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giovedì 1 gennaio 2026

Conoscere Dio come padre (4/8)

Tappe della rivelazione del Padre per mezzo del Figlio


Fin dall’inizio del Suo ministero il Signore Gesù ha rivelato il Padre; non solo si è presentato Lui stesso come il Figlio di Dio mandato per farLo conoscere, ma ha messo in relazione con Dio coloro che Lo ricevettero come se fosse il loro Padre. Tuttavia, l’introduzione di questi credenti nella relazione filiale è fondata sull’opera della redenzione e questa è stata compiuta alla fine del ministero del Signore, alla Sua morte e alla risurrezione. Da questo risulta che la rivelazione del Padre da parte del Figlio ha avuto un carattere progressivo.

 

All’inizio del ministero del Signore Gesù

Il vangelo di Matteo ci presenta in modo dettagliato  il messaggio che il Signore ha indirizzato ai Giudei quando si è presentato loro come Messia: “Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno, guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo” (Matteo 4:23). Poi, questo vangelo ci dà, nei capitoli 5, 6 e 7 la sostanza del Suo insegnamento, che noi conosciamo come: “il sermone sul monte”. In questi discorsi, Dio, prima di tutto, è presentato come “il Padre” di quelli che sono i discepoli di Gesù.

 

Quello che è toccante sono le espressioni che sono usate frequentemente sia lì che nei capitoli seguenti: “Il Padre vostro che è nei cieli”, “il Padre vostro celeste” (5:16, 45, 48; 6:1, 9, 14, 26, 32; 7:11 …), e che non sono mai usate nel Libro degli Atti o nelle epistole. Esse richiamano una certa distanza e non rispondono del tutto alla posizione cristiana, così come sarà sviluppata in seguito [[4]].

 

Occorre, tuttavia, rimarcare che fino a quel momento Gesù diceva anche, parlando di Dio: il “Padre mio che è nei cieli”, “il Padre mio celeste” (7:21; 10:32-33; 12:50; 15:13; 16:17 …) . E così, i discepoli erano già, in qualche misura, introdotti nella posizione che era la Sua come Uomo sulla terra.

 

Alla fine del Suo ministero

Nei discorsi fatti con i Suoi poco prima della Sua morte, così come ci sono riportati nel vangelo di Giovanni nei capitoli da 13 a 17, il Signore avverte i discepoli della Sua morte imminente e della nuova situazione che per loro risulterà  dalla Sua assenza in questo mondo e della presenza nel cielo. In particolare, annuncia la venuta del Consolatore, lo Spirito di verità, per essere con loro eternamente (14:16) e le incomparabili benedizioni che ne scaturiranno.

 

Nel capitolo 16, il Signore parla di quello che avrà luogo dopo la risurrezione: “In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda. In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa” (16:23-24). Queste parole ci fanno comprendere che il Signore fino ad allora era l’intermediario tra i discepoli ed il Padre, ma, d’ora in poi, essi sono in diretto contatto con Lui. Non dovranno più presentare le loro domande al Signore affinché le trasmetta al Padre, ma si indirizzeranno direttamente al Padre in completa libertà. Per quale ragione? “Poiché il Padre stesso vi ama” (16:27). Qui il Signore insegna ai discepoli un nuovo modo di pregare, sconosciuto fino a quel momento: pregare il Padre nel Nome del Signore Gesù. Forse, noi abbiamo troppo l’abitudine di pronunciare queste parole alla fine delle nostre preghiere senza realizzarne la vera portata. Quando presentiamo una richiesta a Dio nel nome del Signore Gesù, noi Lo associamo alla nostra richiesta. Facciamo le nostre domande coscienti che esse sono secondo il pensiero del Signore e chiediamo a Dio di riceverle come se esse fossero espresse per mezzo del Figlio.

 

Il Signore fa questa rivelazione ai Suoi prima della Sua morte, ma essa riguarda il tempo che seguirà la Sua risurrezione.

 

Avendo finito quello che aveva da dire ai discepoli, il Signore si rivolge al Padre e si indirizza a Lui in loro presenza. Hanno, così, il privilegio di assistere a questo discorso, unico nel suo genere, che il capitolo 17 ci riporta.

 

Il Signore si esprime considerando la Sua opera compiuta (17:4) e considera i risultati. Lui lascia questo mondo lasciandovi i discepoli e con una grazia perfetta ricorda che Lo hanno ricevuto come l’inviato del Padre e che hanno ricevuto e creduto la parola che ha loro trasmesso da parte Sua (17:8). Sono stati, così, messi in relazione con il Padre.

