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martedì 6 gennaio 2026

La caduta dell'uomo e le sue conseguenze - Genesi 3 (1/8)

Questa sezione del nostro libro presenta la risoluzione dell'intera scena precedente. È ricca di principi importanti ed è quindi stata spesso utilizzata come tema da coloro che hanno cercato di denunciare la corruzione dell'umanità e il rimedio di Dio. Il serpente appare con una domanda sfacciata riguardante la disposizione di Dio. Questa domanda è il modello e il precursore di tutte le domande dei non credenti sollevate da allora da coloro che, purtroppo, hanno servito la causa del serpente nel mondo fin troppo bene. Tali domande possono essere affrontate solo dall'autorità assoluta e dalla maestà divina della Sacra Scrittura.

L'inganno del serpente

“Come Dio ha detto: Non dovete mangiare da nessun albero del giardino?“ (v. 1). Questa era la domanda astuta di Satana, e se la Parola di Dio avesse dimorato abbondantemente nel cuore di Eva, la sua risposta sarebbe stata definitiva e decisiva. L'unico modo giusto per rispondere alle domande e ai sussurri di Satana è considerarli come se provenissero da lui e respingerli con la Parola. Se permettiamo loro di avvicinarsi al nostro cuore anche solo per un momento, perdiamo la capacità di rispondere. Il diavolo stava giocando il suo gioco opaco. Non disse: "Io sono il diavolo, il nemico di Dio, e sono venuto per calunniarlo e per distruggerti". Non sarebbe stato come il serpente. Eppure ottenne lo stesso risultato suscitando domande nel cuore della creatura. Se, nella consapevolezza che Dio ha parlato, lascio spazio alla domanda: "Dio ha detto davvero questo?", è vera incredulità e allo stesso tempo rivela la mia incapacità di affrontare il serpente. La natura della risposta di Eva dimostrò chiaramente che aveva preso a cuore l'astuta domanda del serpente. Invece di aggrapparsi alle chiare parole di Dio, le aggiunse nella sua risposta.

Sia che io aggiunga o tolga qualcosa alla Parola di Dio, entrambe le cose dimostrano che questa Parola non dimora nel mio cuore né guida la mia coscienza. Se una persona trova gioia nell'obbedienza, se è il suo cibo e la sua bevanda, se vive di ogni parola che esce dalla bocca del Signore, allora conoscerà sicuramente la sua Parola e la seguirà. È impossibile per loro essere indifferenti a questa Parola. Il Signore Gesù applicò la Parola proprio nella sua battaglia con Satana perché viveva in essa e la apprezzava più del cibo di cui aveva bisogno per il suo corpo. Non poteva né citarla male né usarla male, né esserle indifferente. Non così Eva. Lei aggiunse a ciò che Dio aveva detto. Il Suo comandamento era semplice: "Non ne mangerete". Ma Eva aggiunse le sue parole: "e non lo toccherete" (v. 3). Queste erano le parole di Eva, non di Dio. Lui non aveva detto nulla riguardo al contatto fisico, quindi la sua falsa rappresentazione (che derivasse dall'ignoranza, dall'indifferenza, dal desiderio di dipingere Dio come un tiranno, o anche da tutte e tre le cose contemporaneamente) mostrava chiaramente che aveva abbandonato il terreno della semplice fiducia nella santa parola di Dio e della sottomissione ad essa. "Per ubbidire alla parola delle tue labbra mi sono guardato dalle vie del violento" Salmo 17:4.


(segue)

06 gennaio - Non fate le vostre vendette

Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene.

Romani 12:17

 

Se il tuo nemico ha fame, dagli del pane da mangiare; se ha sete, dagli dell’acqua da bere.

Proverbi 25:21

 

Non fate le vostre vendette

 

Vendicarsi, restituire il male ricevuto, procurare agli altri il danno che hanno procurato a noi, è un cattivo istinto della nostra natura. La voglia di vendicarsi di un torto ricevuto o di un danno ingiustamente subito, rovina l’esistenza di molte persone e a volte diventa l’unico scopo della vita. Quando poi la vendetta è consumata, l’anima è inaridita e ci si rende conto che quella non è stata una vittoria, ma una sconfitta.

A tutti noi, qualche volta, può essere venuta la tentazione di vendicarci per un affronto subito. Ma il Signore vieta tassativamente un tale comportamento. La vendetta non spetta a noi, ma a Lui. “Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio” (Romani 12:19). “Guardate che nessuno renda ad alcuno male per male; anzi, cercate sempre il bene gli uni degli altri e quello di tutti” (1 Tessalonicesi 5:15). Sarà Dio a fare giustizia, quando e come lo riterrà opportuno.

Dio, nella sua bontà, non si limita a vietare la vendetta, ma promette la sua benedizione a chi vi rinuncia. “Non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione” (1 Pietro 3:9). L’amore per i nostri nemici onora il Signore, trasforma i pensieri e fa di noi dei testimoni credibili della grazia di Dio.

lunedì 5 gennaio 2026

Conoscere Dio come Padre (8/8)

Conclusione

Percorrendo l’insegnamento del Nuovo Testamento su questo meraviglioso soggetto, abbiamo potuto constatare che Colui che conosciamo come nostro Padre rimane sempre Dio, con tutti i Suoi attributi e tutti i Suoi caratteri divini; perciò, tutto quello che è vero del nostro Dio è vero del nostro Padre e bisogna evitare di separare quello che ci è insegnato nei passi in cui è chiamato Padre da quello che ci è insegnato nei passi in cui è chiamato Dio. Per esempio: noi adoriamo il Padre, ma allo stesso tempo adoriamo Dio (1 Giovanni 4:23-24); siamo chiamati ad imitare il Padre (Matteo 5:48; Luca 6:36) ma anche ad imitare Dio (Efesini 5:1); i nostri cuori sono riscaldati dall’amore del Padre (1 Giovanni 3:1), che è anche l’amore di Dio (1 Giovanni 2:5; 3:17; …).

 

Tutto quello che è stata la parte dei credenti dell’Antico Testamento, nella loro relazione con Dio, è anche la parte dei cristiani. Noi non parliamo di quello che era caratteristico della dispensazione della legge, ma della bontà di Dio, delle Sue cure, della Sua disciplina, delle Sue promesse, in una parola: di tutto quello a cui la fede si attaccava. Tutto questo è ancora vero per noi e ad un grado più elevato ancora, perché Dio è nostro Padre e il “Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” al quale siamo legati indissolubilmente.

