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venerdì 26 dicembre 2025

Conoscere Dio come Padre (3/8)

I credenti, figli di Dio


Gli accenni al Padre, nell’Antico Testamento

Dio non si è mai rivelato come Padre prima che il Figlio venisse sulla terra per farLo conoscere. Nei rari passi dell’Antico Testamento in cui Dio è chiamato “Padre”, questo termine significa semplicemente che è all’origine dell’esistenza e non implica una vera relazione filiale. Come Creatore è all’origine di tutti gli uomini ed in questo senso può essere definito come loro Padre: “Tuttavia, SIGNORE, tu sei nostro padre; noi siamo l’argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani” (Isaia 64:8); “Non abbiamo forse tutti un solo padre? Non ci ha creati uno stesso Dio?” (Malachia 2:10) [[1]]. Come Colui che aveva chiamato il popolo d’Israele a l’esistenza e l’aveva riscattato dalla schiavitù in Egitto, Dio è chiamato qualche volta “Padre”: “Non è lui il padre che ti ha acquistato? Non è lui che ti ha fatto e stabilito?” (Deuteronomio 32:6); “Tu, SIGNORE, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro” (Isaia 63:16).

 

In qualche passo, le cure di Dio verso i Suoi o verso il popolo sono paragonate alle cure di un padre per i suoi figli: “Il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha portato come un uomo porta suo figlio, per tutto il cammino che avete fatto” (Deuteronomio 1:31); “Come un padre è pietoso verso i suoi figli, così è pietoso il SIGNORE verso quelli che lo temono” (Salmo 103:13). Questi passi sono molto preziosi perché sono veri anche per noi, ma non esprimono la relazione caratteristica del cristianesimo. Gli Israeliti non erano dei “figli di Dio” nel pieno senso del temine perché non potevano conoscere questa relazione filiale.

 

La relazione di figli

Il Figlio di Dio si è presentato a Israele, il popolo terrestre di Dio, e non è stato ricevuto: “È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto; ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome” (Giovanni 1:11-12). Questa dichiarazione, proprio all’inizio del quarto vangelo, stabilisce nella maniera più forte possibile il contrasto tra i credenti e gli increduli, tra coloro che ricevono Gesù e coloro che Lo rifiutano. I primi ricevono la vita eterna e diventano “figli di Dio”, gli altri restano senza relazione con Lui e l’ira di Dio rimane su di loro: “Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui” (Giovanni 3:36).

 

La relazione di figli nella quale i credenti sono introdotti scaturisce da un’opera di Dio nel cuore che produce la nuova vita. C’è dunque una nuova nascita, d’ordine spirituale, di cui Dio è l’autore: coloro che hanno creduto in Gesù sono “nati da Dio”. Questa nascita non è proprio secondo il modello della natura umana. Quelli che passano per essa “non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio” (Giovanni 1:13).

 

Il punto di partenza della vita divina in un’anima, della “vita eterna” ha, dunque, due aspetti: c’è il lato dell’uomo ed il lato di Dio. Per mezzo della fede l’uomo riceve la Parola di Dio ed il Salvatore che essa rivela. Parallelamente, Dio compie un’opera di vivificazione: per mezzo della Sua Parola, genera una nuova vita; così i credenti diventano  “partecipi della natura divina” (1 Pietro 1:4).

 

La nuova nascita

Se dunque siamo “figli di Dio”, è perché siamo “nati da Dio”, è perché siamo stati “generati” da Dio. Queste espressioni sono caratteristiche degli scritti di Giovanni [[2]]. La stessa verità si trova nell’epistola di Giacomo: “Egli ha voluto generarci secondo la sua volontà mediante la parola di verità, affinché in qualche modo siamo le primizie delle sue creature” (1:18) ed anche Pietro scrive: “siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio” (1 Pietro 1:23).

 

Tutto questo è chiaramente rivelato nel colloquio tra il Signore e Nicodemo in Giovanni 3. Il Signore mette questo dottore della legge davanti alla necessità: “Bisogna che nasciate di nuovo” (3:7). Senza la nuova nascita è impossibile “entrare nel regno di Dio” e nemmeno si “può vedere” (3:3, 5).

