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sabato 3 gennaio 2026

Conoscere Dio come padre (6/8)

Le relazioni dei figli con il Padre

Fiducia e libertà, timore e santità, obbedienza

La nostra debolezza, le nostre infermità ed anche le nostre mancanze non ci devono impedire di avvicinarci al Padre, ma, al contrario, sono le ragioni per andare a Lui.

 

Poiché noi abbiamo un “sommo sacerdote”, “Gesù, il Figlio di Dio”, che simpatizza nelle nostre infermità e che, instancabilmente, “intercede per noi” (Ebrei 4:15; Romani 8:34), “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” (Ebrei 4:6). Per mezzo di Cristo “abbiamo …  accesso al Padre in un medesimo Spirito” (Efesini 2:18) e “nel quale abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui” (Efesini 3:12).

 

Inoltre, lo Spirito Santo che abita in noi, “lo Spirito d’adozione” che ci dà la certezza della nostra relazione di figli, sviluppa nei nostri cuori la libertà e la fiducia per andare a Dio. Per lo Spirito noi “gridiamo: Abbà! Padre!” (Romani 8:15), espressione di intimità che il Signore stesso utilizza in Getsemani (Marco 14:36). Il nome Padre, che noi pronunciamo con fiducia, è realmente il grido dello Spirito in noi: “Perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: “Abbà, Padre” (Galati 4:6).

 

La relazione stabilita tra il Padre e noi non deve essere un pretesto per mancarGli di rispetto e di timore. Egli rimane Dio in tutta la Sua maestà e santità: “Se invocate come Padre colui che giudica senza favoritismi, secondo l’opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno” (1 Pietro 1:17).

 

Questo timore necessario è messo bene in evidenza in un passo della seconda epistola ai Corinzi. Paolo mette i credenti in guardia contro un giogo male assortito con gli increduli, contro l’associarsi con le persone del mondo. I credenti sono nel mondo ma non sono del mondo; essi devono esserne moralmente separati. “Perciò uscite di  mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’impuro; e io vi accoglierò. E sarò per voi come un padre e voi sarete come figli e figlie”, dice il Signore onnipotente. Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio” (2 Corinzi 6:17-18, 7:1). La nostra vita pratica deve essere in accordo con quello che Dio ha fatto di noi. Noi siamo stati resi santi per mezzo dell’opera di Cristo e Dio si aspetta che siamo santi in tutta la nostra condotta. È vero che siamo figli di Dio per mezzo di ciò che ha operato in noi, ma bisogna che noi camminiamo nella santità pratica perché Egli possa riconoscerci come figli, e noi possiamo gioire della relazione nella quale ci ha messi.

 

Quello che ci si aspetta da un figlio, è che sia obbediente ai suoi genitori (Efesini 6:1). L’obbedienza al nostro Dio e Padre deve essere uno dei nostri tratti distintivi, in modo da essere veramente “figliuoli d’obbedienza” (1 Pietro 1:14 [Versione Vecchia Diodati]). La fede e l’obbedienza sono due nozioni molto simili. Si tratta di una sottomissione totale del cuore e dello spirito a quello che Dio ha detto (cfr. Romani 1:5; 6:17; 16:26). Nel loro stato naturale, gli uomini sono “figliuoli della disobbedienza” (Efesini 2:2; 5:6 [Versione Vecchia Diodati]) e chi non crede in Cristo “disobbedisce al Figlio” (Giovanni 3:36 – traduzione lett. dalla Versione francese JND).

 

La preghiera

All’inizio del suo ministero, il Signore ha messo i discepoli in relazione con “il Padre vostro che è nei cieli” (Matteo 5:16). ha insegnato loro ad avvicinarsi a Lui nella solitudine della camera  rivolgendosi “al Padre tuo che è nel segreto”, senza usare inutili ripetizioni, “poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate” (Matteo 6:6-8).

 

La preghiera che il Signore insegna ai discepoli (Matteo 6:9-13; Luca 11:2-4), che qualcuno chiama “Padre nostro”, è caratteristica dell’epoca in cui vivevano. Il Signore Gesù si presenta al Suo popolo per stabilire il regno promesso e non era ancora stato rigettato. Si poteva ben chiedere la venuta di questo regno e, in vista di quello, desiderare che la volontà di Dio fosse fatta sulla terra come in cielo. La morte del Signore e l’opera della redenzione non erano ancora conosciute, e neanche la venuta dello Spirito Santo per abitare nei credenti. Tuttavia, questa preghiera ci fornisce dei principi morali che sono validi in tutti i tempi, specialmente in quello che consiste nel mettere gli interessi di Dio davanti ai nostri bisogni.