 

I credenti dell’Antico Testamento, come Giobbe o Geremia, avevano imparato a ricevere tutto da parte dell’Altissimo, il male come il bene (Giobbe 2:10; Lamentazioni 3:38). Noi abbiamo ancora più ragioni di farlo perché Colui che ci dispensa tutto quello che ritiene necessario è, allo stesso tempo, un Padre pieno di compassione verso i Suoi figli. Che privilegio sapere che il “Dio eterno”, “l’Onnipotente”, “unico in saggezza”, il Dio che conosce la fine di ogni cosa prima che sia avvenuta (Isaia 46:10) … è nostro Padre!

 

DiamoGli fiducia, stringiamoci a Lui, abbiamo a cuore di onorarLo, nell’attesa di essere introdotti per sempre in casa Sua: la casa del Padre, là dove Gesù ci ha preparato un luogo (Giovanni 14:2-3).

 

Non perdiamo di vista che lo scopo di Dio è di renderci “conformi all’immagine del Figlio suo” (Romani 8:29). Per questo opera in noi per mezzo dello Spirito e, spesso, per mezzo delle prove. Ben presto il risultato sarà visto nella gloria: la bellezza del Figlio unigenito brillerà in ciascuno dei Suoi riscattati, in quelli che ha chiamato Suoi fratelli, i figli del Padre Suo.

05 gennaio - Che cos’è la fede?

La fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Romani 10:17

 

La fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.

Ebrei 11:1

 

Che cos’è la fede?

 

Aver fede significa credere. Credere che Dio esiste, certo, ma credere anche a tutto ciò che ha detto. Credere alla Parola di Dio.

La fede non è una semplice credenza, un’eredità culturale conservata da una tradizione famigliare. Molti non fanno differenza fra credenza e fede. Per loro, il cristianesimo è una religione come tante altre e richiede un’adesione intellettuale o sentimentale a un insieme di regole e di dogmi.

Ma la fede è tutt’altra cosa. È una convinzione del cuore fatta di fiducia e di ubbidienza. Essa ci permette di affermare: “La Bibbia ha ragione. Dio esiste. Ha parlato, si è fatto conoscere in Gesù Cristo, e io so che tutto questo è vero”.

Avere fede significa credere che il Creatore dell’universo ha voluto la nostra esistenza, che s’interessa di noi e desidera dare un senso alla nostra vita. Significa ammettere i nostri limiti e accettare l’autorità di Dio, riconoscendo pure che, purtroppo, siamo vissuti come se Lui non esistesse. Significa dunque cambiare atteggiamento e ammettere i nostri errori.

Avere fede significa pure accettare il perdono che Dio ci offre grazie al sacrificio di Cristo; essere certi che la sua morte cancella le nostre colpe e che, se crediamo in Lui, ci riconcilia con Dio e ci permette di iniziare una vita nuova.

Così, la fede libera dal passato, dà un nuovo slancio per vivere il presente e ci apre un futuro eterno!

La fede non è un salto nell’ignoto, ma un passo verso Dio. È dare la nostra mano a Colui che ci ha già teso la sua per accoglierci presso di sé con amore.


domenica 4 gennaio 2026

Conoscere Dio come padre (7/8)

Camminare come figli diletti

Siate dunque imitatori di Dio

Dai Suoi figli sulla terra, Dio si aspetta che riproducano i Suoi caratteri morali in tutta la loro condotta; così, l’apostolo Paolo, scrive agli Efesini: “Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo. Siate dunque imitatori di Dio, come figli amati” (Efesi 4:32; 5:1).

 

Molti passi ci presentano Cristo come modello da imitare (Efesini 5:2; 1 Corinzi 11:1; Filippesi 2:5; 1 Pietro 2:21; 1 Giovanni 2:6). Ogni Sua azione, ogni parola o pensiero erano rivolti alla piena soddisfazione del Suo Dio e Padre. Essendo Uomo ha potuto mostrarci come i caratteri divini potevano manifestarsi nella nostra vita sulla terra e, nella misura in cui noi seguiremo le Sue orme, che le nostre vite saranno gradite a Dio.

 

Ma, nel passo citato, la nostra attenzione è attratta dall’esempio dato da Dio stesso a quelli che hanno l’immenso privilegio di essere Suoi figli.

 

Come il vostro Padre celeste

Dal momento in cui Dio è stato rivelato come Padre, ci viene presentata la responsabilità di seguire il Suo esempio. Effettivamente, fin dall’inizio del Suo ministero, il Signore insiste su questa necessità: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Luca 6:36); “Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5:48).

 

Lo scopo di una tale condotta non è per essere ammirati, ma che Dio sia glorificato: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Matteo 5:16).

 

Nella parabola del servo spietato, il Signore ricorda prima di tutto, l’immensità del perdono che Dio ci ha concesso (Matteo 18:23-35), poi mette in evidenza il dovere che abbiamo di perdonare coloro che ci hanno offeso. Infine, dopo aver indicato il castigo inflitto dal padrone al servo incapace di ricordarsi della grazia che gli era stata fatta, il Signore conclude: “Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello” (Matteo 18:35).

 

Dalla preghiera che il Signore Gesù insegna ai discepoli potremmo essere sorpresi dalla richiesta: “Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori” (Matteo 6:12). In effetti, il modello di perdono lo ha dato Dio e noi dobbiamo imitarLo. Non abbiamo bisogno che ci perdoni oltre la piccola misura che possiamo realizzare noi stessi? Invitando i discepoli ad esprimersi in questa maniera, il Signore li porta a mettersi davanti al loro Padre celeste con una coscienza pura e con rettitudine, e non chiedendo a Dio una grazia ch’essi rifiutano ad altri.

 

Nel sermone sul monte, il Signore dice anche: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Matteo 5:44-45). L’espressione: “affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli” non significa: “affinché diveniate figli!”. Rimane sempre vero che il diritto di essere figli di Dio è dato a coloro che hanno ricevuto il Signore per fede e che sono nati da Dio (cfr. Giovanni 1:12-13). Dalle parole di Signore, si tratta di essere figli in modo pratico, di avere un comportamento che manifesti i caratteri del Padre [[8]].

