salmi: “Il SIGNORE mi ha detto: Tu sei mio figlio, oggi io t’ho generato” (Salmo 2:7). Il Messia annunciato è un Uomo, perché doveva essere  della discendenza di Davide, ma essere anche Dio, perché è chiamato “Signore” di Davide (cfr: Salmo 110:1; Marco 12:35-37).

 

Tuttavia, è solo con la venuta di Gesù Cristo sulla terra che Dio si è rivelato secondo la pienezza del Suo essere: Padre, Figlio, Spirito Santo. Fin dall’inizio dei Vangeli è resa in maniera chiara la testimonianza alla divinità di Gesù. Un bambino è concepito miracolosamente per la potenza dello Spirito Santo nel seno di una vergine e, in ragione di questo, è chiamato: “Figlio dell’Altissimo” (Luca 1:35).

 

L’eternità del Figlio

Tuttavia, la Parola prende molta cura nel dirci che la nascita in questo mondo non è l’inizio della Sua esistenza. Il primo versetto del vangelo di Giovanni ce Lo presenta come “la Parola” che “nel principio”, cioè prima della creazione, era “con Dio”, “era Dio” poi ha creato “ogni cosa” e, al momento opportuno, “è diventata carne” (Giovanni 1:1-3; 14).

 

Gesù non è solamente Figlio di Dio perché è stato “generato” da Dio nel momento in cui è venuto sulla terra, ma Lo era anche prima. È il Figlio eterno. Molti passi ce lo indicano con chiarezza. Gesù era già Figlio nel momento in cui Dio Lo ha mandato sulla terra: “Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo” (1 Giovanni 4:9; cfr. 10, 14); “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio …” (Giovanni 3:16);  Dio “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti” (Romani 8:32). Gesù è, al di là e al di fuori del tempo, il Figlio unico “che è nel seno del Padre” (Giovanni 1:18).

 

Colui che il Padre ha mandato

Nella Sua infanzia, Gesù aveva consapevolezza di essere il Figlio di Dio: “Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?” (Luca 2:49).

 

Lungo tutto il Suo ministero, rende testimonianza alla Sua origine celeste. Parlando di Dio dice costantemente: “il Padre mio” e dal cielo, il Padre rende testimonianza alla gloria di quest’Uomo assolutamente unico indicandoLo come Suo Figlio: “Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:17); “Questo è il mio diletto Figlio; ascoltatelo” (Marco 9:7).

 

Uno degli scopi principali del vangelo di Giovanni quello di presentare Gesù come Figlio di Dio. L’evangelista ci riporta numerose parole del Salvatore che rendono testimonianza alla Sua gloria di Figlio, cosa che, peraltro, attira su di Lui un odio mortale da parte dei Giudei increduli. Più di cento volte Gesù parla di Dio come essendo Suo Padre, ed una quarantina di volte si presenta come Colui che Dio ha mandato nel mondo.

 

È stato mandato, non per essere il giudice di un mondo colpevole, questo Lo farà più tardi, ma per portare la salvezza a dei peccatori perduti: “Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Giovanni 3:17). La salvezza è offerta gratuitamente a tutti coloro che ricevono Gesù per la fede: “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Giovanni 5:24).

 

Gesù è “venuto nel nome del Padre” Suo (Giovanni 5:43). Colui che Lo vede, vede Colui che l’ha mandato (Giovanni 12:45), colui che Lo riceve, riceve Colui che Lo ha mandato (Giovanni 13:20) e colui che crede in Lui, crede in Colui che l’ha mandato. Nella preghiera al capitolo 17 il Signore dice: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17:3).

 

Unità e dipendenza

Il Signore si presenta come essendo assolutamente uno con il Padre ed allo stesso tempo dipendente da Lui. Meravigliosa combinazione di gloria ed umiltà.

 

“Io e il Padre siamo uno” (10:30). Si tratta di una unità di natura, ma anche di una unità di azione nella rivelazione: “Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo” (2 Corinzi 5:19). Gesù dice a Filippo: “Chi ha visto me, ha visto il Padre … Non credi tu che io sono nel Padre e che il Padre è in me?” (14:9-10). Più di una volta, il Signore afferma che tutte le parole che Egli pronuncia sono quelle del Padre e che tutte le opere che compie provengono dal Padre: “Colui che Dio ha mandato dice le parole di Dio” e “il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero” (3:34; 5:17);  “In verità, in verità vi dico che il Figlio non può da se stesso fare cosa alcuna, se non ciò che vede fare dal Padre; perché le cose che il Padre fa, anche il Figlio le fa ugualmente” (5:19-20); “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato” (7:16); “Il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire e di cui devo parlare” (12:49); “Le parole che io vi dico, non le dico di mio; ma il Padre che dimora in me, fa le opere sue” (14:10); “Vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio” (15:15).

 

Nella Sua totale sottomissione a Dio il Signore ha messo da parte la Sua volontà, seppure fosse perfetta, per compiere quella di Dio: “Cerco non la mia propria volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (5:30); “Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (6:38). Tutto questo non era penoso per Lui, anzi, il contrario! Il Signore dice: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua” (4:34).

 

A motivo della posizione d’abbassamento che ha preso, il Signore può dire: “Il Padre è maggiore di me” (14:28). Anche Paolo scriverà: “Il capo di Cristo è Dio” (1 Corinzi 11:3), ma guardiamoci dal concludere che una qualunque cosa possa sminuire il Figlio di Dio: “perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità” (Colossesi 2:9).

 

Il Figlio rivela il Padre

Dio si era rivelato in passato ai patriarchi, poi si era fatto conoscere al popolo d’Israele per mezzo di Mosè e poi attraverso i profeti, ma queste rivelazioni non erano che parziali. Poi, “in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio (o meglio: nel Figlio)” (Ebrei 1:2). Il Figlio di Dio è venuto quaggiù per rivelarci Dio nella Sua pienezza. Tutta la vita di Gesù, le Sue parole come le Sue opere, hanno fatto conoscere Dio e la Sua morte alla croce è stata la rivelazione suprema. L’amore e la santità di Dio hanno brillato in una maniera incomparabile.

 

Ma lo scopo di Dio non era soltanto di rivelarsi agli uomini, Egli voleva farsi conoscere come Padre e non solo come il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ma come Padre di tutti quelli ch’Egli voleva, nella Sua grazia, fare entrare nella Sua casa. Il Suo proposito era di introdurci in una relazione di figli con Lui per la gloria del Suo Figliolo. Solo il Figlio di Dio poteva compiere una tale missione.

 

“Nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo” (Matteo 11:27). Il Signore Gesù ha reso testimonianza di quello che conosceva alla perfezione. “Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (Giovanni 1:18 – cfr. 3:11). Per questo è la sola via che conduce a Dio e ad un Dio conosciuto come Padre: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6).

 

Benché il Signore avesse vissuto tre anni con i Suoi discepoli essi non avevano recepito molto di questa rivelazione. Alla domanda di uno di loro: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”, il Signore risponde: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Giovanni 14:8-9). Bisognerà che il Suo ministero verso Israele termini e, soprattutto, che l’opera della redenzione sia compiuta e lo Spirito Santo sia mandato, perché entrino pienamente nella rivelazione che era stata loro fatta. Il Signore ha detto, nella Sua preghiera al Padre: “Io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere”.

 

Quanto alla testimonianza resa davanti al mondo, la rivelazione era sufficiente per stabilire l’intera colpevolezza di tutti coloro che Lo hanno rifiutato: “Se non avessi fatto tra di loro le opere che nessun altro ha mai fatte, non avrebbero colpa; ma ora le hanno viste, e hanno odiato me e il Padre mio” (Giovanni 15:24).


(segue)

mercoledì 24 dicembre 2025

Conoscere Dio come Padre (1/8)

(S. Fayard et J.-A. Monard)

 

Introduzione

L’argomento che stiamo per affrontare è di una ricchezza estrema. È legato a dei soggetti fondamentali come: la Persona di Cristo, la salvezza in Lui, le dispensazioni, la posizione cristiana, la vita pratica … Avremo modo di toccare questi diversi soggetti più volte.

 

La venuta del Figlio di Dio sulla terra è il fondamento della rivelazione di Dio come Padre. Tutte le benedizioni spirituali che possediamo come cristiani scaturiscono da ciò che Cristo è e dall’opera che ha compiuto per noi.

 

Questo soggetto che presentiamo è suddiviso così: 

Il primo capitolo presenta la persona del Figlio, l’inviato del Padre, che ce l’ha rivelato e ci ha aperto l’accesso fino a Lui. “L’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (Giovanni 1:18).

Il secondo capitolo ci mostra come, per la fede in Cristo, possiamo entrare già da ora nella felice relazione di figli di Dio. La nuova nascita e l’adozione sono due aspetti complementari di questa benedizione. “A tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio” (Giovanni 1:12).

Il terzo capitolo mette in evidenza il carattere progressivo della rivelazione che il Signore Gesù ha fatto del Padre. Quello che il Signore ha rivelato quando si è presentato a Israele come Re doveva essere completato più tardi da quello che scaturisce dalla Sua opera di redenzione. “Io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere” (Giovanni 17:26).

Il capitolo quarto è dedicato alle cure dell’amore del Padre per i Suoi figli in vista di rispondere a tutti i loro bisogni e formarli. “Dio vi tratta come figli” (Ebrei 12:7).

Il capitolo cinque si sofferma sulle relazioni tra i figli di Dio ed il loro Padre, in particolare in relazione alla preghiera, alla lode e all’adorazione. “Per mezzo di lui abbiamo gli uni e gli altri accesso al Padre in un medesimo Spirito” (Efesini 2:18).

Infine, il capitolo sei pone l’accento sulla nostra responsabilità a camminare in maniera degna del nostro Padre. La nostra vita pratica deve manifestare i frutti della natura che abbiamo ricevuto da Lui. “Siate dunque imitatori di Dio, come figli amati” (Efesini 5:1).


