Tappe della rivelazione del Padre per mezzo del Figlio
Fin dall’inizio del Suo ministero il Signore Gesù ha
rivelato il Padre; non solo si è presentato Lui stesso come il Figlio di Dio
mandato per farLo conoscere, ma ha messo in relazione con Dio coloro che Lo
ricevettero come se fosse il loro Padre. Tuttavia, l’introduzione di questi
credenti nella relazione filiale è fondata sull’opera della redenzione e questa
è stata compiuta alla fine del ministero del Signore, alla Sua morte e alla
risurrezione. Da questo risulta che la rivelazione del Padre da parte del Figlio
ha avuto un carattere progressivo.
All’inizio del ministero del Signore Gesù
Il vangelo di Matteo ci presenta in modo dettagliato il messaggio che il Signore ha indirizzato ai
Giudei quando si è presentato loro come Messia: “Gesù andava attorno per tutta
la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno,
guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo” (Matteo 4:23). Poi,
questo vangelo ci dà, nei capitoli 5, 6 e 7 la sostanza del Suo insegnamento,
che noi conosciamo come: “il sermone sul monte”. In questi discorsi, Dio, prima
di tutto, è presentato come “il Padre” di quelli che sono i discepoli di Gesù.
Quello che è toccante sono le espressioni che sono usate
frequentemente sia lì che nei capitoli seguenti: “Il Padre vostro che è nei
cieli”, “il Padre vostro celeste” (5:16, 45, 48; 6:1, 9, 14, 26, 32; 7:11 …), e
che non sono mai usate nel Libro degli Atti o nelle epistole. Esse richiamano
una certa distanza e non rispondono del tutto alla posizione cristiana, così
come sarà sviluppata in seguito [[4]].
Occorre, tuttavia, rimarcare che fino a quel momento Gesù
diceva anche, parlando di Dio: il “Padre mio che è nei cieli”, “il Padre mio
celeste” (7:21; 10:32-33; 12:50; 15:13; 16:17 …) . E così, i discepoli erano
già, in qualche misura, introdotti nella posizione che era la Sua come Uomo
sulla terra.
Alla fine del Suo ministero
Nei discorsi fatti con i Suoi poco prima della Sua morte,
così come ci sono riportati nel vangelo di Giovanni nei capitoli da 13 a 17, il
Signore avverte i discepoli della Sua morte imminente e della nuova situazione
che per loro risulterà dalla Sua assenza
in questo mondo e della presenza nel cielo. In particolare, annuncia la venuta
del Consolatore, lo Spirito di verità, per essere con loro eternamente (14:16)
e le incomparabili benedizioni che ne scaturiranno.
Nel capitolo 16, il Signore parla di quello che avrà luogo
dopo la risurrezione: “In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda. In
verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome,
egli ve la darà. Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e
riceverete, affinché la vostra gioia sia completa” (16:23-24). Queste parole ci
fanno comprendere che il Signore fino ad allora era l’intermediario tra i
discepoli ed il Padre, ma, d’ora in poi, essi sono in diretto contatto con Lui.
Non dovranno più presentare le loro domande al Signore affinché le trasmetta al
Padre, ma si indirizzeranno direttamente al Padre in completa libertà. Per
quale ragione? “Poiché il Padre stesso vi ama” (16:27). Qui il Signore insegna
ai discepoli un nuovo modo di pregare, sconosciuto fino a quel momento: pregare
il Padre nel Nome del Signore Gesù. Forse, noi abbiamo troppo l’abitudine di
pronunciare queste parole alla fine delle nostre preghiere senza realizzarne la
vera portata. Quando presentiamo una richiesta a Dio nel nome del Signore Gesù,
noi Lo associamo alla nostra richiesta. Facciamo le nostre domande coscienti
che esse sono secondo il pensiero del Signore e chiediamo a Dio di riceverle
come se esse fossero espresse per mezzo del Figlio.
Il Signore fa questa rivelazione ai Suoi prima della Sua
morte, ma essa riguarda il tempo che seguirà la Sua risurrezione.
Avendo finito quello che aveva da dire ai discepoli, il
Signore si rivolge al Padre e si indirizza a Lui in loro presenza. Hanno, così,
il privilegio di assistere a questo discorso, unico nel suo genere, che il
capitolo 17 ci riporta.
Il Signore si esprime considerando la Sua opera compiuta
(17:4) e considera i risultati. Lui lascia questo mondo lasciandovi i discepoli
e con una grazia perfetta ricorda che Lo hanno ricevuto come l’inviato del
Padre e che hanno ricevuto e creduto la parola che ha loro trasmesso da parte
Sua (17:8). Sono stati, così, messi in relazione con il Padre.