 

I tratti caratteristici dei figli di Dio

Questo soggetto è presentato in modo particolarmente incisivo nella prima epistola di Giovanni: colui che crede è più volte indicato come qualcuno che è “nato da Dio” o “nati da Lui” (1 Giovanni 2:29; 3:9; 4:7; 5:1, 4, 18); è passato per la nuova nascita, così come il Signore lo ha insegnato a Nicodemo. Essendo nato da Dio è stato reso partecipe della natura divina, che si manifesta in frutti che possono essere visti e riconosciuti. I due frutti essenziali sono: l’amore e la giustizia pratica.

 

L’amore – Il punto di partenza è l’amore di Dio: “Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! ” (3:1) e per due volte viene dichiarato: “Dio è amore” (4:8, 16). È la Sua natura. Quanto a noi, se conosciamo l’amore è perché ne siamo stati l’oggetto da parte del Padre e del Figlio: “In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati” (4:10); “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi” (3:16).

Ora, noi siamo stati fatti partecipi di questa natura divina, che è amore [[9]]. L’amore messo in pratica nella nostra vita di ogni giorno è, dunque, il frutto spontaneo della nuova natura che possediamo. Gli ultimi due versetti citati continuano così: “Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (4:11) e: “Anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli” (3:16). Così, quelli che sono “nati da Dio” amano. È da questo che si possono riconoscere: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio” (4:7); “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi è stato da lui generato” (5:1). In questa epistola si tratta di amare “i nostri fratelli” per la sola ragione ch’essi sono, come noi, figli di Dio partecipi della natura divina. È una dimensione diversa da quella che ci chiede: “amate i vostri nemici” (Matteo 5:44).

 

Troviamo per due volte scritto, dalla penna dell’apostolo Giovanni la dichiarazione: “Nessuno ha mai visto Dio …”. La prima volta, nel vangelo, l’apostolo aggiunge: “… l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (Giovanni 1:18). Nella Sua Persona Gesù ha reso visibile il Dio invisibile. La seconda volta, nella sua prima epistola, l’apostolo aggiunge: “… se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi” (1 Giovanni 4:12). Dio è, in qualche misura, reso visibile nei Suoi figli, se si amano l’un l’altro. È da questo che si può vedere che dimora in loro.

 

La giustizia pratica – Dio non è solo amore ma è luce (1 Giovanni 1:5), Egli è giusto e santo, ha orrore del male. Quelli da Lui generati hanno una natura che ama la giustizia, che desidera e persegue il bene ed odia e fugge il male. Perciò la vita pratica del credente deve essere nella giustizia e nella santità e si può riconoscerlo da questo: “Se sapete che egli è giusto, sappiate che anche tutti quelli che praticano la giustizia sono nati da lui” (1 Giovanni 2:29); “Chiunque è nato da Dio non persiste nel commettere peccato, perché il seme divino rimane in lui, e non può persistere nel peccare perché è nato da Dio” (1 Giovanni 3:9 – cfr. 5:18). Un cammino nel peccato è una incoerenza per il credente.

Solo in Cristo la natura divina si è manifestata senza difetto e nella sua pienezza; in noi ci saranno sempre dei difetti. L’apostolo Giovanni lo dice espressamente e ci indica quali sono le nostre risorse a questo riguardo (cfr. 1 Giovanni  da 1:9 a 2:1) quindi, il solenne insegnamento di questa epistola deve esercitare profondamente i nostri cuori.

 

L’apostolo Giovanni indirizza ai “giovani” un’esortazione particolare: “Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui” (1 Giovanni 2:15). La coscienza di essere stati e di essere gli oggetti dell’amore del Padre dovrebbe risvegliare una risposta d’amore nei nostri cuori, ma questo non può aver luogo se questi sono ripieni del mondo e delle cose del mondo. Noi abbiamo tutto quello che occorre per far fronte alle difficolta che incontreremo: “Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede” (1 Giovanni 5:4). La natura che Dio ci ha donato non è interessata al mondo e la nostra fede fissa gli sguardi sulle cose invisibili.

 

Un cammino nella giustizia ed in santità è sicuramente un cammino nell’obbedienza ai comandamenti di Dio: “Da questo sappiamo che l’abbiamo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: “Io l’ho conosciuto”, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui” (1 Giovanni 2:2-3).

 

Noi possiamo venirci a trovare in situazioni in cui sembra che amare i nostri fratelli ed osservare i comandamenti di Dio siano delle cose incompatibili, ma non è così. Un vero amore che ha in vista il bene spirituale dei nostri fratelli è, necessariamente, in accordo con l’obbedienza ai comandamenti divini: “Da questo sappiamo che amiamo i figli di Dio: quando amiamo Dio e mettiamo in pratica i suoi comandamenti” (1 Giovanni 5:2).


(segue)

04 gennaio - Una povertà che arricchisce

Voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventar ricchi.

2 Corinzi 8:9

 

Una povertà che arricchisce

 

È strano che un povero possa arricchire qualcuno… Eppure questo ha fatto il Signore Gesù per noi. È nato nella povertà, è stato “un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia” (Luca 2:12). Il mondo non gli ha saputo offrire niente di meglio. È stato “disprezzato e abbandonato dagli uomini… e noi non ne facemmo stima alcuna”, scrive Isaia (53:3). Non ha mai avuto una dimora stabile. Ad uno che avrebbe voluto seguirlo ha detto: “Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Luca 9:58). Lui, il creatore e padrone dell’universo, non possedeva nulla quand’era in questo mondo.

Prendendo l’ultimo posto, Gesù si è reso perfettamente accessibile. Si è messo al servizio di tutti, poveri, ricchi, malati, posseduti, derelitti, per dare una risposta perfetta ai bisogni di ciascuno. Ha fatto del bene a tutti, ma soprattutto ha liberato i sofferenti dal peso dei loro peccati. Non ha distribuito dei beni deperibili, ma ha donato ciò che ha più valore: la pace con Dio, e il riposo del cuore e della coscienza.