 

Ora che il Signore Gesù lascia questo mondo ostile nel quale aveva conservato i discepoli con fedeltà, li affida al Padre perché li conservi (17:11). Chiede al Padre: “Santificali nella verità: la tua parola è verità” (17:17) ed aggiunge: “Per loro io santifico me stesso” (17:19). Santificarsi, vuol dire mettersi a parte per Dio. Il Signore fa qui allusione alla Sua dipartita da questo mondo, la posizione che va a prendere nel cielo, fuori dalla terra, va a legare loro stessi al cielo e ne determina il loro carattere celeste. Della loro unione vitale con Cristo per mezzo dello Spirito Santo e per la posizione celeste del loro Salvatore e Signore essi saranno moralmente ritirati da questo mondo per essere delle persone del cielo ed il Signore li manda “in questo mondo”, di cui non sono più, per essere dei testimoni, come Lui stesso era stato mandato dal Padre (17:18). Ma presto noi saremo con Lui nella gloria.

 

Il Signore termina dicendo al Padre: “Io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro” (17:26). Aveva rivelato loro il Padre e, nella misura in cui questo era possibile in quel momento, essi avevano ricevuto le Sue parole ma, d’ora in poi, sul fondamento della Sua opera compiuta e per mezzo dell’azione dello Spirito Santo che avrebbero ben presto ricevuto, Egli avrebbe continuato a far loro conoscere il nome del Padre. Quanto dell’amore del Padre, soggetto sul quale aveva fatto la meravigliosa dichiarazione: “Li hai amati come hai amato me” (17:23), essi ne avrebbero gioito in maniera più profonda.

 

Dopo la Sua risurrezione

In maniera generale, quando il Signore parla di Dio Lo definisce: “Il Padre suo” o “il Padre”; questo è naturale poiché Gesù è il Figlio di Dio. È con questo appellativo di “Padre” che si indirizza a Lui in tutte le preghiere che ci sono riportate nei vangeli con una eccezione [[5]]. Questa eccezione è il grido che ha fatto udire nelle tre ore di tenebre della croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato’” (Matteo 27:46). Là, si trova davanti a Dio come nostro sostituto, l’Uomo perfetto che si è caricato dei nostri peccati per espiarli e per i quali ha incontrato l’ira di Dio.

 

Prima della venuta di Gesù sulla terra, i credenti hanno potuto rivolgersi a “Dio” sotto diversi caratteri (l’Eterno, l’Onnipotente, l’Altissimo, il Potente, …), ma mai come il loro Padre. Come stiamo vedendo, dopo la venuta del Signore, questo Dio è stato rivelato come Padre ed hanno potuto chiamarLo: “Padre nostro che sei nei cieli” (Matteo 6:9) o, semplicemente: “Padre” (Luca 11:2).

 

Dopo la risurrezione del Signore, la relazione con il loro Dio e Padre si arricchisce ancora di più. Nel mattino di quel giorno di vittoria, il Signore fa trasmettere ai Suoi questo messaggio da Maria Maddalena: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20:17). In sostanza dice che Colui che è Suo Padre è anche il loro Padre e che Colui che è il Suo Dio è anche il loro Dio. I discepoli e tutti i riscattati con loro, sono introdotti nella relazione in cui Gesù si trova davanti al Suo Dio e Padre. Questo è il glorioso risultato dell’opera della redenzione. I credenti sono assolutamente purificati dai loro peccati, resi “perfetti per sempre” (Ebrei 10:14). Essendo uniti a Cristo, cioè fatti uno con Lui, essi sono resi “graditi a sé, in colui che è l’amato” (Efesini 1:6 [Versione Vecchia Diodati]). Dio li vede nel Suo Figlio e così essi sono nella piena grazia di Dio (Romani 5:2).

 

Noi siamo legati a Cristo in una maniera così reale e così profonda che Dio è per noi quello che è per Cristo stesso. È questo quello che suggerisce l’espressione che noi troviamo qualche volta nelle epistole: “Il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo” (2 Corinzi 1:3; Efesini 1:3; 1 Pietro 1:3).

 

“Va’ dai miei fratelli …”, dice il Signore a Maria. “Egli non si vergogna di chiamarli fratelli” (Ebrei 2:11). Che testimonianza all’efficacia dell’opera di salvezza che ha compiuto per loro e per noi!

 

Rimarchiamo che il Signore non ha detto a Maria “Di’ ai miei fratelli: Io salgo al padre nostro, al Dio nostro”. Lui ha un posto a parte. Se c’è una gloria ch’Egli dà ai Suoi (Giovanni 17:22), c’è anche una gloria personale che appartiene solo a Lui e che i Suoi contempleranno (17:24). La Scrittura mantiene gelosamente la Sua preminenza; anche se Dio ci ha “predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” quello che rimane vero è: “affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Romani 8:29).

 

Abbiamo, dunque, riscontrato progressivamente, nei capitoli precedenti e, poi, in questo, tre ragioni fondamentali della relazione dei credenti con Dio come Padre:

 

sono stati generati da Lui;

sono stati adottati da Lui;

sono stati uniti a Cristo, il Figlio di Dio.


(segue)