(segue)

martedì 23 dicembre 2025

La chiamata di Levi

Levi, chiamato e conosciuto anche come Matteo, è stato uno dei discepoli di Gesù. Ha inoltre scritto il Vangelo che presenta il Signore Gesù come il Re promesso, venuto sulla terra per salvare dai loro peccati il Suo popolo terreno, Israele. I vangeli descrivono il suo primo incontro con il Signore Gesù e la sua chiamata per essere un discepolo. Alcuni brevi pensieri su quanto ci viene narrato nel vangelo di Marco.

“Gesù uscì di nuovo verso il mare; e tutta la gente andava da Lui, ed egli insegnava loro. E, passando vide Levi, figlio d’Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “SeguiMi”. Ed egli, alzatosi, lo seguì” (Marco 2:13-14).

Durante il Suo instancabile ministerio come Servitore Perfetto, il Signore Gesù ha visitato molte volte le zone limitrofe al lago di Gennezaret. Lì, probabilmente in un’area riservata al commercio, trovò Levi che svolgeva il proprio lavoro come esattore delle tasse. Nella società giudaica di quel tempo, gli esattori delle tasse erano disprezzati e considerati come peccatori perché collaboravano con la potenza occupatrice, i Romani, riscuotendo le tasse per loro conto

Non sappiamo se Levi avesse già sentito parlare dell’Uomo di Nazaret, comunque sia la sua reazione fu spontanea ed immediata alle parole di invito, “seguimi”, a lui rivolte dal Signore Gesù. Levi fu sopraffatto ed all’improvviso la sua vita fu stravolta. Da quel momento tutto sarebbe cambiato, quindi lasciò ogni cosa, così come era, per seguire quell’Uomo che lo aveva chiamato.

Se osserviamo attentamente potremmo notare, prima di tutto, tre cose fatte dal Signore Gesù e successivamente tre cose fatte da Levi, che possono essere di insegnamento per noi.


Cosa fece il Signore Gesù

Gesù stava passando. Durante il cammino percorso dal Signore Gesù, lo Straniero Celeste, niente è frutto del caso. Ogni aspetto del Suo servizio su questa terra aveva uno scopo preciso: ogni cosa fatta, il momento, il modo in cui fu fatta, e lo scopo per cui fu fatta. L’incontro con Levi, proprio quel giorno, mentre era seduto al banco della gabella, era quindi parte del piano divino. Il Signore voleva chiamarlo, affinché Levi, da quel momento in poi Lo potesse seguire.

Proviamo ad applicare tutto questo a noi stessi, non dovremmo mai dimenticarci che il Signore si avvicina e chiama anche noi. Il Suo intento non è solo quello di salvarci dalla punizione e dalla morte eterna a causa dei nostri peccati, ma ci chiama a seguirLo qui sulla terra dove Egli è attualmente rifiutato.

Gesù lo vide. Quando il Signore Gesù era su questa terra vedeva la miseria e la disperazione dell’uomo e come desiderasse guarigione e pace; era in grado di vedere tutto ciò più di chiunque altro. Non solo guardava all’aspetto esteriore ma il suo sguardo era focalizzato sulla radice del problema. Egli vedeva e conosceva il cuore di Levi. Lo sguardo intenso del Signore deve aver colpito, Levi perché si alzò immediatamente dal proprio sgabello per seguire lo Straniero.

Il Signore Gesù non è più fisicamente su questa terra, pertanto non possiamo vedere il modo in cui  guarda gli uomini. Comunque, ancora oggi, Egli scruta i cuori delle persone in un modo spirituale e conosce la loro condizione. Possa il Suo sguardo riscaldare e far ardere i nostri cuori per Lui, in modo che, come Levi possiamo seguirLo.

Gesù gli parlò. Il Signore Gesù non esitò ad avere un contatto con questo esattore delle tasse disprezzato da tutti. Si rivolse a lui e Gli parlò. I farisei e gli scribi si sentivano talmente superiori a uomini come Levi, al punto da ignorarli ogni volta che potevano, ma non era così per il nostro Signore Gesù. Egli conosceva i loro bisogni ed era li per aiutarli. Non disse molto, solo “seguimi”, ma fu sufficiente per dare una nuova prospettiva di vita a Levi.

Anche questo si applica a noi. In un certo senso anche noi udiamo il Signore Gesù parlare, attraverso la Sua Parola, la Sacra Bibbia, Egli parla da ognuno di noi per motivarci e spronarci a seguirLo.  Nessuno è troppo buono o troppo grande, troppo cattivo o troppo piccolo per non essere Suo discepolo. Siamo tutti chiamati a seguirLo su questa terra fino al momento in cui saremo con Lui nella gloria.


Cosa fece Levi

Era seduto al banco delle imposte. Era il suo lavoro giornaliero quello di riscuotere le tasse dai Giudei per conto dei Romani. Non vi è nessun dubbio, che in quei giorni, un uomo avrebbe potuto fare degli ottimi guadagni con quella professione. Era seduto lì a svolgere il proprio lavoro, possiamo pensare che fosse a suo agio in quel mondo (finanziario) e che la sua professione riempisse la propria vita.

Per natura ogni uomo si sente a proprio agio in questo mondo, si sente a casa sua e le cose che questa terra offre riempiono la sua vita. Le cose che ci legano a questo mondo variano da persona a persona: denaro, fama, prestigio nel proprio lavoro, vita familiare, divertimento, hobby, sport, musica o qualsiasi altra cosa. Tutto ci tiene impegnati e sarà sempre un impedimento a seguire Gesù.

Si alzò. Le parole del Signore colpirono Levi a tal punto che si alzò e lasciò tutto quello che aveva occupato la propria vita fino a quel momento. Da quel momento in poi, seguire il Signore Gesù fu più importante di qualsiasi altra cosa.

Se vogliamo seguire il Signore Gesù allora anche noi dobbiamo alzarci e rinunciare a cose, che fino a quel momento, sono state molto importanti per noi. Tutto questo è illustrato molto bene nella vita dell’apostolo Paolo (Filippesi 3). Ha dovuto rinunciare a molte cose, non tutte necessariamente cose cattive, in modo da essere pienamente concentrato sul Signore Gesù. Possiamo vedere questo anche nel suo ministerio, quando predicò l’evangelo ad Efeso, gli abitanti del luogo bruciarono i loro libri di arti magiche (Atti 19:19), dovevano chiudere con la loro vecchia vita legata alla magia e alla stregoneria. I nostri problemi potrebbero essere completamente differenti, da quelli degli abitanti di Efeso, ma dobbiamo affrontare le questioni che possono impedirci di alzarci e seguire il Signore Gesù. Alzarsi richiede sempre energia spirituale e solo chi risponde con fede alla chiamata possono fare questo.

Seguì il Signore Gesù. È vero che Levi ha dovuto rinunciare a molto, la sua vecchia vita di esattore delle tasse non esiste più, ma ha potuto rinunciarvi perché aveva un nuovo obiettivo. Seguire Gesù rappresentava per Levi molto di più di quello che si era lasciato dietro, perché il Signore riempiva la sua vita. Levi smise di seguire i propri interessi e la sua strada, la sua vita aveva una nuova direzione e seguì Colui che lo aveva trovato e chiamato.

Seguire il Signore Gesù che, in questo mondo, è ancora rifiutato, sarà possibile solo se abbiamo realizzato che ciò risulta essere un guadagno maggiore a quanto dobbiamo rinunciare; guadagniamo la Persona più magnifica, Colui che ci ama ed è morto per noi. Non vi è ombra di dubbio che Egli ci accompagnerà nella nostra vita, ma la vera domanda che dovremo porci è se siamo pronti a seguirLo nelle orme che ci ha lasciato (1Pietro 2:21). SeguirLo è una decisione personale. Levi prese questa decisione una volta e per sempre e lo stesso fece Paolo, non smisero mai di seguirLo e le loro vite possono essere descritte con una parola: Cristo! (Filippesi 1:21).


Forse, tutti noi, dichiariamo che stiamo seguendo il Signore Gesù, ma questo corrisponde alla realtà della nostra vita? Stiamo sperimentando come Levi quali sono le conseguenze di questa scelta? Seguire Gesù non è solo una pura confessione o combattere per una buona idea, una religione o una dottrina. Seguiamo una Persona che dovrebbe essere l’oggetto dell’interesse del nostro amore. Non seguiamo uomini, che pure possano essere intellettualmente dotati ed affascinanti, seguiamo il Signore Gesù. Più apprezziamo la grandezza e la magnificenza di questa Persona unica, più tutti gli altri interessi passeranno in secondo piano.

Oggi il Signore Gesù sta ancora chiamando persone che Lo seguano e se rispondiamo al Suo appello le nostre vite cambieranno completamente. Abbiamo realmente udito la Sua voce e Lo stiamo davvero seguendo? Ancora una volta ricordiamo che farlo ha delle conseguenze, ma ne vale davvero la pena. Dovremo rinunciare a delle cose e lasciarle dietro di noi, ma guadagneremo molto di più nel seguire le Sue orme. Possa l’esempio di Levi incoraggiarci ad alzarci e seguire il nostro meraviglioso Signore.

domenica 21 dicembre 2025

Cristiani

“Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia” 1 Giov. 3:13. 

Dei primi cristiani è detto che avevano “il favore di tutto il popolo” Atti 2:47. Ma questa condizione non durò a lungo. Si può rimanere impressionati da una vita santa, ma se la coscienza e il cuore non vengono raggiunti, tutto ciò che parla della presenza di Dio risveglia ben presto l'inimicizia naturale dell'uomo nei confronti di quel Dio potente, santo e giusto. 

Le persecuzioni non tardarono a venire. I più accaniti persecutori furono gli uomini “religiosi”. I fedeli furono etichettati come  quelli della “Via che essi chiamano setta” (Atti 24:14) gente stretta che segue un cammino diverso da quello della maggioranza degli uomini e fu dato loro il nome di cristiani (Atti  11:26), non era un titolo onorifico agli occhi del mondo, essere discepoli di un uomo crocifisso. 