Ancora oggi, Gesù offre questo a tutti. Chi gli dà fiducia e accetta il valore del suo sacrificio espiatorio riceve il perdono dei peccati e la vita eterna. Una tale ricchezza può provenire solo da Lui. Sulla terra, per amore per noi, fu povero e disprezzato, ma era e rimane eternamente Dio. Potremmo noi disprezzare “l’immensa ricchezza della sua grazia” e rimanere impuniti? (Efesini 2:7).


sabato 3 gennaio 2026

Conoscere Dio come padre (6/8)

Le relazioni dei figli con il Padre

Fiducia e libertà, timore e santità, obbedienza

La nostra debolezza, le nostre infermità ed anche le nostre mancanze non ci devono impedire di avvicinarci al Padre, ma, al contrario, sono le ragioni per andare a Lui.

 

Poiché noi abbiamo un “sommo sacerdote”, “Gesù, il Figlio di Dio”, che simpatizza nelle nostre infermità e che, instancabilmente, “intercede per noi” (Ebrei 4:15; Romani 8:34), “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” (Ebrei 4:6). Per mezzo di Cristo “abbiamo …  accesso al Padre in un medesimo Spirito” (Efesini 2:18) e “nel quale abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui” (Efesini 3:12).

 

Inoltre, lo Spirito Santo che abita in noi, “lo Spirito d’adozione” che ci dà la certezza della nostra relazione di figli, sviluppa nei nostri cuori la libertà e la fiducia per andare a Dio. Per lo Spirito noi “gridiamo: Abbà! Padre!” (Romani 8:15), espressione di intimità che il Signore stesso utilizza in Getsemani (Marco 14:36). Il nome Padre, che noi pronunciamo con fiducia, è realmente il grido dello Spirito in noi: “Perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: “Abbà, Padre” (Galati 4:6).

 

La relazione stabilita tra il Padre e noi non deve essere un pretesto per mancarGli di rispetto e di timore. Egli rimane Dio in tutta la Sua maestà e santità: “Se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l’opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno” (1 Pietro 1:17).

 

Questo timore necessario è messo bene in evidenza in un passo della seconda epistola ai Corinzi. Paolo mette i credenti in guardia contro un giogo male assortito con gli increduli, contro l’associarsi con le persone del mondo. I credenti sono nel mondo ma non sono del mondo; essi devono esserne moralmente separati. “Perciò uscite di  mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’impuro; e io vi accoglierò. E sarò per voi come un padre e voi sarete come figli e figlie”, dice il Signore onnipotente. Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio” (2 Corinzi 6:17-18, 7:1). La nostra vita pratica deve essere in accordo con quello che Dio ha fatto di noi. Noi siamo stati resi santi per mezzo dell’opera di Cristo e Dio si aspetta che siamo santi in tutta la nostra condotta. È vero che siamo figli di Dio per mezzo di ciò che ha operato in noi, ma bisogna che noi camminiamo nella santità pratica perché Egli possa riconoscerci come figli, e noi possiamo gioire della relazione nella quale ci ha messi.

 

Quello che ci si aspetta da un figlio, è che sia obbediente ai suoi genitori (Efesini 6:1). L’obbedienza al nostro Dio e Padre deve essere uno dei nostri tratti distintivi, in modo da essere veramente “figliuoli d’obbedienza” (1 Pietro 1:14 [Versione Vecchia Diodati]). La fede e l’obbedienza sono due nozioni molto simili. Si tratta di una sottomissione totale del cuore e dello spirito a quello che Dio ha detto (cfr. Romani 1:5; 6:17; 16:26). Nel loro stato naturale, gli uomini sono “figliuoli della disobbedienza” (Efesini 2:2; 5:6 [Versione Vecchia Diodati]) e chi non crede in Cristo “disobbedisce al Figlio” (Giovanni 3:36 – traduzione lett. dalla Versione francese JND).

 

La preghiera

All’inizio del suo ministero, il Signore ha messo i discepoli in relazione con “il Padre vostro che è nei cieli” (Matteo 5:16). ha insegnato loro ad avvicinarsi a Lui nella solitudine della camera  rivolgendosi “al Padre tuo che è nel segreto”, senza usare inutili ripetizioni, “poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate” (Matteo 6:6-8).

 

La preghiera che il Signore insegna ai discepoli (Matteo 6:9-13; Luca 11:2-4), che qualcuno chiama “Padre nostro”, è caratteristica dell’epoca in cui vivevano. Il Signore Gesù si presenta al Suo popolo per stabilire il regno promesso e non era ancora stato rigettato. Si poteva ben chiedere la venuta di questo regno e, in vista di quello, desiderare che la volontà di Dio fosse fatta sulla terra come in cielo. La morte del Signore e l’opera della redenzione non erano ancora conosciute, e neanche la venuta dello Spirito Santo per abitare nei credenti. Tuttavia, questa preghiera ci fornisce dei principi morali che sono validi in tutti i tempi, specialmente in quello che consiste nel mettere gli interessi di Dio davanti ai nostri bisogni.

 

A più riprese, nel corso del Suo ministero, il Signore ha parlato ai discepoli della preghiera e si è mostrato Egli stesso come esempio pregando costantemente. Li ha incoraggiati a pregare il Padre con coraggio, brevità e precisione (Luca 11:5-10), con perseveranza (Luca 18:1-8) e con fede (Matteo 21:22). È evidente che il Padre si aspetta dai Suoi figli tutto meno che la recita meccanica di una preghiera imparata a memoria.

 

La preghiera ci mette in luce davanti al Padre. Quando siamo veramente in questa luce, la nostra coscienza ci rivela ciò che in noi deve essere giudicato. A questo proposito il Signore insegna che: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli, vi perdoni le vostre colpe. Ma se voi non perdonate, neppure il Padre vostro che è nei cieli perdonerà le vostre colpe” (Marco 11:25-26). Se, presentandoci davanti a Dio, ci ricordiamo di una controversia con un fratello, perdoniamolo, altrimenti saremo esposti ad un castigo di Dio nel Suo governo [[6]]. Se noi coltiviamo dei sentimenti malvagi nei confronti di un nostro fratello, non siamo in condizione di pregare liberamente il Padre. Questo è vero in particolare nella vita di coppia: il disaccordo impedisce le preghiere (1 Pietro 3:7).

 

Nei Suoi ultimi intrattenimenti coi discepoli, il Signore li ha messi in relazione più diretta e più profonda con il Padre, insegnando loro a pregare nel Suo Nome (Giovanni 16:23, 26) e noi ci siamo già soffermati su questo soggetto.