 

Così come un bambino riceve dai suoi genitori una natura simile alla loro, il credente riceva da Dio, alla nuova nascita, una nuova natura che porta i caratteri di Colui che lo ha generato: “Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito” (3:6). Questa opera divina è misteriosa come quella del “vento” che “soffia dove vuole” del quale “tu ne odi il rumore” ma “non sai né da dove viene né dove va” dice il Signore, ed aggiunge:“così è di chiunque è nato dallo Spirito” (3:8).

 

Sottolineiamo tre differenti espressioni impiegate dal Signore in questa conversazione:

 

essere nati di nuovo (3:7);

essere nati d’acqua [[3]] e di Spirito (3:5);

essere nati dallo Spirito (3:6, 8).

Parlando di questo essere nuovo, risultato della meravigliosa opera di Dio in un uomo, l’apostolo Giovanni dirà: “Il seme divino rimane in lui” (1 Giovanni 3:9).

 

Tutti i credenti dell’Antico Testamento sono stati, senza dubbio, vivificati allo stesso modo, ma non conoscevano la rivelazione di queste grandi cose. La relazione di figli di Dio non era ancora conosciuta; non poteva esserlo prima della venuta del Figlio di Dio.

 

L’adozione

“Prima della formazione del mondo”, Dio ci ha “predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo” (Efesini 1:4-5). Il termine adottare (o: adozione) esprime il pensiero che delle persone che non sono figli sono introdotti nella posizione di figli, con tutti i privilegi che ne derivano. Un tale privilegio, accordato da Dio a dei peccatori che ne erano assolutamente indegni, è “a lode della gloria della sua grazia” (Efesini 1:6). Ora, la nostra miseria morale e la nostra indegnità appartengono al passato: nella Sua grazia “Egli ci ha resi graditi a sé, in colui che è l’amato” (Efesini 1:6 – Versione Vecchia Diodati).

 

L’Epistola ai Galati indirizzata a dei credenti in pericolo di mettersi sotto la legge, ricorda come Dio ha liberati dalla posizione di schiavitù sia i Giudei, sotto la legge, sia gli uomini delle nazioni senza la legge, per farne dei figli: “Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione” (Galati 4:4-5). Per quello che riguarda il Figlio di Dio, non è questione di adozione. Lui è Figlio da ogni eternità, ma è venuto nella condizione in cui erano coloro che doveva riscattare (“nato da donna, nato sotto la legge”) e li ha introdotti nella posizione di figli che era la Sua. Che autore di salvezza ci è presentato qui!

 

L’apostolo Paolo continua: “E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre». Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio” (Galati 4:6-7). Rimarchiamo il ruolo dello Spirito Santo: in coloro che sono stati santificati dall’opera di Cristo e che sono così divenuti figli, Dio fa abitare lo Spirito Santo. La presenza di questa Persona divina dà loro coscienza della relazione filiale nella quale sono stati messi in modo che il loro cuore possa spandersi in tutta libertà verso Dio chiamandolo: Padre.

 

Tutto questo è confermato in un passaggio analogo dell’epistola ai Romani: “E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo” (Romani 8:15:17). Consideriamo la doppia testimonianza ricordata al versetto 16, testimonianza resa dallo spirito del credente e dallo Spirito di Dio che dimora in lui. Per la fede, il credente riceve le dichiarazioni della Parola e si appoggia su di esse, e lo Spirito di Dio dona una potenza divina a queste dichiarazioni affinché il credente ne abbia piena certezza.

 

Nelle relazioni umane, essere adottati ed essere generati si escludono reciprocamente. Colui che è stato generato da un uomo non ha alcun bisogno di essere adottato da lui, ed il figlio adottivo non è stato generato dal padre adottivo ma gode, ovviamente, dell’eredità del padre. Al contrario, nella salvezza che Dio ci dona, l’adozione ed il fatto di essere stati generati vanno di pari passo e sono complementari:

 

Quando siamo considerati rimossi da una condizione di allontanamento da Dio e portati a Lui come figli, è detto che siamo stati adottati. Questo è l’insegnamento di Paolo.