Discepoli di Gesù di Nazaret, il disprezzato da tutti, chiamati poi “la setta dei Nazareni” (Atti 24:5). Quando Paolo comparendo davanti ad Agrippa e Festo, annunciò l'Evangelo è trattato, da parte del governatore romano, come un uomo “fuori di senno” (Atti 26:24).

Perché avveniva questo? Perché non scendevano a patti con il mondo ma mantenevano la loro posizione di Testimoni di Dio e come tali non ricercavano una posizione quaggiù ne possedevano già una maggiore (Fil. 3:20) e non intendevano conformarsi col presente secolo malvagio.

Dobbiamo riflettere sulle ragioni dell'attuale benevolenza nei confronti del cristianesimo “moderno”.

sabato 20 dicembre 2025

Mani pulite?

“Allora gli scribi e i farisei di Gerusalemme vennero da Gesù e gli dissero: Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli anziani? Poiché non si lavano le mani prima di mangiare” Matteo 15:1-2. 

Scribi e Farisei, Matteo non si preoccupa di identificarli ulteriormente, ma queste due categorie rappresentano tutti coloro che si limitano alla superficialità, all'apparenza e di queste cose ne fanno una regola di vita. 

L'aggiunta “di Gerusalemme” può suggerire che essi venivano proprio dal cuore di questo tipo di “religione”. Questo zelo si limita ad osservare un certo numero di forme esteriori e di tradizioni. E, coprendosi solo della pia apparenza, che può ingannare gli uomini e non Dio, seguivano le inclinazione del loro cuore naturale.

Pensavano che il concetto di “puro” e “impuro” fosse legato esclusivamente ad avere le mani visibilmente pulite o sporche. Precisiamo che nell'Antico Testamento era richiesto un rituale di lavaggio ogni qualvolta ci si doveva accostare a Dio o compiere delle attività cerimoniali per Lui e non era previsto il regolare lavaggio prima dei pasti. Questa prescrizione era ovviamente figurativa e lasciava intendere quale attenzione e cura si dovesse avere ogni qualvolta ci si accostava a Dio. 

Ma essi ne avevano fatto solo una questione esteriore e l'avevano addirittura amplificata.

Erano perfino arrivati a sottrarsi, per avarizia, anche ai doveri più elementari, come quello di provvedere ai bisogni dei genitori (v.5). Questi, come le loro tradizioni, annullavano i comandamenti di Dio.

Allora il Signore Gesù, che trovava tutto il suo diletto in quei comandamenti, confonde costoro mettendo a nudo la malvagità del loro cuore.

Si le mani possono essere accuratamente lavate...mentre il cuore è pieno di contaminazione.

venerdì 19 dicembre 2025

Una lezione difficile

I sentimenti che proviamo per i membri delle nostre famiglie o della famiglia di Dio sono del tutto legittimi. E il credente non sarebbe tale se non manifestasse affezione per quelli ai quali lo uniscono legami di sangue o di fede. Ma nel manifestare queste affezioni vi è un pericolo che non sappiamo sempre discernere e che potrebbe distoglierci dall'ubbidienza alla Parola di Dio.

Quando le nostre affezioni di famiglia o la nostra affezione fraterna non sono governate dalla Parola di Dio e dallo Spirito, quando diamo loro un'importanza che oltrepassa quella che conviene, quando infine ci lasciamo guidare e dirigere da esse, siamo condotti ad agire in modo umanamente sentimentale ma che non tiene conto dei diritti di Dio. Siamo facilmente inclini a cadere in questo laccio, sovente senza neppure rendercene conto; pensiamo allora di aver fatto ciò che è bene e avere così l'approvazione del Signore perché abbiamo manifestato molta affezione e non ci siamo accorti di averlo fatto a detrimento dei diritti di Dio e di quello che conviene al Suo nome.

Abbiamo dimenticato il principio posto dal Signore stesso. “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” Matteo 10:37. Il Signore ci chiede di manifestare sì, tutto il nostro amore, ma in ubbidienza alla Sua Parola, dando a Lui il primo posto.

Le “affezioni sregolate” fanno parte della nostra natura terrena che siamo chiamati a ricondurre all'ubbidienza di Cristo. Simili affezioni sono alla sorgente di tutte le azioni puramente sentimentali, bellissime in apparenza lodevoli agli occhi degli uomini, ma in questa sentimentalità, vi è in fondo, il desiderio di provare una soddisfazione personale e ciò che è grave che poniamo tutto ciò al disopra di Dio e dei suoi diritti.

Questo tipo di affezioni produrranno in noi una certa debolezza mai una fermezza che un figlio di Dio deve manifestare. Debolezza di cui è stato colpevole Eli per esempio: “Come mai onori i tuoi figli più di me” 1 Sam. 2:29.

Quale insegnamento, quale avvertimento per dei genitori cristiani! Se essi circondano i loro figli di un affetto non regolato dalla Parola di Dio, non potranno certo allevarli “in disciplina e in ammonizione del Signore” Efesini 6:4.

Abbiamo anche un altro esempio, nella stessa corrente di pensiero e che è ugualmente fra i più frequenti. “Vi ho scritto nella mia lettera di non mischiarvi con i fornicatori; non del tutto però con i fornicatori di questo mondo...ma quel che vi ho scritto è di non mischiarvi con chi, chiamandosi fratello, sia un fornicatore, un avaro, un idolatra, un oltraggiatore, un ubriacone, un ladro; con quelli non dovete neppure mangiare” 1 Cor. 5:9-11.

Un insegnamento così chiaro tuttavia sovente disatteso! Si pensa talvolta di non essere tenuti ad obbedire perché si è legati da legami di famiglia o di fede con colui che la Parola di Dio chiama “malvagio” e con il quale ci ordina di non avere relazioni di comunione. E si fanno passare i sentimenti del cuore prima dell'obbedienza alla Parola. 

Il termine “non dovete neppure mangiare” sta ad indicare un banchetto, una festa, un'occasione nella quale abbiamo occasione di socializzare insieme. 

Nella nostra società moderna si diffonde sempre più la convinzione che si debba essere “tolleranti”. Parrebbe una cosa lodevole o nobile, se non fosse che questa “tolleranza” venga sempre più invocata per coprire il nostro comportamento malvagio, quello che fino a qualche tempo fa la società stessa considerava anormale o indecente. Così, per evitare qualsiasi censura, si dice che nessuno può interferire nel “privato” dell'altro. I Corinti erano “gonfi” v.2, questo significa che probabilmente si vantavano di essere di “mente aperta”, “disinibiti”, di saper essere al passo con i tempi, ma il peccato è peccato e deve essere denunciato per quello che è perché tale resta dinanzi agli occhi di Dio. “Vi ho scritto nella mia lettera di non mischiarvi con i fornicatori”. Stiamo attenti alla nostra condotta e alle relazioni di affetto con i nostri cari affinché ogni cosa sia fatta in ubbidienza alla Parola di Dio e per il loro vero bene.

giovedì 18 dicembre 2025

La grazia

“Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio” Efesini 2:8.

Contrariamente a ciò che le religioni umane propongono, il punto di partenza della via della salvezza non è negli sforzi umani. E' Dio che ha preso l'iniziativa, per pura grazia, per amore. 

Ancora prima che il mondo fosse creato, nella sua perfetta conoscenza aveva concepito il piano della nostra salvezza. Dio, oltre che giusto e santo, è anche amore. Non voleva dunque che la sua creatura se ne andasse alla perdizione eterna senza offrirle il mezzo con il quale potesse ottenere la salvezza. Questo mezzo è il dono del suo Figlio che, subendo il suo giudizio sulla croce, ha preso su di sé la colpa dell'uomo. 

La grazia è dunque questa disposizione di cuore di Dio che vuol fare tutto per salvare l'uomo dalla situazione nella quale lo ha posto la sua disubbidienza.

Un passo come questo (Efesini 2:1-10), ci mostra che la condizione dell'uomo senza Dio è disperata. L'uomo non ha bisogno di ricevere una migliore educazione o verniciatura religiosa, ma deve essere “resuscitato” perché è “morto”.

“Dio ha vivificato anche voi, voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati” V.1. 

Eppure, anche le situazioni più disperate possono essere ribaltate.

“MA DIO...” v.4.

Ecco il fatto, Egli è grande in misericordia. Egli interviene nel “suo grande amore” (v.5). In questo si distingue Dio dall'uomo. L'essere umano cerca innanzi tutto la soddisfazione di se stesso. L'amore di Dio invece cerca la felicità dell'oggetto amato.

Entrate in cielo alle condizioni di Dio, o non vi entrerete affatto. Sarete salvati per la fede nel sangue di Gesù Cristo o non lo sarete con nessun'altro mezzo.

mercoledì 17 dicembre 2025

Dove rivolgere lo sguardo?

“Io alzo gli occhi ai monti...Donde mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto vien dall'Eterno che ha fatto il cielo e la terra” Salmo 121:1-2. 

Non guardo indietro. Conosco i miei sforzi infruttuosi, le mie ore perdute, i miei fallimenti e i miei rimpianti.

Non guardo davanti a me. Io non conosco il mio avvenire, se la strada sarà lunga o corta, né conosco i pericoli e le insidie che essa contiene. Ma Dio conosce ogni cosa.

Non guardo intorno a me. Rimarrei spaventato, talmente grande è il rumore del mare agitato che muove questo mondo, tanto è oscuro, privo di speranza e di pace ciò che esso può offrire.

Non guardo dentro a me. Ciò mi renderebbe soltanto infelice, poiché non c'è niente in me su cui possa appoggiare la mia speranza. Non vedo altro che mancanze e buoni propositi irrealizzati che si sono sbriciolati come polvere.

No, guardo invece in alto, in alto verso Dio, poiché solo là il mio cuore si può riposare e i miei timori si placano; là soltanto trovo la gioia e la grazia di cui ho bisogno.

“Cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché...la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” Colossesi 3:1-3.

martedì 16 dicembre 2025

Immaturità Spirituale

Purtroppo è quello che succede, se non si è vigilanti: anziché progredire, si va indietro.

L'autore della lettera agli Ebrei deve scrivere: “Su questo argomento avremmo molte cose da dire, ma è difficile spiegarle a voi perché siete diventati lenti a comprendere. Infatti, dopo tanto tempo dovreste già essere maestri; invece avete di nuovo bisogno che vi siano insegnati i primi elementi degli oracoli di Dio; siete giunti al punto che avete bisogno di latte e non di cibo solido” Ebrei 5:11-12. 

Siete diventati lenti a comprendere. Questo è grave perché vuol dire che c'è un regresso. C'è stato un primo tempo in cui le verità della fede venivano recepite e apprezzate velocemente, ma ora non è più così. Cosa è successo? Forse le cose che dovrebbero essere considerate tanta spazzatura (Fil.3:8) hanno ripreso importanza per noi?

La Parola di Dio viene messa da una parte perché crea una situazione di disagio?

L'immaturità in cui vivono tanti credenti è segno di una mancanza di crescita spirituale. Molti credenti hanno sempre bisogno di aiuti. Sono sempre alla ricerca di consiglieri spirituali specializzati che li rincuorino ed incoraggino.

“Ora, chiunque usa il latte non ha esperienza della parola di giustizia, perché è bambino” V.14. Il problema si riconduce sempre a questo, che non ci si nutre della Parola e soprattutto non la si vive. Non ha esperienza della parola, questa frase è molto significativa perché ci dice il perché non vi sia crescita. Ci siamo fermati, non c'è desiderio del “cibo solido”. Chiediamoci seriamente se questo non deriva dal fatto che vogliamo armonizzare la parola di Dio con il cammino della “strada larga”, perché questo non è possibile.

lunedì 15 dicembre 2025

Buona volontà?

La Bibbia insegna che l'uomo si trova in un periodo di oscuramento spirituale. Egli è spiritualmente cieco.  “Andiamo tastando la parete come i ciechi, andiamo a tastoni come chi non ha occhi; inciampiamo in pieno mezzogiorno come nel crepuscolo, in mezzo all'abbondanza sembriamo dei morti” Isaia 59:10.

Spiritualmente l'uomo è anche sordo: “Figlio d'uomo, tu abiti in mezzo a una casa ribelle che ha occhi per vedere e non vede, orecchi per udire e non ode” Ezechiele 12:2.

E Poi  è spiritualmente perfino morto: “voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati” Efesini 2:1.

Tutto questo significa che la comunicazione tra Dio e l'uomo è interrotta, Vi è una meravigliosa sfera di gioia, di armonia, di luce e pace davanti alla quale milioni di persone rimangono cieche, sorde e perfino morte. Esse bramano la felicità e la serenità ma non sembrano mai trovarle.

Se non fosse intervenuto Dio per l'uomo non ci sarebbe stata alcuna speranza. E Dio si è mostrato. La Parola stessa si è fatta carne “In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini” Giovanni 1:1. Poi ha parlato e l'uomo non ha potuto che dire “nessuno parlò mai come costui” Giov. 7:47. Era venuto a portare la vita e non è stato ricevuto ma: “a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio” Giov.1:12.

Non è stata la nostra buona volontà, non sono state le nostre capacità a rendere possibile tutto questo, ma Dio. Il suo amore per gli uomini. Il suo desiderio di fare grazia, essendo disposto a pagare un prezzo altissimo per questo, ma ha voluto, ha grandemente voluto parlare in grazia. Lo ha fatto per mezzo del Figlio che è venuto in mezzo a noi accreditato da opere, uniche, tanto grandi da rendere impossibile il non riconoscerlo. 

Eppure è stato rifiutato e le tenebre la sordità e la morte sono rimaste padrone di gran parte dell'umanità. Ma c'è ancora tempo. Si può ancora avere accesso a quella sfera di vita bisogna solo affrettarsi perché Dio ancora oggi fa udire la sua voce.

domenica 14 dicembre 2025

Tralci

“Io sono la vera vite e il Padre mio è il coltivatore” Gio.15,1. Tutto ciò che ora vi presenta può essere compreso in questa immagine ed è per questo che dobbiamo chiarirlo a noi stessi. Immaginiamo un vignaiolo passeggia nel suo vigneto e osserva, valuta, cura e coltiva le viti. Vede subito quando una vite non è cresciuta come dovrebbe e non produce il frutto che si aspettava. Qui il Padre è il vignaiolo. 

Il compito della vite è fornire cibo ai tralci e il Signore Gesù si presenta come la vera vite.

Se c'è una vera vite vuol dire che ne esiste anche una che non ha queste caratteristiche. Qui è Israele ma possiamo anche applicarlo a tutta la cristianità professante.

Si distinguono poi due tipologie di vitigno. C'è chi non porta frutto e chi lo porta. La differenza fra i due? “Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me” ver.4.

La differenza è data dal “dimorare” ovvero essere attaccati, uniti a Cristo.

“Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla” Giov. 15:5. 

Non sono io che devo fare di me stesso un tralcio; lo sono già, dice il Signore che appartengo a Lui. Io sono collegato a Lui. A me tocca agire in conseguenza di ciò che ora sono. Sono un membro del suo corpo, posso quindi  prendere dalla sua pienezza tutto ciò di cui ho bisogno.

sabato 13 dicembre 2025

Ad immagine

In Genesi 1 leggiamo che Dio creò l'uomo: “Poi Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina”. Quindi Dio creò l'uomo a Sua immagine (come Suo rappresentante qui sulla terra) e secondo la Sua somiglianza (come un essere puro che non conosceva il peccato). L'uomo era l'unica creatura terrena che poteva comunicare con Dio, e Dio poteva parlargli, perché non c'era ostacolo tra Dio e lui.

E poi troviamo che Adamo visse centotrenta anni dopo la Caduta e "generò un figlio a sua somiglianza, a sua immagine" Gen 5:3. Cioè, il figlio che Adamo concepì era a somiglianza e immagine di un uomo decaduto, peccatore e sotto il giudizio di Dio, un uomo che originariamente era stato in comunione con Dio ma aveva lasciato quella posizione.

venerdì 12 dicembre 2025

Mi ami tu?

“Mi ami tu?” Giovanni 21:15.

Pietro si limitò a dire: Tu sai che ti voglio bene. Era rimasto deluso da se stesso, deluso dai suoi propri sentimenti.

Quando il Signore chiese a Pietro se lo amasse utilizzò una parola che indicava una devozione totale. Pietro rispose utilizzando un termine che rifletteva il suo amore per Cristo, ma senza includere la sua totale devozione per Lui.

L'uomo naturale esprime il suo amore con dichiarazioni e promesse di fedeltà. Questo sentimento può essere anche profondo, ma non tocca mai il centro della nostra personalità. Solo la Parola di Dio può apportare un cambiamento totale, essa sola giunge così in profondità: “fino alla divisione dell'anima e dello spirito” Ebrei 4:12. 

La Parola di Dio colpisce, trasforma, più di quello che possa fare il peccato, perché il peccato intorpidisce la sensibilità, ma la Parola accende un fuoco che ravviva, ristora i cuori e ci rende più sensibili sotto tutti i punti di vista.

“Gli disse la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?»”  Giovanni 21:17.

Hai sentito il dolore provocato dal tocco di Dio sulla carne viva, sul punto veramente sensibile della tua anima?

Satana non può arrivare a toccare quel punto, nemmeno il peccato né le passioni umane; nulla può raggiungerlo, eccetto la Parola di Dio.

“Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta” in quel momento si stava accorgendo che nel suo intimo, proprio al centro della sua personalità, egli era veramente devoto a Cristo; e cominciava a capire che significato avesse quella domanda pazientemente ripetuta.

Le illusioni se ne erano andate dalla sua mente senza lasciare la benché minima traccia; mai più avrebbe potuto ingannarsi di nuovo. Era stata per lui una rivelazione scoprire quanto amasse veramente il Signore, per questo rispose: “Signore tu sai ogni cosa”.

“E noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine” 2 Corinzi 3:18.

giovedì 11 dicembre 2025

Giuseppe

Nel capitolo 40 dirà al coppiere e solo a lui: “ricordati di me quando sarai felice” v.14.

Giuseppe, che è una figura del Signore, è stato odiato e venduto dai suoi stessi fratelli, ha indossato le vesti del servitore perfetto nella casa di Potifar, è stato nella fossa cosi è descritta la sua prigionia nel salmo. 

Si noti che le benedizioni abbondano su coloro che gli danno un posto particolare nella loro vita. In casa di Potifar Dio fece prosperare ogni cosa, in prigione il carceriere, dopo il suo arrivo fu benedetto ed è detto che prosperava in ogni cosa, e quando il Faraone conferì a Giuseppe il primo posto tutto il paese ne trasse un grande beneficio. I suoi fratelli rigettandolo si erano privati di tutte queste benedizioni. Non è forse così anche del Signore Gesù? Se gli diamo il primo posto nel nostro cuore e nella nostra vita non riceveremo noi tante benedizioni? Ma se lo rifiutiamo cosa succederà?

Nel suo Servizio, Giuseppe, abbassa sempre se stesso per dare gloria a Dio (40,8 41,16).

Aveva 30 anni quando iniziò il suo servizio in Egitto.

Interessante notare che il sogno del Faraone si ripete 2 volte, sembra rimarcare qualcosa di estremamente importante come quando nell'Evangelo di Giovanni il Signore diceva: “In verità in verità io vi dico” ripetendolo due volte.

Ora Giuseppe ha un nuovo nome, Safnat-Paneac (41:45), che significa: Salvatore del mondo o Colui che dà vita. Riceverà del faraone una moglie, straniera, come Cristo dopo il rifiuto da parte dei suoi fratelli.