 

Quando eravamo bambini, abbiamo probabilmente imparato ad indirizzare le preghiere al Signore Gesù, questo è comprensibile, ma, se siamo dei figli di Dio, usiamo la libertà che abbiamo per indirizzarci al Padre? Il Signore Gesù stesso ci incoraggia a farlo. Si odono, talvolta, dei credenti formulare le loro preghiere utilizzando esclusivamente l’appellativo “Signore” senza che forse sappiano a chi la indirizzano. Queste preghiere sono certamente ascoltate, ma il Nuovo Testamento, che ci rivela il Padre ed il Figlio, ci dà un altro esempio. Negli Atti e nelle epistole i credenti che si rivolgono sia al Signore Gesù sia a Dio Padre [[7]]. Noi abbiamo la libertà di indirizzarci all’Uno o all’Altro. Non abbiamo delle regole quanto alla Persona a cui conviene indirizzarci, l’essenziale è che noi abbiamo una piena libertà riguardo al Padre esattamente come col Figlio e che ci lasciamo condurre dallo Spirito.

 

A questo riguardo, ricordiamo il ruolo iniziale dello Spirito Santo nella preghiera. Noi dobbiamo pregare per lo Spirito (Efesini 6:18; Giuda 20), cioè lasciamoci guidare da Lui. È possibile che noi “non sappiamo pregare come si conviene” ma “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza” e se anche sono dei “sospiri ineffabili” che salgono dai nostri cuori, il Padre nostro li ode e li comprende perché “colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito” (Romani 8:26-27).

 

La lode e l’adorazione

Indirizziamo senza riserve le nostre richieste a Dio, ma non dimentichiamo ch’Egli si aspetta dai Suoi figli riconoscenza e lode, “preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti” (Filippesi 4:6). “Non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie” (1 Tessalonicesi 5:17). Possiamo cantare e salmeggiare  di cuore al Signore “ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Efesini 5:20). Seguiamo l’esempio del salmista d’Israele: “Benedici, anima mia, il SIGNORE e non dimenticare nessuno dei suoi benefici” (Salmo 103:2).

 

Ma non è solo per le Sue cure giornaliere  che noi dobbiamo benedire il Padre. È prima di tutto per il Salvatore che ci ha donato e per la salvezza che ci ha accordata in Lui. Noi possiamo ringraziare “con gioia il Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio” (Colossesi 1:12-13). Con i nostri fratelli e sorelle in fede avendo tra noi “un solo animo e d’una stessa bocca” glorifichiamo “il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” (Romani 15:5-6). Allora, noi uniamo le nostre voci a quella del Signore. Egli è presente in mezzo ai Suoi e li conduce, per la potenza dello Spirito Santo, a lodare il Padre in comunione con Lui: “per questo egli non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo: “Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode” (Ebrei 2:11-12).

 

Coì facendo, anticipiamo la lode eterna. Pensiamo all’onore di cui Dio è degno di ricevere dalle Sue creature privilegiate, ed a quello che il Padre vuole ricevere dai Suoi figli. Il Signore Gesù lo ha rivelato alla Samaritana al pozzo di Sicar: “Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori” ed aggiunge: “Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità” (Giovanni 4:23-24). Noi adoriamo il Padre e adoriamo Dio. le due cose sono inseparabili.


(segue)

03 gennaio - Lamenti

“Nulla di simile vi accada, o voi che passate di qui! Osservate, guardate se c’è dolore simile al dolore che mi tormenta”.

Lamentazioni di Geremia 1:12

 

Lamenti

 

Ecco il lamento di qualcuno che è oppresso da un profondo dolore personale e ha la sensazione che la sua sofferenza non interessi a nessuno. Quando attraversiamo tali circostanze spesso ci guardiamo intorno per cercare conforto, ma raramente ne troviamo perché gli altri non possono capirci, a meno che non siano passati per la stessa sofferenza; e anche perché è abbastanza naturale che ognuno senta profondamente solo i propri dolori, così come le proprie gioie. Salomone ha scritto che “il cuore conosce la propria amarezza, e alla sua gioia non partecipa un estraneo” (Proverbi 14:10).

Chi ha dei figli felicemente sposati come può capire la sofferenza di un genitore la cui figlia è maltrattata o è stata abbandonata dal marito? Uno che ha sempre avuto un lavoro sicuro, come fa ad entrare nell’angoscia di chi, dopo essere stato un bravo e attivo lavoratore, viene improvvisamente licenziato?

Ma se pensiamo alle sofferenze del Signore, alle quali il passo di Lamentazioni fa soprattutto riferimento, allora possiamo affermare che erano veramente uniche. Nessuno potrebbe mai patire il tipo di dolore che Lui ha patito. Cristo fu l’unico Uomo perfetto e perfettamente innocente, immune dal peccato. Solo Lui può sapere, più di chiunque altro, cosa significa essere condannato ingiustamente, ma più ancora, essere “fatto diventare peccato” per noi e venire abbandonato da Dio. Ed è solo Lui che sa e può aiutarci nelle nostre prove e darci la forza per sopportarle.


venerdì 2 gennaio 2026

Conoscere Dio come padre (5/8)

Le cure del Padre verso i Suoi figli

L’amore del Padre

L’amore di Dio è gloriosamente manifestato nel piano di salvezza che ha concepito per l’uomo, per riscattarlo dalla sua miseria e attrarlo a Sé. Dio ci ha amato quando eravamo ancora peccatori e “odiosi” (Romani 5:8; Efesini 2:4-5; Tito 3:3-4), ci ha donato il suo unigenito Figlio: “In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati” (1 Giovanni 4:10; cfr. Giovanni 3:16).

 

Ma il piano di Dio non era di offrire solo la Sua grazia a dei peccatori e giustificarli, Egli voleva una famiglia, dei figli da amare. Così, ha dato la posizione di figli ai peccatori a cui ha fatto grazia: “Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio!” (1 Giovanni 3:1). Quelli che ha riscattati, li ha uniti a Cristo, il Suo Unigenito Figlio diletto, l’Uomo risuscitato, ed ora li vede in Cristo nella Sua perfezione.

 

Parlando di loro, il Signore Gesù può fare al Padre questa straordinaria dichiarazione: “Li hai amati come hai amato me” (Giovanni 17:23). Il Signore è il “diletto Figlio” e noi siamo i “figli amati (o: diletti)” (Matteo 3:17: Efesini 5:1). Niente e mai, potrà “separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 8:39), “perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5:5); lo Spirito ci dona la certezza e la gioia di questo amore.