Quando l’accento è messo sulla nuova vita che abbiamo ricevuto da Dio e sull’origine divina della nuova natura che abbiamo ricevuto è detto che siamo nati da Dio, che siamo stati generati da Lui. Questo è l’insegnamento di Giovanni.

Oltre ai tre passi sui quali ci siamo soffermati (Romani 8:15; Galati 4:5; Efesini 1:5) le Scritture menzionano altre due volte l’adozione: “Gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione, la redenzione del nostro corpo” (Romani 8:23); la nostra piena salvezza, il risultato completo della nostra adozione sarà raggiunto quando saremo rivestiti di un corpo glorioso, alla venuta del Signore.

 

In Romani 9:4, enumerando i privilegi degli Israeliti, Paolo ricorda che avevano l’adozione. Questo pensiero si collega a quello che abbiamo detto all’inizio di questo capitolo. Se, in un certo senso, Dio poteva essere chiamato Padre d’Israele, è perché aveva adottato questo popolo. Mosè è incaricato di dire al faraone: “Così dice il SIGNORE: Israele è mio figlio, il mio primogenito, e io ti dico: Lascia andare mio figlio, perché mi serva” (Esodo 4:22-23) e, nel momento in cui mette gli Israeliti davanti alla loro responsabilità di camminare in modo diverso dalle nazioni pagane, Mosè deve dire loro: “Voi siete figli per il SIGNORE vostro Dio” (Deuteronomio 4:1). Ma, come abbiamo visto in precedenza, questa relazione, che ha un carattere collettivo, è inadeguata rispetto a quella nella quale il Figlio di Dio ha introdotto i suoi riscattati.

 

Il Primogenito ed i Suoi fratelli

Il Salmo 22 mette, profeticamente, davanti a noi le sofferenze di Cristo alla croce, particolarmente quelle dell’abbandono. Dopo il grido di angoscia indirizzato a Dio: “Salvami dalla gola del leone” udiamo il canto di liberazione:“Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali” (Salmo 22:21). Poi, troviamo la menzione di quelli che trovano la loro liberazione nella Sua: “Io annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea” (22:22). L’epistola agli Ebrei cita questo passo aggiungendo un particolare commovente: “Egli non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo: “Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode” (Ebrei 2:11-12).

 

È così che, il giorno della Sua risurrezione, il Signore dice a Maria di Magdala: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20:17).

 

In un passo rilevante dell’epistola ai Romani, Paolo svela il proposito eterno di Dio: “Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati” (Romani 8:29-30). I disegni di Dio riguardo ai Suoi riscattati sono intimamente legati ai suoi disegni riguardo al Suo Figliolo. Dio vuole avere una famiglia nella quale i Suoi riscattati sono introdotti per grazia e nella quale Suo Figlio è “il primogenito”. In questa famiglia è necessario che tutti i figli siano in uno stato di perfezione e, di conseguenza, bisogna che degli uomini una volta lontani, perduti, colpevoli e contaminati siano “chiamati”, “giustificati” e “glorificati”. Dio vuole che siano resi “conformi all’immagine del Figlio suo”. Tale è il risultato perfetto dell’opera di Cristo.

 

Questo risultato sarà completamente raggiunto quando i nostri corpi mortali saranno trasformati e resi conformi a quello di Cristo (Filippesi 3:21). “Quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’egli è” (1 Giovanni 3:2). Ma per essere simili a Lui dobbiamo aspettare quel giorno? No! Dio si aspetta dai Suoi figli che riproducano, già da ora, i tratti della nuova natura che hanno ricevuto e che si vedano in loro i caratteri morali che hanno brillato in Cristo, l’uomo perfetto (cfr. 1 Giovanni 2:6; 2 Corinzi 3:18).