Il Faraone pose Giuseppe a capo della sua casa, Cristo come figlio è posto sulla sua casa.

Dinanzi a Lui si gridava in ginocchio (Gen 41:43) , come certo ogni ginocchio si piegherà dinanzi a Cristo (Fil.2:10).

Iniziano i 7 anni di carestia, di fame. Molto spesso si manifestano nei cuori insoddisfatti e tristi perché lontani da Dio. Allora rimane una sola possibilità andare a Cristo e gridare a Lui. Anche il figliol prodigo lontano dal Padre soffriva la fame.

Giuseppe comprerà le terre dagli egiziani tutte le terre dovranno ritornare sotto il suo dominio.

mercoledì 10 dicembre 2025

Invito

“Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece le nozze di suo figlio. Mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze; ma questi non vollero venire. Mandò una seconda volta altri servi, dicendo: "Dite agli invitati: Io ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono ammazzati; tutto è pronto; venite alle nozze". Ma quelli, non curandosene, se ne andarono, chi al suo campo, chi al suo commercio” Matteo 22:2-5.

Inviti, ne avrete sicuramente ricevuti nella vostra vita. Sorprese che a volte arrivano improvvise e più l'invito è importante più grande è la gioia nel riceverlo.

Ricevere un invito significa venire onorati, essere tenuti in grande considerazione.

Quanto è brutto essere esclusi, non ricevere mai un invito. Siamo abituati a dover presentare delle credenziali. Su i lavoro occorre presentare un curriculum, per certe università si devono superare dei test di ammissione, per alcuni impieghi è richiesta la bella presenza ecc. ecc. Caso mai ci tenevamo in modo particolare ma non avevamo le credenziali e siamo stati esclusi.

Ma gli inviti più incredibili non si trovano dentro le buste colorate, si trovano nella Bibbia.

Dio è un dio che invita un Dio che chiama. “Venite alle nozze”.

Dio è un Dio che apre la porta e fa segno ai pellegrini di accomodarsi alla tavola imbandita e l'invito non è solo per un pasto, è per la vita. Un invito ad entrare nel suo regno e stabilirsi in un mondo privo di lacrime, di morte di dolore.

Chi può entrarvi? Chiunque lo desidera. L'invito è universale e personale allo stesso tempo.

Vi siete mai chiesti come si sentisse il Signore mentre raccontava queste parabole?

Se mai vi è accaduto che un vostro invito venisse ignorato, allora potreste avere una lontanissima idea di ciò che vuole dire.

La maggior parte delle persone non respinge il Signore...solo non prende in seria considerazione il suo invito, non vuole entrare, mostra scarsa se non disprezzo per la grandezza di quell'invito e non entrerà.

Non è incredibile che dio lasci a noi la scelta? Pensateci.

Ci sono molte cose nella vita che noi non possiamo scegliere. Non possiamo scegliere se nascere o no con un naso grosso, non possiamo scegliere il colore della nostra pelle, se avere gli occhi blu e i capelli ricci. Ma possiamo scegliere dove trascorrere l'eternità.

La grande scelta Dio la lascia a noi. La decisione fondamentale è nostra.

Che cosa state facendo con l'invito di Dio?

Che cosa state facendo con la sua personale richiesta di vivere sempre con lui?

martedì 9 dicembre 2025

Atteggiamenti sbagliati

“...chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti” Marco 10:43-44.

Quando Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, si confrontarono con il Signore Gesù, l'antitesi fra questi e loro era quasi totale: Lui era venuto per dare e per servire, loro volevano ricevere e comandare. Oggi noi siamo davanti alla stessa alternativa.

“Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: Maestro, desideriamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo” v.35.

La loro richiesta potrebbe benissimo figurare nel guinness dei primati come la peggiore preghiera mai verbalizzata nella Scrittura, perché sarebbe difficile superare un così vistoso egocentrismo. Immaginando che ci sarebbe stato una corsa alquanto profana ai posti più importanti del regno, quindi ritenevano prudente prenotarsi. La loro preghiera era un tentativo di piegare la volontà di Dio alla propria, mentre la vera preghiera equivale ad arrendere la propria volontà a quella di Dio.

In secondo luogo, c'è la scelta fra il potere e il servizio. Chiesero al Signore di poter sedere ai suoi due lati nel regno. Su cosa immaginavano di sedere? Sul pavimento? Su panche o su sgabelli? No, si aspettavano sicuramente di sedere su dei troni. Provenivano da una famiglia della classe media, avevano una attività di pesca con persone a loro servizio e pensavano di, non solo mantenere, ma addirittura accrescere la loro posizione con l'avvento del regno. In altre parole il commento del Signore fu: “Voi sapete che quelli che sono reputati prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi” v.42-43.

La nuova comunità del Signore è organizzata su un principio diverso: servizio non potere, umiltà non autorità. Inoltre, indicava loro che nel mondo ci sono due diverse gamme di valori, il simbolo dell'una è il trono, il simbolo dell'altra è la croce.

lunedì 8 dicembre 2025

Giosia - 13 ANNI DI SILENZIO (parte 4)

NASCONDERSI?

Un'altra cosa che ci colpisce particolarmente leggendo la storia è il travestimento di Giosia. In cosa consisteva questa mascherata? Perché questo gioco di travestimento? L'Antico Testamento ci fornisce diversi esempi di simili mascherate. In Genesi 38 troviamo la storia straziante di Tamar, nuora di Giuda. Usando un travestimento, questa donna, ingannata e delusa da Giuda, commise un terribile peccato. In 1 Samuele 28 vediamo il re Saul travestirsi per andare da un negromante. Di lui è detto espressamente: “Allora Saul si camuffò, si mise altri abiti“ 1 Sam 28,8. Anche il re Achab si travestì per poter andare in battaglia senza essere scoperto, in modo simile a Giosia (1 Re 22:30). Nel caso di Tamar e Saul, c'era un evidente peccato associato a questa mascherata. Tamar si si veste da prostituta e Saulo fa uso dell'occulto. Entrambi erano chiaramente e inequivocabilmente contrari ai pensieri di Dio. Entrambi volevano consapevolmente fare qualcosa contro la volontà di Dio e quindi si sono travestiti. Si trattava di rinunciare alla propria identità per scambiarla con un'altra.

Per Achab e Giosia, il motivo principale del travestimento era il desiderio di non essere riconosciuti. I nemici non dovrebbero riconoscerli come re e a capo dell'esercito nemico. Anche loro volevano nascondersi da Dio? Achab aveva sentito la parola di Dio che sarebbe dovuto morire, e Giosia poteva aver avuto dei dubbi sul fatto che Dio non fosse dalla sua parte.

Può essere interessante in questo contesto che il profeta Sofonia parli di “io punirò tutti i prìncipi, i figli del re, e tutti quelli che si vestono di abiti stranieri” Sof 1:8. Ci è permesso applicare questo fatto spiritualmente? Nella Parola di Dio l'abbigliamento spesso parla della nostra testimonianza, di ciò che si vede all'esterno di noi. Indossare abiti “diversi“ potrebbe significare che non ci stiamo comportando come dovremmo. Fingiamo e non riveliamo la nostra vera identità. In questo modo possiamo ingannare la gente. Da anni frequentiamo i non credenti, ad esempio al lavoro o a scuola, e nessuno si è accorto che siamo figli di Dio. Oppure stiamo semplicemente fingendo temporaneamente di fare qualcosa che sappiamo non essere giusto. Nessuno nota nulla, tranne Dio. Non possiamo ingannarlo.

Ma è consentita un'altra applicazione. Possiamo anche deviare nel cammino quando si tratta di ciò che Dio ci ha affidato. Il percorso della separazione e dell’obbedienza è diventato troppo stretto per noi? Non ci sentiamo più a nostro agio con ciò che il Signore ci vuole da noi e stiamo cercando una via più ampia? Allora potremmo correre il pericolo di uscire dalla nostra identità, da ciò che una volta era importante per noi. Se ammorbidiamo alcune cose sulla base di queste motivazioni, allora siamo sulla buona strada per “mascherarci”. L'occhio di Dio vede sempre le cose come realmente sono. Ecco perché dovremmo stare attenti a non indossare “abiti stranieri” in presenza delle persone vero le quali siamo chiamati a testimoniare della nostra fede.

5. UNA SINTESI DIVINA

La fine di Giosia arrivò all'improvviso. Aveva solo 39 anni; un uomo al culmine della sua vita che ha dovuto porre fine ad essa a causa delle sue scelte. Comprendiamo bene che tutto Giuda e Gerusalemme lo piansero e che Geremia innalzò un lamento. Avevano perso un re che, nonostante il suo fallimento alla fine, li aveva sempre esortati a seguire il loro Dio.

Cosa vogliamo ricordare quando pensiamo a quest’uomo? Senza dubbio, tutta la sua storia è scritta per istruire i figli di Dio, comprese le circostanze della sua morte. Ma il riassunto divino alla fine della sua storia è commovente e dovrebbe essere considerato attentamente. Dio non si ferma al male, ma parla delle “buone azioni” di Giosia e del fatto che le ha compiute “secondo i precetti della legge del SIGNORE” 2 Cro. 35:26. La sua opera di riforma allietò il cuore di Dio. Sono state buone azioni che non sono state dimenticate. Colpisce la sua obbedienza alla Parola di Dio. Ha fatto secondo ciò che Dio ha detto.

Dove siamo oggi, personalmente e collettivamente? Alla congregazione (chiesa) di Filadelfia viene detto: "Hai osservato la mia parola" Apocalisse 3:8. C'è molto in questo. Conservare significa amare, apprezzare e fare. Questa è una sfida che possiamo affrontare ogni giorno finché non avremo raggiunto la meta e la corsa della fede sarà finita. Vogliamo agire come l'apostolo Paolo: “ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù ” Fil 3:13-14. Questo  è il modo giusto di camminare e nel quale sarà Dio a fare la differenza.