 

Il nostro Signore gioiva in modo costante dell’amore del Padre, Egli dimorava nel Suo amore, che era per Lui una sorgente di gioia inalterabile; affinché noi seguiamo le Sue tracce, ci rivela il Suo segreto: “Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa” (Giovanni 15:10-11).

 

Noi possiamo gioire veramente dell’amore del Signore Gesù osservando i Suoi comandamenti, altrimenti la nostra coscienza non è più a suo agio davanti a Lui: una barriera si alza tra noi e Lui, e la gioia e la comunione scompaiono. È la stessa cosa nella nostra relazione col Padre: essa è una sorgente di profonda gioia solo se non c’è niente di irregolare tra noi e Lui. “Carissimi, se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo fiducia davanti a Dio” (1 Giovanni 3:31).

 

Il Signore parla anche di un amore speciale del Padre e di Lui, per quelli che osservano i Suoi comandamenti o la Sua parola: “Chi ha i miei comandamenti e li osserva, quello mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui”, ed ancora: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui” (Giovanni 14:21, 23) questi versetti ci insegnano prima che il vero modo d’amare il Signore è osservare le Sue parole ed in seguito che c’è, per chi ama così il Signore, non soltanto un amore speciale ma anche una manifestazione speciale del Figlio e del Padre che faranno dimora in lui; il Figlio ha dato a beneficio di tutti una rivelazione perfetta e completa del Padre, ma la maniera in cui noi vi entriamo personalmente e gioiamo dipende dal nostro stato pratico.

 

Le cure del Padre

“Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui?” (Romani 8:32). Dio ci ha fatto il dono supremo del Suo amato Figlio; non ci donerà anche tutto quello che ci occorre? Il Padre conosce tutti i nostri bisogni e vi risponderà con amore, potenza e saggezza.

 

Queste cure del Padre sono già descritte dal Signore nei Vangeli: “Non siate in ansia …”, “Non siate in ansia …”, ripete il Signore ai discepoli in rapporto al nutrimento, al vestirsi, o non importa in quale altro bisogno (Matteo 6:25, 31, 34). Il nostro Padre celeste nutre gli uccelli del cielo e riveste i fiori dei campi di uno splendido ornamento, quanto più ci nutrirà e ci vestirà (26-30)!

 

Niente è troppo per Dio: “Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure, non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri” (Matteo 10:29-31).

 

Il Signore non ci esorta all’inattività o all’indifferenza ma, piuttosto, ad una vita di fede. Si tratta di dare fiducia ad un Padre che sa quello che fa ai Suoi figli e che si prende cura di loro con amore. Noi dobbiamo lavorare per non essere di peso a nessuno (1 Tessalonicesi 4:11-12), ma gli sforzi della nostra vita non devono essere orientati come prima cosa verso la ricerca del guadagno. Parlando delle cose della terra, il Signore dice: “Sono i pagani che ricercano tutte queste cose” ed aggiunge: “Il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più” (Matteo 6:32-33). Liberi da queste preoccupazioni riguardanti le cose terrene perché abbiamo fiducia in Dio (e non perché abbiamo delle buone riserve e delle buone assicurazioni), possiamo consacrare le nostre forze agli interessi di Dio.

 

Anche gli apostoli fanno eco alle parole del Signore dette ai discepoli: “Non angustiatevi di nulla …  Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza” (Filippesi 4:6, 19); “Ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento” (Giacomo 1:17); “Gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1 Pietro 5:7).

 

La disciplina del Padre

Un padre che ama i suoi figli non lascia che si ubriachino, ma insegna ed educa; li riprende e li punisce quando questo è necessario: “Chi risparmia la verga odia suo figlio, ma chi lo ama, lo corregge per tempo” (Proverbi 13:24). È così che Dio agisce verso coloro che Gli appartengono: “Perché il SIGNORE riprende colui che egli ama, come un padre il figlio che gradisce” (Proverbi 3:12). Al tempo in cui il libro dei Proverbi è stato scritto, Dio non si era ancora rivelato come Padre anche se qui ci viene detto che agisce come un Padre che ama i propri figli. Questo versetto è citato nell’epistola agli Ebrei e là la relazione di Figli è pienamente riconosciuta: “Il Signore corregge quelli che egli ama, e punisce tutti coloro che riconosce come figli”. Sopportate queste cose per la vostra correzione. Dio vi tratta come figli; infatti, qual è il figlio che il padre non corregga? Ma se siete esclusi da quella correzione di cui tutti hanno avuto la loro parte, allora siete bastardi e non figli” (Ebrei 12:6-8).

 

Anche se, per il presente, la disciplina del Padre non è un soggetto di gioia, ma di tristezza, dobbiamo saper riconoscere la Sua mano amorosa in tutto quello che ci capita. Egli agisce “per il nostro bene, affinché siamo partecipi della sua santità”. “In seguito” questa disciplina produrrà “un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa” (12:10, 11). Così, non disprezziamo la disciplina e non perdiamoci di coraggio, quando vi siamo sottoposti (12:5). Non dobbiamo essere né stoici, come se la sofferenza fosse una fatalità, né scoraggiati, come se la sofferenza non fosse accuratamente misurata da Dio. Ricordiamoci che “tutte le cose cooperano al bene di coloro che amano Dio” (Romani 8:28).

 

La disciplina del Padre verso i Suoi figli può rivestire diverse forme. Può essere correttiva ed avere il profilo di una punizione; può essere anche preventiva e formativa. La Parola abbonda di esempi che ci mostrano i risultati morali di una prova. È particolarmente a questa disciplina preventiva e formativa che si riferiscono le parole del Signore all’inizio di Giovanni 15 quando parla del lavoro del vignaiolo sui tralci: “Io sono la vite, voi siete i tralci”. “Il Padre mio è il vignaiuolo”. “Ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più”. “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto” (Giovanni 15:1-8). E che cos’è il frutto se non l’espressione della vita di Gesù nei credenti? È questo, molto più che le buone opere, che glorifica il Padre. Lasciamo, dunque, che svolga il suo lavoro in noi.


(segue)

02 gennaio - Sentirsi amati

Dio mostra il proprio amore per noi in questo: che mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Romani 5:8

 

Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio!