Ora che il Signore Gesù lascia questo mondo ostile nel quale
aveva conservato i discepoli con fedeltà, li affida al Padre perché li conservi
(17:11). Chiede al Padre: “Santificali nella verità: la tua parola è verità”
(17:17) ed aggiunge: “Per loro io santifico me stesso” (17:19). Santificarsi,
vuol dire mettersi a parte per Dio. Il Signore fa qui allusione alla Sua
dipartita da questo mondo, la posizione che va a prendere nel cielo, fuori
dalla terra, va a legare loro stessi al cielo e ne determina il loro carattere
celeste. Della loro unione vitale con Cristo per mezzo dello Spirito Santo e
per la posizione celeste del loro Salvatore e Signore essi saranno moralmente
ritirati da questo mondo per essere delle persone del cielo ed il Signore li
manda “in questo mondo”, di cui non sono più, per essere dei testimoni, come
Lui stesso era stato mandato dal Padre (17:18). Ma presto noi saremo con Lui
nella gloria.
Il Signore termina dicendo al Padre: “Io ho fatto loro
conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi
hai amato sia in loro, e io in loro” (17:26). Aveva rivelato loro il Padre e,
nella misura in cui questo era possibile in quel momento, essi avevano ricevuto
le Sue parole ma, d’ora in poi, sul fondamento della Sua opera compiuta e per
mezzo dell’azione dello Spirito Santo che avrebbero ben presto ricevuto, Egli
avrebbe continuato a far loro conoscere il nome del Padre. Quanto dell’amore
del Padre, soggetto sul quale aveva fatto la meravigliosa dichiarazione: “Li
hai amati come hai amato me” (17:23), essi ne avrebbero gioito in maniera più
profonda.
Dopo la Sua risurrezione
In maniera generale, quando il Signore parla di Dio Lo
definisce: “Il Padre suo” o “il Padre”; questo è naturale poiché Gesù è il
Figlio di Dio. È con questo appellativo di “Padre” che si indirizza a Lui in
tutte le preghiere che ci sono riportate nei vangeli con una eccezione [[5]].
Questa eccezione è il grido che ha fatto udire nelle tre ore di tenebre della
croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato’” (Matteo 27:46). Là, si
trova davanti a Dio come nostro sostituto, l’Uomo perfetto che si è caricato
dei nostri peccati per espiarli e per i quali ha incontrato l’ira di Dio.
Prima della venuta di Gesù sulla terra, i credenti hanno
potuto rivolgersi a “Dio” sotto diversi caratteri (l’Eterno, l’Onnipotente,
l’Altissimo, il Potente, …), ma mai come il loro Padre. Come stiamo vedendo,
dopo la venuta del Signore, questo Dio è stato rivelato come Padre ed hanno
potuto chiamarLo: “Padre nostro che sei nei cieli” (Matteo 6:9) o,
semplicemente: “Padre” (Luca 11:2).
Dopo la risurrezione del Signore, la relazione con il loro
Dio e Padre si arricchisce ancora di più. Nel mattino di quel giorno di
vittoria, il Signore fa trasmettere ai Suoi questo messaggio da Maria
Maddalena: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre
vostro, al Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20:17). In sostanza dice che Colui
che è Suo Padre è anche il loro Padre e che Colui che è il Suo Dio è anche il
loro Dio. I discepoli e tutti i riscattati con loro, sono introdotti nella relazione
in cui Gesù si trova davanti al Suo Dio e Padre. Questo è il glorioso risultato
dell’opera della redenzione. I credenti sono assolutamente purificati dai loro
peccati, resi “perfetti per sempre” (Ebrei 10:14). Essendo uniti a Cristo, cioè
fatti uno con Lui, essi sono resi “graditi a sé, in colui che è l’amato”
(Efesini 1:6 [Versione Vecchia Diodati]). Dio li vede nel Suo Figlio e così
essi sono nella piena grazia di Dio (Romani 5:2).
Noi siamo legati a Cristo in una maniera così reale e così
profonda che Dio è per noi quello che è per Cristo stesso. È questo quello che
suggerisce l’espressione che noi troviamo qualche volta nelle epistole: “Il Dio
e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” (2 Corinzi 1:3; Efesini 1:3; 1 Pietro
1:3).
“Va’ dai miei fratelli …”, dice il Signore a Maria. “Egli
non si vergogna di chiamarli fratelli” (Ebrei 2:11). Che testimonianza
all’efficacia dell’opera di salvezza che ha compiuto per loro e per noi!
Rimarchiamo che il Signore non ha detto a Maria “Di’ ai miei
fratelli: Io salgo al padre nostro, al Dio nostro”. Lui ha un posto a parte. Se
c’è una gloria ch’Egli dà ai Suoi (Giovanni 17:22), c’è anche una gloria
personale che appartiene solo a Lui e che i Suoi contempleranno (17:24). La
Scrittura mantiene gelosamente la Sua preminenza; anche se Dio ci ha
“predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” quello che rimane
vero è: “affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Romani 8:29).
Abbiamo, dunque, riscontrato progressivamente, nei capitoli
precedenti e, poi, in questo, tre ragioni fondamentali della relazione dei
credenti con Dio come Padre:
sono stati generati da Lui;
sono stati adottati da Lui;
sono stati uniti a Cristo, il Figlio di Dio.
(segue)