(fine)

domenica 7 dicembre 2025

Giosia - 13 ANNI DI SILENZIO (parte 3)

DISOBBEDIENZA

Il desiderio di un riconoscimento umano potrebbe essere stato il motivo di Giosia per combattere. Ma com'era la sua situazione spirituale? Non dobbiamo forse dire che Giosia era diventato indipendente e perfino disobbediente? Non leggiamo alcuna parola di Dio che gli dica di intraprendere questa guerra, né troviamo alcuna domanda in preghiera di Giosia sul fatto se dovesse unirsi alla battaglia o meno. Giosia agisce come ritiene umanamente più opportuno.  Allora Dio si mette proprio sulla sua strada e deve rivolgergli un messaggio attraverso un sovrano pagano: “Ma Neco gli inviò dei messaggeri per dirgli: Che c'è fra me e te, o re di Giuda? Io non salgo oggi contro di te, ma contro una casa con la quale sono in guerra; e Dio mi ha comandato di far presto; bada dunque di non opporti a Dio, il quale è con me, affinché egli non ti distrugga”  2 Cr. 35:21. Ma Giosia non ascolta Dio. Questa è disobbedienza e le conseguenze furono amare.

Dio mette alla prova il Suo servitore. E lo mette alla prova esattamente dove prima era la sua forza: la fede. La sottomissione senza compromessi alla Parola di Dio era ciò che Giosia aveva caratterizzato alcuni anni prima. La Parola di Dio lo aveva gettato a terra e lo aveva gettato tra le braccia di Dio. Qui, invece, ignora completamente il messaggio di Dio. Può darsi che semplicemente non volesse credere che fosse Dio a parlargli tramite il Faraone. Ma ciò non cambia il fatto che sia diventato indipendente e disobbediente.

La disobbedienza è senza dubbio un segno distintivo dei nostri tempi. L’obbedienza conta sempre meno nella nostra società. Anche noi credenti non rimaniamo indenni da questo. Ma i pensieri di Dio non cambiano per questo. Si aspetta che obbediamo e ci sottomettiamo alla sua parola. E Dio ci mette alla prova anche per vedere se la nostra obbedienza è dimostrata. Adesso è facile parlare o scrivere di obbedienza. Ma è più difficile praticarlo. Pensiamo alla prima coppia umana che fu messa alla prova in circostanze così favorevoli e cadde nella disobbedienza. Pensiamo a noi stessi, che spesso siamo messi alla prova e disobbedienti in cose così piccole. Ma poi pensiamo a nostro Signore che si è trovato nella situazione più difficile che si possa immaginare. Non è caduto nella disobbedienza, no, è stato Lui che “facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” Fil 2,8. Questa obbedienza ci riempie di ammirazione. Siamo chiamati a seguire il Suo esempio.

È anche degno di nota a questo punto che Dio si serve di una persona non credente per avvertire il Suo servitore e per rivolgergli una parola. Dio ha diversi modi di parlarci e di guidarci. I credenti del Nuovo Testamento possiedono la Parola completa di Dio, e questa Parola è una lampada ai nostri piedi e una luce sul nostro cammino. Attraverso lo spirito che vive in noi, Dio attira la nostra attenzione sulla Sua Parola, e lo fa in modo molto preciso a seconda della situazione. Ma può anche darsi che Dio ci parli attraverso alcune circostanze. Tuttavia, la cosa è particolarmente grave quando Dio deve servirsi di persone non credenti per rendere consapevoli di qualcosa i Suoi figli. Non è affatto irragionevole che Dio usi persone non credenti come portavoce. Ricordiamo, ad esempio, Balaam e Caifa, entrambi i quali avevano qualcosa da dire a nome del Signore. Nella storia di Giosia, Dio si serve di un re pagano. Non parla in termini generali, ma si rivolge a Giosia in modo specifico. Ma il re non coglie nemmeno questo accenno e persiste invece nella sua disobbedienza.

TESTARDAGGINE

Un'altra caratteristica di Giosia è sicuramente la sua testardaggine. Viene quasi in mente un bambino piccolo che, nonostante le spiegazioni dettagliate dei genitori, dice semplicemente: “Ma non voglio”. Il suggerimento del Faraone dalla bocca di Dio era più che chiaro, eppure Giosia rimase fedele alle sue intenzioni. Voleva la guerra e non ha lasciato che nulla lo fermasse.

Fin da giovane fu educato dalla Parola di Dio. Era capace di critiche e correzioni. A 39 anni aveva evidentemente perso questa qualità. Pensava forse di poter prendere la decisione giusta in base alle sue esperienze di vita.

Nel mondo si parla di “cocciutaggine della vecchiaia”, e in molti casi ciò è certamente giustificato. Ma anche in giovane età puoi diventare testardo e irragionevole. Tuttavia, questo pericolo aumenta quanto più esperienza di vita hai. Anche anni di esperienza al servizio del Signore, se non siamo vigili, possono portarci a persistere nelle nostre opinioni e a non inchinarci più alla Parola di Dio. Forse Dio usa una sorella o un fratello per portare qualcosa alla nostra attenzione. Ma poiché pensiamo che questa sorella o questo fratello in particolare abbiano molta meno esperienza di noi, potremmo essere inclini a non ascoltarli. Essere un saccente non può mai essere una caratteristica data da Dio. Dovremmo essere e rimanere sensibili e accettare la correzione quando questa viene dalla parola di Dio. L'ostinazione e la testardaggine di Giosia alla fine lo porterà alla morte.


(segue)

sabato 6 dicembre 2025

Giosia - 13 ANNI DI SILENZIO (parte 2)

UNA GUERRA INUTILE

Il popolo di Israele ha combattuto molte guerre. A volte venivano attaccati e dovevano difendersi. A volte erano loro stessi gli aggressori. C'erano guerre in cui Dio doveva essere con loro e c'erano guerre in cui Dio invece era contro di loro, ma tra le guerre registrate nella Parola di Dio, apparentemente nessuna era così inutile come la guerra che Giosia sta ora conducendo contro il faraone Neco, sebbene le motivazioni di Giosia siano ovviamente sconosciute. Il contesto storico di questa guerra non è chiaro. Può darsi che il faraone volesse dichiarare guerra alla potenza assira in declino, ma può anche darsi che il suo attacco fosse diretto contro l’emergente potenza babilonese. Comunque sia, il fatto è che Giosia interviene in questa disputa senza alcun motivo visibile e cerca battaglia nonostante gli avvertimenti del faraone pagano. Giosia, che in passato aveva una visione così profonda della mente di Dio, ora sembra aver perso la capacità di discernere.

Mentre leggiamo questa storia, possiamo pensare a due passaggi dei Proverbi che Salomone scrisse molti anni prima che Giosia vivesse:

“È una gloria per l'uomo l'astenersi dalle contese, ma chiunque è insensato mostra i denti“ Proverbi 20:3.

“Il passante che si riscalda per una contesa che non lo concerne, è come chi afferra un cane per le orecchie” Proverbi 26:17.

Queste parole parlano anche a noi. Spesso pensiamo che dobbiamo combattere quando Dio ci dice di fuggire. Ci sono certamente situazioni in cui dovremmo resistere a Satana, cioè quando lui ci attacca per toglierci la fede. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la fuga è all’ordine del giorno, soprattutto quando Satana vuole usare le tentazioni di questo mondo per abbatterci. Combattere in tali situazioni porta con sé una sconfitta certa. L'esempio di Giuseppe è ben noto e viene qui ricordato. Soltanto la sua coraggiosa fuga lo salvò dal cadere nel peccato sessuale.

DIPENDENZA DA DIPENDENZA

Si potrebbe riflettere sui motivi che portarono Giosia a intraprendere questa guerra. Non troviamo una risposta diretta nella Parola di Dio. Ma se leggiamo un po’ tra le righe, ci si potrebbe forse chiedere se Giosia volesse rappresentare qualcosa nel mondo. Interferisce negli attuali eventi politici del suo tempo, che avrebbero dovuto non aver nulla a che fare con lui. In questo caso, né lui né il suo popolo erano minacciati dalle intenzioni bellicose degli egiziani.

La dipendenza è un male che attraversa tutta la Bibbia. Ci sono una serie di esempi che Dio ci ha dato come avvertimento. Pensiamo a Lot, che pensava di vedere il suo posto nel consiglio di Sodoma, infatti lo troviamo seduto alla porta della città. Oppure pensiamo a Saulo, che cercava l'onore davanti al popolo giudeo. Consideriamo Nabucodonosor, che si alzò con orgoglio e invece sprofondò così in basso da essere simile ad una bestia. Anche qui ricordiamo una parola del saggio Salomone: “La superbia precede la rovina, e lo spirito altero precede la caduta” Proverbi 16:18. A proposito, queste parole non hanno perso la loro validità fino ad oggi.

Se applichiamo questo a noi stessi, allora potremmo chiederci: quali obiettivi stiamo perseguendo? Vogliamo essere qualcuno in questo mondo, vogliamo contare qualcosa? Questo può essere il caso, ad esempio, sul lavoro. Tendiamo verso l’alto con tutte le nostre forze e senza riguardo per gli altri, seguendo il motto: “Ognuno è il prossimo di se stesso”? Oppure pensiamo di poterci coinvolgere nella politica di questo mondo? Forse lo facciamo con le migliori intenzioni, ma è comunque sbagliato. È il mondo che ha rifiutato nostro Signore e lo ha messo in croce. Non può essere nostro compito svolgere un ruolo nella politica di questo mondo, sia a livello locale, nazionale o internazionale. Ma le cose peggiorano ancora quando cerchiamo di occupare un posto d’onore e di prestigio nel mondo religioso. Questo era colpevole della morte del Signore tanto quanto il sistema politico. Anche questa “parte” del mondo non potrà mai essere il luogo in cui sviluppare le attività.