1 Giovanni 3:1

 

 

In un orfanotrofio, due giovani coniugi stanno parlando ad un bambino che pensano di adottare. Gli dicono tutto quello che hanno intenzione di dargli: dei bei vestiti, dei bei giochi, una bella cameretta, persino un cagnolino, soltanto per lui.

Con loro grande stupore, il bambino non sembra attratto da tutte quelle promesse di beni concreti, e fa capire loro ciò a cui aspira prima di ogni altra cosa: avere finalmente una mamma e un papà che lo amano.

La reazione di quell’orfanello dimostra che le aspirazioni più profonde del cuore dell’uomo non sono di carattere materiale. I beni materiali procurano un certo piacere e rendono più facile la vita, ma non rispondono all’insoddisfazione profonda e permanente dell’animo umano. Per prima cosa, tutti abbiamo bisogno di sentirci amati.

Gesù Cristo è venuto per manifestare l’amore più assoluto: quello di Dio verso gli uomini perduti. Contrariamente all’amore umano, l’amore di Dio non varia in funzione del comportamento della persona amata. Quando gli uomini hanno mostrato a suo riguardo il loro odio più accanito e la loro più grande malvagità, il Signore Gesù, per amore per loro, si è lasciato crocifiggere! Come abbiamo letto nel primo versetto di oggi, questa è la manifestazione più alta dell’amore di Dio.

Lettore, conosci questo amore?

giovedì 1 gennaio 2026

Conoscere Dio come padre (4/8)

Tappe della rivelazione del Padre per mezzo del Figlio


Fin dall’inizio del Suo ministero il Signore Gesù ha rivelato il Padre; non solo si è presentato Lui stesso come il Figlio di Dio mandato per farLo conoscere, ma ha messo in relazione con Dio coloro che Lo ricevettero come se fosse il loro Padre. Tuttavia, l’introduzione di questi credenti nella relazione filiale è fondata sull’opera della redenzione e questa è stata compiuta alla fine del ministero del Signore, alla Sua morte e alla risurrezione. Da questo risulta che la rivelazione del Padre da parte del Figlio ha avuto un carattere progressivo.

 

All’inizio del ministero del Signore Gesù

Il vangelo di Matteo ci presenta in modo dettagliato  il messaggio che il Signore ha indirizzato ai Giudei quando si è presentato loro come Messia: “Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno, guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo” (Matteo 4:23). Poi, questo vangelo ci dà, nei capitoli 5, 6 e 7 la sostanza del Suo insegnamento, che noi conosciamo come: “il sermone sul monte”. In questi discorsi, Dio, prima di tutto, è presentato come “il Padre” di quelli che sono i discepoli di Gesù.

 

Quello che è toccante sono le espressioni che sono usate frequentemente sia lì che nei capitoli seguenti: “Il Padre vostro che è nei cieli”, “il Padre vostro celeste” (5:16, 45, 48; 6:1, 9, 14, 26, 32; 7:11 …), e che non sono mai usate nel Libro degli Atti o nelle epistole. Esse richiamano una certa distanza e non rispondono del tutto alla posizione cristiana, così come sarà sviluppata in seguito [[4]].

 

Occorre, tuttavia, rimarcare che fino a quel momento Gesù diceva anche, parlando di Dio: il “Padre mio che è nei cieli”, “il Padre mio celeste” (7:21; 10:32-33; 12:50; 15:13; 16:17 …) . E così, i discepoli erano già, in qualche misura, introdotti nella posizione che era la Sua come Uomo sulla terra.

 

Alla fine del Suo ministero

Nei discorsi fatti con i Suoi poco prima della Sua morte, così come ci sono riportati nel vangelo di Giovanni nei capitoli da 13 a 17, il Signore avverte i discepoli della Sua morte imminente e della nuova situazione che per loro risulterà  dalla Sua assenza in questo mondo e della presenza nel cielo. In particolare, annuncia la venuta del Consolatore, lo Spirito di verità, per essere con loro eternamente (14:16) e le incomparabili benedizioni che ne scaturiranno.

 

Nel capitolo 16, il Signore parla di quello che avrà luogo dopo la risurrezione: “In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda. In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa” (16:23-24). Queste parole ci fanno comprendere che il Signore fino ad allora era l’intermediario tra i discepoli ed il Padre, ma, d’ora in poi, essi sono in diretto contatto con Lui. Non dovranno più presentare le loro domande al Signore affinché le trasmetta al Padre, ma si indirizzeranno direttamente al Padre in completa libertà. Per quale ragione? “Poiché il Padre stesso vi ama” (16:27). Qui il Signore insegna ai discepoli un nuovo modo di pregare, sconosciuto fino a quel momento: pregare il Padre nel Nome del Signore Gesù. Forse, noi abbiamo troppo l’abitudine di pronunciare queste parole alla fine delle nostre preghiere senza realizzarne la vera portata. Quando presentiamo una richiesta a Dio nel nome del Signore Gesù, noi Lo associamo alla nostra richiesta. Facciamo le nostre domande coscienti che esse sono secondo il pensiero del Signore e chiediamo a Dio di riceverle come se esse fossero espresse per mezzo del Figlio.

 

Il Signore fa questa rivelazione ai Suoi prima della Sua morte, ma essa riguarda il tempo che seguirà la Sua risurrezione.

 

Avendo finito quello che aveva da dire ai discepoli, il Signore si rivolge al Padre e si indirizza a Lui in loro presenza. Hanno, così, il privilegio di assistere a questo discorso, unico nel suo genere, che il capitolo 17 ci riporta.

 

Il Signore si esprime considerando la Sua opera compiuta (17:4) e considera i risultati. Lui lascia questo mondo lasciandovi i discepoli e con una grazia perfetta ricorda che Lo hanno ricevuto come l’inviato del Padre e che hanno ricevuto e creduto la parola che ha loro trasmesso da parte Sua (17:8). Sono stati, così, messi in relazione con il Padre.