 

A più riprese, nel corso del Suo ministero, il Signore ha parlato ai discepoli della preghiera e si è mostrato Egli stesso come esempio pregando costantemente. Li ha incoraggiati a pregare il Padre con coraggio, brevità e precisione (Luca 11:5-10), con perseveranza (Luca 18:1-8) e con fede (Matteo 21:22). È evidente che il Padre si aspetta dai Suoi figli tutto meno che la recita meccanica di una preghiera imparata a memoria.

 

La preghiera ci mette in luce davanti al Padre. Quando siamo veramente in questa luce, la nostra coscienza ci rivela ciò che in noi deve essere giudicato. A questo proposito il Signore insegna che: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli, vi perdoni le vostre colpe. Ma se voi non perdonate, neppure il Padre vostro che è nei cieli perdonerà le vostre colpe” (Marco 11:25-26). Se, presentandoci davanti a Dio, ci ricordiamo di una controversia con un fratello, perdoniamolo, altrimenti saremo esposti ad un castigo di Dio nel Suo governo [[6]]. Se noi coltiviamo dei sentimenti malvagi nei confronti di un nostro fratello, non siamo in condizione di pregare liberamente il Padre. Questo è vero in particolare nella vita di coppia: il disaccordo impedisce le preghiere (1 Pietro 3:7).

 

Nei Suoi ultimi intrattenimenti coi discepoli, il Signore li ha messi in relazione più diretta e più profonda con il Padre, insegnando loro a pregare nel Suo Nome (Giovanni 16:23, 26) e noi ci siamo già soffermati su questo soggetto.

 

Quando eravamo bambini, abbiamo probabilmente imparato ad indirizzare le preghiere al Signore Gesù, questo è comprensibile, ma, se siamo dei figli di Dio, usiamo la libertà che abbiamo per indirizzarci al Padre? Il Signore Gesù stesso ci incoraggia a farlo. Si odono, talvolta, dei credenti formulare le loro preghiere utilizzando esclusivamente l’appellativo “Signore” senza che forse sappiano a chi la indirizzano. Queste preghiere sono certamente ascoltate, ma il Nuovo Testamento, che ci rivela il Padre ed il Figlio, ci dà un altro esempio. Negli Atti e nelle epistole i credenti che si rivolgono sia al Signore Gesù sia a Dio Padre [[7]]. Noi abbiamo la libertà di indirizzarci all’Uno o all’Altro. Non abbiamo delle regole quanto alla Persona a cui conviene indirizzarci, l’essenziale è che noi abbiamo una piena libertà riguardo al Padre esattamente come col Figlio e che ci lasciamo condurre dallo Spirito.

 

A questo riguardo, ricordiamo il ruolo iniziale dello Spirito Santo nella preghiera. Noi dobbiamo pregare per lo Spirito (Efesini 6:18; Giuda 20), cioè lasciamoci guidare da Lui. È possibile che noi “non sappiamo pregare come si conviene” ma “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza” e se anche sono dei “sospiri ineffabili” che salgono dai nostri cuori, il Padre nostro li ode e li comprende perché “colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito” (Romani 8:26-27).

 

La lode e l’adorazione

Indirizziamo senza riserve le nostre richieste a Dio, ma non dimentichiamo ch’Egli si aspetta dai Suoi figli riconoscenza e lode, “preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti” (Filippesi 4:6). “Non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie” (1 Tessalonicesi 5:17). Possiamo cantare e salmeggiare  di cuore al Signore “ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Efesini 5:20). Seguiamo l’esempio del salmista d’Israele: “Benedici, anima mia, il SIGNORE e non dimenticare nessuno dei suoi benefici” (Salmo 103:2).

 

Ma non è solo per le Sue cure giornaliere  che noi dobbiamo benedire il Padre. È prima di tutto per il Salvatore che ci ha donato e per la salvezza che ci ha accordata in Lui. Noi possiamo ringraziare “con gioia il Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio” (Colossesi 1:12-13). Con i nostri fratelli e sorelle in fede avendo tra noi “un solo animo e d’una stessa bocca” glorifichiamo “il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” (Romani 15:5-6). Allora, noi uniamo le nostre voci a quella del Signore. Egli è presente in mezzo ai Suoi e li conduce, per la potenza dello Spirito Santo, a lodare il Padre in comunione con Lui: “per questo egli non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo: “Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all’assemblea canterò la tua lode” (Ebrei 2:11-12).

 

Coì facendo, anticipiamo la lode eterna. Pensiamo all’onore di cui Dio è degno di ricevere dalle Sue creature privilegiate, ed a quello che il Padre vuole ricevere dai Suoi figli. Il Signore Gesù lo ha rivelato alla Samaritana al pozzo di Sicar: “Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori” ed aggiunge: “Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità” (Giovanni 4:23-24). Noi adoriamo il Padre e adoriamo Dio. le due cose sono inseparabili.


(segue)