Ma può esserci anche un desiderio di riconoscimento nella vita di un'assemblea locale. Puntiamo forse a uno dei posti più prestigiosi qui? Vogliamo essere tra i primi? Nella terza lettera, Giovanni parla di Diotrefe, un uomo “che aspira ad avere il primato tra loro“ 3 Gv 9. Questa è davvero una triste testimonianza. Penseremo piuttosto al nostro Signore, che volontariamente si umiliò e prese l'ultimo posto. Il Suo esempio dovrebbe caratterizzarci (Filippesi 2:5-8), allora non ci saranno problemi di questo tipo. Lui stesso ha insegnato ai suoi discepoli a non aspirare ai primi posti. Invece, ha detto, “… chiunque si innalza sarà abbassato, e chiunque si abbassa sarà innalzato” Luca 14:11. Ciò di cui abbiamo bisogno anche in questa materia è la “semplicità verso Cristo” 2 Cor. 11:3.


(segue)

giovedì 4 dicembre 2025

Giosia - 13 ANNI DI SILENZIO (parte 1)

13 ANNI DI SILENZIO

Abbiamo conosciuto Giosia come un uomo riformatore. La sua vita di fede iniziò quando aveva 16 anni. Nel corso di 10 anni, Dio ci racconta nel dettaglio ciò che ha fatto questo giovane. Il momento più alti delle sue riforme è stato senza dubbio la Pasqua celebrata durante il suo regno. A quel tempo Giosia aveva 26 anni. E poi all'improvviso dice: “Dopo tutto questo”. Giosia morì nel 31° anno del suo regno, all'età di 39 anni. Se facciamo i conti, c’è un periodo di 13 anni tra il racconto della Pasqua e le parole “dopo tutto questo”. Si ha l'impressione che Dio semplicemente sorvoli questi 13 anni della vita di Giosia.

Tredici anni di silenzio! Giosia non ha fatto nulla durante questo periodo? Non ha fatto la differenza? Non troviamo una risposta chiara a questa domanda. Ciò che possiamo dire è che Giosia non fece nulla su cui Dio avesse qualcosa da dire. In questo vediamo un principio importante che troviamo spesso nella Bibbia. Dio ci parla attraverso ciò che dice, ma a volte Egli ci parla anche attraverso ciò che non dice. Gli insegnamenti non sono sempre in superficie. A volte dobbiamo scavare un po' di più, leggere tra le righe e considerare ciò che Dio non dice. Ad esempio, perché non leggiamo di un altare nella vita di Abramo quando era nel paese d'Egitto (Genesi 12:9-20)? Oppure perché non leggiamo di una preghiera di Davide quando fuggì presso Achis, re dei nemici di Israele (1 Sam 27-29)? Il silenzio di Dio parla anche nella vita di Giosia.

Cosa ci dice questo silenzio? Ci sono momenti nella nostra vita sui quali Dio non ha nulla da dire? Periodi di tempo che non hanno valore per Dio perché non si trova alcun frutto per Lui? Dio cerca frutto nella nostra vita, cioè vuole vedere le caratteristiche del Suo Figlio in noi. Del resto, quale frutto sia buono per Dio lo giudica Dio stesso e nessun altro. Alcune cose possono sembrare buone agli occhi degli uomini, ma ciò che conta è il giudizio di Dio.

Come va la nostra vita? Forse abbiamo iniziato bene, impegnandoci per la causa di Dio, ma poi abbiamo rallentato e siamo passati ad altre cose. Forse alcune delle cose che facevamo per convinzione ora sono diventate routine. I giovani sono spesso più veloci ad entusiasmarsi per qualcosa, mentre invecchiando il loro entusiasmo a volte svanisce. Le cose possono essere così anche nella vita spirituale. Il saggio Salomone dice: "il sentiero dei giusti è come la luce che spunta e va sempre più risplendendo, finché sia giorno pieno" Proverbi 4:18. Possiamo paragonare la brillante luce del mattino alla giovinezza di una persona. La giovinezza è come il mattino luminoso quando il sole sorge in tutta la sua potenza, ma non è tutto; Una vita per Dio è una vita che risplende sempre più luminosa, fino al culmine del giorno. Questo è stato, inizialmente, il caso di Giosia finché la luce brillante non si è improvvisamente oscurata. Come va con me e con te?

Giosia aveva 39 anni quando entrò inutilmente in battaglia con il faraone Neco. Non era più un giovane, ma non era nemmeno vecchio. All’età di 39 anni di solito hai raggiunto l’apice della tua vita. Sei nel pieno della tua forza. La fine di Giosia parla indubbiamente a tutti noi, dovremmo sentirci particolarmente chiamati in causa, noi, che siamo nel mezzo della nostra vita? Com’è andata la nostra vita finora? Come abbiamo iniziato? Cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo avuto e abbiamo successo in questo mondo? Abbiamo fatto carriera? Abbiamo una famiglia intatta? Queste sono solo domande a cui possiamo pensare. Ma chiediamoci anche: cosa siamo stati noi per il Signore? Ci sono forse stati momenti in passato in cui eravamo più interessati e impegnati nei confronti di Lui e della Sua causa? Ci sono forse dei fratelli più giovani che ci mostrano come si fa? Ancora una volta: queste sono domande alle quali possiamo pensare in tutta tranquillità e poi darci una risposta.

Un altro pensiero mi viene in mente in relazione ai 13 anni. Ci chiediamo: che fine ha fatto l'opera riformatrice di Giosia? Non ha avuto alcun effetto? Sicuramente in una certa misusa lo ebbe, poiché l’ultimo versetto di 2 Cronache 34 ci dice: “Durante tutto il tempo della vita di Giosia essi non cessarono di seguire il SIGNORE, Dio dei loro padri”. Leggiamo nel profeta Geremia quale atteggiamento interiore caratterizzava il popolo. Egli ci mostra come stavano realmente le cose: “nonostante tutto questo, la sua perfida sorella non è tornata da me con tutto il suo cuore, ma con finzione, dice il SIGNORE“ Geremia 3:10. Questa parola getta una luce significativa sui giorni di Giosia. In realtà, questo re doveva essere un uomo solo. La grande massa del popolo lo seguiva solo esteriormente. Non si potrebbe (purtroppo) parlare di un’inversione di tendenza a livello nazionale. Giosia poteva essere un esempio, poteva anche dare ordini e istruzioni in questioni esterne, ma non poteva cambiare il cuore della gente. Vediamo quindi un'opera di riforma che è continuata esteriormente durante questi tredici anni senza modificare la vita interiore. Ora anche lo stesso Giosia, il riformatore, sembra essere cambiato dopo questo tempo.

Quale applicazione possiamo fare? Le riforme del re dovevano dimostrarsi valide al popolo. Dio lo mette prova.

Questo vale anche per noi. Facciamo parte di una generazione che ha ricevuto una grande eredità spirituale. Molte verità della Parola di Dio non ci sono sconosciute, ma semplicemente “ereditare” però questo non è sufficiente. Nonostante tutta la gioia per ciò che abbiamo ereditato dai nostri padri spirituali, non vogliamo dimenticare che questa eredità comporta anche una responsabilità. Sorge la domanda: abbiamo queste verità solo nella nostra testa o anche nel nostro cuore? La verità di Dio non cambia. Se qualcosa cambia, siamo noi. Possiamo considerare questi tredici anni della vita di Giosia come un periodo di prova per Dio. Ciò che segnò Giosia fu il riconoscimento del valore e dell'autorità della Parola di Dio. Si inchinò a questa parola. Era dipendente. L’indipendenza non è un grosso problema del nostro tempo? Con quanta facilità tendiamo a relativizzare la Parola di Dio quando ci sentiamo interpellati. La mancanza di dipendenza porta alla testardaggine o alla routine. Oggi conosciamo entrambi i problemi. Possiamo rinunciare ostinatamente alle verità della Parola che una volta erano preziose per noi e per le quali abbiamo persino lottato, ma possiamo anche mantenere apparentemente la fede che abbiamo ereditato dai nostri padri. Entrambi le cose sono sbagliate. Dio cerca la realtà e la freschezza di fede. Cerca l'affetto dei nostri cuori. Facciamo un esempio: la presenza del Signore negli incontri fa ancora una profonda impressione in noi, oppure veniamo “semplicemente” agli incontri per abitudine? Ci siamo talmente abituati alla routine delle nostre riuìnioni che tutto è diventato routine? La presenza del Signore sarà per noi ogni volta un'esperienza nuova solo se saremo lì con tutto il cuore. Dio vede il cuore. Giudica non solo la forma esterna, ma soprattutto le motivazioni interne.


(continua)

mercoledì 3 dicembre 2025

Giosia e le sue riforme - leggere 2 Re 22; 2 Cronache 33-35 (parte 6)

PASQUA AL SIGNORE

Siamo ormai alla fine dell'opera di riforma di Giosia. Si celebra la Pasqua. È una Pasqua speciale “Nessuna Pasqua, come quella, era stata celebrata in Israele dai giorni del profeta Samuele; né alcuno dei re d'Israele aveva celebrato una Pasqua pari a quella celebrata da Giosia, dai sacerdoti e dai Leviti, da tutto Giuda e Israele che si trovavano là, e dagli abitanti di Gerusalemme” 2 Cronache 35:18.

Il fatto che Giosia abbia fatto celebrare la Pasqua ci mostra innanzitutto che egli aveva continuato a crescere interiormente. Non era soddisfatto di ciò che aveva ottenuto, ora capisce che Dio sta aspettando che il Suo popolo gli dimostri qualcosa. Ecco perché si afferma espressamente che si trattava di una Pasqua celebrata “in onore del Signore” 2 Cr. 35:1.