 

Ora che il Signore Gesù lascia questo mondo ostile nel quale aveva conservato i discepoli con fedeltà, li affida al Padre perché li conservi (17:11). Chiede al Padre: “Santificali nella verità: la tua parola è verità” (17:17) ed aggiunge: “Per loro io santifico me stesso” (17:19). Santificarsi, vuol dire mettersi a parte per Dio. Il Signore fa qui allusione alla Sua dipartita da questo mondo, la posizione che va a prendere nel cielo, fuori dalla terra, va a legare loro stessi al cielo e ne determina il loro carattere celeste. Della loro unione vitale con Cristo per mezzo dello Spirito Santo e per la posizione celeste del loro Salvatore e Signore essi saranno moralmente ritirati da questo mondo per essere delle persone del cielo ed il Signore li manda “in questo mondo”, di cui non sono più, per essere dei testimoni, come Lui stesso era stato mandato dal Padre (17:18). Ma presto noi saremo con Lui nella gloria.

 

Il Signore termina dicendo al Padre: “Io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro” (17:26). Aveva rivelato loro il Padre e, nella misura in cui questo era possibile in quel momento, essi avevano ricevuto le Sue parole ma, d’ora in poi, sul fondamento della Sua opera compiuta e per mezzo dell’azione dello Spirito Santo che avrebbero ben presto ricevuto, Egli avrebbe continuato a far loro conoscere il nome del Padre. Quanto dell’amore del Padre, soggetto sul quale aveva fatto la meravigliosa dichiarazione: “Li hai amati come hai amato me” (17:23), essi ne avrebbero gioito in maniera più profonda.

 

Dopo la Sua risurrezione

In maniera generale, quando il Signore parla di Dio Lo definisce: “Il Padre suo” o “il Padre”; questo è naturale poiché Gesù è il Figlio di Dio. È con questo appellativo di “Padre” che si indirizza a Lui in tutte le preghiere che ci sono riportate nei vangeli con una eccezione [[5]]. Questa eccezione è il grido che ha fatto udire nelle tre ore di tenebre della croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato’” (Matteo 27:46). Là, si trova davanti a Dio come nostro sostituto, l’Uomo perfetto che si è caricato dei nostri peccati per espiarli e per i quali ha incontrato l’ira di Dio.

 

Prima della venuta di Gesù sulla terra, i credenti hanno potuto rivolgersi a “Dio” sotto diversi caratteri (l’Eterno, l’Onnipotente, l’Altissimo, il Potente, …), ma mai come il loro Padre. Come stiamo vedendo, dopo la venuta del Signore, questo Dio è stato rivelato come Padre ed hanno potuto chiamarLo: “Padre nostro che sei nei cieli” (Matteo 6:9) o, semplicemente: “Padre” (Luca 11:2).

 

Dopo la risurrezione del Signore, la relazione con il loro Dio e Padre si arricchisce ancora di più. Nel mattino di quel giorno di vittoria, il Signore fa trasmettere ai Suoi questo messaggio da Maria Maddalena: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20:17). In sostanza dice che Colui che è Suo Padre è anche il loro Padre e che Colui che è il Suo Dio è anche il loro Dio. I discepoli e tutti i riscattati con loro, sono introdotti nella relazione in cui Gesù si trova davanti al Suo Dio e Padre. Questo è il glorioso risultato dell’opera della redenzione. I credenti sono assolutamente purificati dai loro peccati, resi “perfetti per sempre” (Ebrei 10:14). Essendo uniti a Cristo, cioè fatti uno con Lui, essi sono resi “graditi a sé, in colui che è l’amato” (Efesini 1:6 [Versione Vecchia Diodati]). Dio li vede nel Suo Figlio e così essi sono nella piena grazia di Dio (Romani 5:2).

 

Noi siamo legati a Cristo in una maniera così reale e così profonda che Dio è per noi quello che è per Cristo stesso. È questo quello che suggerisce l’espressione che noi troviamo qualche volta nelle epistole: “Il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” (2 Corinzi 1:3; Efesini 1:3; 1 Pietro 1:3).

 

“Va’ dai miei fratelli …”, dice il Signore a Maria. “Egli non si vergogna di chiamarli fratelli” (Ebrei 2:11). Che testimonianza all’efficacia dell’opera di salvezza che ha compiuto per loro e per noi!

 

Rimarchiamo che il Signore non ha detto a Maria “Di’ ai miei fratelli: Io salgo al padre nostro, al Dio nostro”. Lui ha un posto a parte. Se c’è una gloria ch’Egli dà ai Suoi (Giovanni 17:22), c’è anche una gloria personale che appartiene solo a Lui e che i Suoi contempleranno (17:24). La Scrittura mantiene gelosamente la Sua preminenza; anche se Dio ci ha “predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” quello che rimane vero è: “affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Romani 8:29).

 

Abbiamo, dunque, riscontrato progressivamente, nei capitoli precedenti e, poi, in questo, tre ragioni fondamentali della relazione dei credenti con Dio come Padre:

 

sono stati generati da Lui;

sono stati adottati da Lui;

sono stati uniti a Cristo, il Figlio di Dio.


(segue)

01 gennaio 2026 - Sei senza speranza?

Dov’è dunque la mia speranza?

Giobbe 17:15

 

Abbiamo sperato in Cristo.

1 Corinzi 15:19

 

Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede.

Romani 15:13

 


 

Un giovane, cittadino di un paese ostile alla fede cristiana, era disperato per il clima di oppressione che vi regnava. “Ero talmente angosciato che avevo finito per odiare la società”, diceva. Dopo molte ricerche, si aprì alla lettura dell’Evangelo, e riuscì a superare il suo odio quando capì un fatto fondamentale: siamo tutti peccatori. “Così ho calmato la mia rabbia”, poteva aggiungere.

Forse anche tu, lettore, ti senti disperato, sconvolto per le ingiustizie, l’oppressione, la povertà. Probabilmente pensi che la società avrebbe dovuto trovare qualche mezzo per risolvere quei problemi… Nel mondo di sempre e di oggi, i diritti umani sono calpestati, la corruzione e l’ingiustizia imperversano, mentre la povertà sovente si affianca alla ricchezza e al lusso insolente. Come trovare allora la pace, la serenità?

Come ha fatto quel giovane in rivolta, leggiamo la Bibbia! Essa dichiara: “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16). Solo l’amore di Dio ha potuto aprire una via di speranza all’uomo schiavo del male. Solo la conoscenza della Parola di Dio toglie la delusione e l’amarezza del cuore. Chi crede al Figlio unico di Dio, Gesù Cristo, è liberato da queste cose e riceve da Dio la vita eterna.

Gesù, morto in croce e risorto, è la speranza sicura e ferma del credente.