Prima di applicare a noi stessi questo evento della vita di Giosia, chiediamoci brevemente quale sia il significato della Pasqua. Dobbiamo distinguere attentamente tra due cose. Innanzitutto dobbiamo vedere quale significato ha avuto la Pasqua ebraica per Israele e quale applicazione può avere per noi. In secondo luogo, dobbiamo distinguere la Pasqua osservata per la prima volta in Egitto ( Esodo 12) dalle celebrazioni pasquali che il popolo di Dio condusse successivamente nel deserto e poi sulla terra. Per il popolo d'Israele la Pasqua in Egitto ha rappresentato un nuovo inizio fondamentale. Dio voleva liberare il Suo popolo dalla schiavitù del Faraone, e la Pasqua fu l'inizio. Mentre il giudizio si abbatteva sul paese d'Egitto, gli Israeliti erano sotto la protezione del sangue dell'Agnello pasquale. Per ricordare il loro esodo dall'Egitto e la salvezza che ne derivava, Dio aveva dato loro la Pasqua come istituzione perenne (Esodo 12:24). Dovrevano celebrarlo anno dopo anno (Levitico 23:5).

Applicati a noi stessi, possiamo distinguere tre particolari riguardo la Pasqua:

Innanzitutto, la Pasqua in Egitto ci ricorda il Calvario. L'agnello pasquale rimanda senza dubbio al Signore Gesù, l'Agnello di Dio, che versò il Suo sangue alla croce quando morì (1 Cor 5,7).

In secondo luogo, nella storia dell’Egitto vediamo l’immagine di un uomo che si mette al riparo del sangue del Signore Gesù per trovare il perdono dei suoi peccati e protezione dal giusto giudizio di Dio.

In terzo luogo, e questo è ciò che abbiamo qui, le celebrazioni annuali della Pasqua ci mostrano qualcosa di ciò che facciamo quando ci riuniamo per spezzare il pane. Naturalmente non celebriamo la Pasqua, ma proprio come gli Israeliti ricordavano continuamente ciò che accadde per loro in Egitto, noi ricordiamo continuamente ciò che il Signore Gesù fece sulla croce. Nonostante tutte le differenze tra le due istituzioni, vediamo ancora alcuni parallelismi, così che possiamo, con tutta la dovuta cautela, applicare le celebrazioni annuali della Pasqua alla frazione del pane. Ciò vale anche per la Pasqua celebrata da Giosia.

Allora cosa c’era di così speciale nella Pasqua di Giosia? Durante il regno dei re di Giuda si celebravano molte Pasqua. Quindi il fatto in quanto tale non era necessariamente qualcosa di speciale. Ciò che è stato distintivo è stato, da un lato, il momento e dall'altro, il modo in cui è stato celebrato. Per quanto riguarda il momento, era la fine dei tempi dei re di Giuda. Ancora qualche anno e sarebbe arrivato il giudizio. È proprio in quel momento che si celebra una Pasqua che non è mai stata celebrata sotto nessun altro re per il modo nel quale viene fatta. Questo è un principio importante e allo stesso tempo un grande incoraggiamento. Anche se viviamo negli ultimi tempi della testimonianza cristiana, non è bene dire che automaticamente tutto peggiorerà. È una grazia speciale di Dio che anche nei giorni più bui, quasi alla fine del periodo di grazia, ci sia permesso di agire secondo la volontà di Dio riguardo al ricordo della morte del Signore e di godere delle benedizioni che ne derivano.

Perché Giosia si è impegnato così tanto in questa Pasqua? Anche si manifesta come un uomo che non si arrende. Se Giosia fosse stato influenzato dallo spirito e dai princìpi degli ultimi tempi, di certo non avrebbe celebrato la Pasqua. Si sarebbe seduto godendosi i benefici che la sua posizione gli consentiva rilegando le cose che riguardavano Dio in seconda posizione. E noi? Negli ultimi tempi vale ancora la pena interrogarsi sulla volontà di Dio  e su ciò che lo riguarda? La mente di Dio non è cambiata e ci dà ancora l'opportunità di celebrare la Commemorazione come aveva originariamente previsto. Non possiamo semplicemente scusarci dicendo che tutto è così debole e sta peggiorando sempre di più. La storia di Giosia deve incoraggiarci.

Anche per quanto riguarda il modo in cui Giosia e il popolo celebravano la Pasqua possiamo imparare molto.

In primo luogo, notiamo, e anche questo è caratteristico di Giosia, che tutto è stato eseguito esattamente secondo le istruzioni che Dio aveva dato tramite Mosè (2 Cr 35:4,6,12,13). La Parola di Dio veniva ascoltata e rispettata. Giosia andò oltre, ad esempio, rispetto a Ezechia, che aveva celebrato anche lui una grande Pasqua. Ezechia lo celebrò il 14 del secondo mese (2 Cr. 30:15). Dio aveva dato questa possibilità in caso di contaminazione (Num. 9:9-11), ma l'idea reale di Dio era che la Pasqua dovesse essere celebrata nel primo mese (in Abib) (Deuteronomio 16:1). Dio diede istruzioni chiare anche riguardo allo spezzare il pane. Non lascia alla nostra ingegnosità il modo in cui riunirci per ricordare il nostro Signore. Siamo disposti a sottometterci alla volontà di Dio o pensiamo di saperne di più? È la Cena del Signore e anche la Mensa del Signore. Lì è Lui a comandare. Lui aspetta che ci riuniamo per spezzare il pane, ma aspetta anche che lo facciamo secondo i suoi pensieri. Come ci parla l'obbedienza di Giosia!

In secondo luogo, qui troviamo l’idea di santità. Anche se avevano avuto luogo grandi preparativi, la casa di Dio era stata purificata e il popolo aveva rinnovato l'alleanza, Giosia esortò alla santità i leviti che immolarono la Pasqua. (2 Cronache 35:3-6). Evidentemente gli attribuiva grande importanza. Anche in questo caso i pensieri di Dio non sono cambiati. Sappiamo ancora qualcosa della santità legata alla mensa del Signore? Siamo un sacerdozio santo, qualificato a esercitare il sacerdozio spirituale nel santuario. Ma questo da solo non basta, perché il Signore si aspetta che anche noi compariamo davanti a Lui in una santità pratica.

In terzo luogo notiamo il carattere volontario della donazione (2 Cr. 35:8). Il Signore non ci obbliga a riunirci e a spezzare il pane in memoria di Lui. Anche nel culto legato alla mensa del Signore non c'è costrizione, ma piuttosto volontarietà. Il Signore Gesù disse alla donna al pozzo di Giacobbe: "Il Padre cerca tali adoratori" Giovanni 4:23. Il Padre non comanda l'adorazione, ma la cerca. Non è un pensiero che commuove i nostri cuori? Vogliamo lasciarlo cercare invano? Rifiuteremo il desiderio del nostro Signore che disse: “Fate questo in memoria di me”? Quanto tempo vuoi farlo aspettare?

In quarto luogo, vediamo che la celebrazione della Pasqua non era limitata ai residenti di Gerusalemme e di Giuda. È specificato specificamente chi celebrò, vale a dire "Giosia ... e i sacerdoti, i leviti, tutto Giuda e Israele che erano presenti, e gli abitanti di Gerusalemme" (2 Cr. 35:18). La Pasqua non era solo una commemorazione, ma era anche un simbolo dell'unità del popolo di Dio. Ritroviamo queste due facce nella frazione del pane. Da un lato lo spezziamo in ricordo di nostro Signore e della Sua opera (1 Cor 11:24), dall'altro lo spezziamo come espressione dell'unità di tutti i figli di Dio (1 Cor 10:17). Quando ci riuniamo alla mensa del Signore per spezzare il pane, lo facciamo sulla base dell'unità del popolo di Dio. Non è questo un ottimo modo per testimoniare l'unità che raccoglie tutti i figli di Dio, soprattutto in un tempo di divisione e disgregazione?

Possiamo ben immaginare quanto gioissero i figli d'Israele ai giorni di Giosia. Ripensarono a ciò che era accaduto in Egitto ed erano felici di celebrare la festa come Dio voleva. Possiamo sperimentare questa gioia ogni domenica quando ricordiamo l'opera del nostro Salvatore sulla croce. Non manchiamo di riconoscere che ci sono alcune cose che ci rendono tristi, ma nonostante tutta la tristezza, non vogliamo lasciare che ci privi della gioia che proviamo quando ci riuniamo per spezzare il pane. Il Signore ci sta dando l'opportunità, soprattutto negli ultimi giorni, di annunciare la Sua morte come Lui vuole. Il prerequisito è che conosciamo i Suoi pensieri e siamo pronti a metterli in pratica. Allora non è semplicemente un “esercizio obbligatorio” per noi presentarci alla mensa del Signore la domenica, ma è il nostro cuore che ce lo suggerisce.


4. UN FINALE TRISTE

“Dopo tutto questo“ (2 Cr. 35:20), così comincia il resoconto della fine di Giosia. Viene quasi voglia di rileggere la frase di inizio per la sorpresa. Eppure, anche attraverso questo triste evento, Dio vuole parlarci. La Scrittura è sempre realistica. La Bibbia non ci dice che gli “eroi della fede“ non avevano difetti. Persino uomini come Abramo, Isacco, Giosuè, Davide e altri hanno avuto periodi o almeno situazioni nella loro vita in cui non hanno agito in accordo con il loro Dio. Se Dio ci dice qualcosa al riguardo, non è sicuramente per farci giudicare loro, ma perché possiamo imparare qualcosa da soli. Se cerchiamo la perfezione, la troveremo solo nella vita di nostro Signore. In Lui non c'è stata la minima deviazione nel cammino intrapreso per la gloria del Padre suo.

Ciò che rende la vita di Giosia così tragica è il fatto che alla fine sia caduto all'improvviso. Da giovane aveva cominciato a cercare Dio, da giovane ha condotto una vita di fede attiva e ha anche motivato gli altri, ma quando è diventato adulto è caduto. Un buon inizio, un buon seguito, ma una fine triste: ecco come si potrebbe riassumere la sua vita. Una vita improntata sulla volontà di Dio, ecco che all'improvviso giunge a una tragica fine. Questo, in qualche modo, deve farci riflettere.

(fine)