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domenica 4 gennaio 2026

Conoscere Dio come padre (7/8)

Camminare come figli diletti

Siate dunque imitatori di Dio

Dai Suoi figli sulla terra, Dio si aspetta che riproducano i Suoi caratteri morali in tutta la loro condotta; così, l’apostolo Paolo, scrive agli Efesini: “Siate invece benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come anche Dio vi ha perdonati in Cristo. Siate dunque imitatori di Dio, come figli amati” (Efesi 4:32; 5:1).

 

Molti passi ci presentano Cristo come modello da imitare (Efesini 5:2; 1 Corinzi 11:1; Filippesi 2:5; 1 Pietro 2:21; 1 Giovanni 2:6). Ogni Sua azione, ogni parola o pensiero erano rivolti alla piena soddisfazione del Suo Dio e Padre. Essendo Uomo ha potuto mostrarci come i caratteri divini potevano manifestarsi nella nostra vita sulla terra e, nella misura in cui noi seguiremo le Sue orme, che le nostre vite saranno gradite a Dio.

 

Ma, nel passo citato, la nostra attenzione è attratta dall’esempio dato da Dio stesso a quelli che hanno l’immenso privilegio di essere Suoi figli.

 

Come il vostro Padre celeste

Dal momento in cui Dio è stato rivelato come Padre, ci viene presentata la responsabilità di seguire il Suo esempio. Effettivamente, fin dall’inizio del Suo ministero, il Signore insiste su questa necessità: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Luca 6:36); “Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” (Matteo 5:48).

 

Lo scopo di una tale condotta non è per essere ammirati, ma che Dio sia glorificato: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Matteo 5:16).

 

Nella parabola del servo spietato, il Signore ricorda prima di tutto, l’immensità del perdono che Dio ci ha concesso (Matteo 18:23-35), poi mette in evidenza il dovere che abbiamo di perdonare coloro che ci hanno offeso. Infine, dopo aver indicato il castigo inflitto dal padrone al servo incapace di ricordarsi della grazia che gli era stata fatta, il Signore conclude: “Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello” (Matteo 18:35).

 

Dalla preghiera che il Signore Gesù insegna ai discepoli potremmo essere sorpresi dalla richiesta: “Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori” (Matteo 6:12). In effetti, il modello di perdono lo ha dato Dio e noi dobbiamo imitarLo. Non abbiamo bisogno che ci perdoni oltre la piccola misura che possiamo realizzare noi stessi? Invitando i discepoli ad esprimersi in questa maniera, il Signore li porta a mettersi davanti al loro Padre celeste con una coscienza pura e con rettitudine, e non chiedendo a Dio una grazia ch’essi rifiutano ad altri.

 

Nel sermone sul monte, il Signore dice anche: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Matteo 5:44-45). L’espressione: “affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli” non significa: “affinché diveniate figli!”. Rimane sempre vero che il diritto di essere figli di Dio è dato a coloro che hanno ricevuto il Signore per fede e che sono nati da Dio (cfr. Giovanni 1:12-13). Dalle parole di Signore, si tratta di essere figli in modo pratico, di avere un comportamento che manifesti i caratteri del Padre [[8]].

 

I tratti caratteristici dei figli di Dio

Questo soggetto è presentato in modo particolarmente incisivo nella prima epistola di Giovanni: colui che crede è più volte indicato come qualcuno che è “nato da Dio” o “nati da Lui” (1 Giovanni 2:29; 3:9; 4:7; 5:1, 4, 18); è passato per la nuova nascita, così come il Signore lo ha insegnato a Nicodemo. Essendo nato da Dio è stato reso partecipe della natura divina, che si manifesta in frutti che possono essere visti e riconosciuti. I due frutti essenziali sono: l’amore e la giustizia pratica.

 

L’amore – Il punto di partenza è l’amore di Dio: “Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! ” (3:1) e per due volte viene dichiarato: “Dio è amore” (4:8, 16). È la Sua natura. Quanto a noi, se conosciamo l’amore è perché ne siamo stati l’oggetto da parte del Padre e del Figlio: “In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati” (4:10); “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi” (3:16).

Ora, noi siamo stati fatti partecipi di questa natura divina, che è amore [[9]]. L’amore messo in pratica nella nostra vita di ogni giorno è, dunque, il frutto spontaneo della nuova natura che possediamo. Gli ultimi due versetti citati continuano così: “Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (4:11) e: “Anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli” (3:16). Così, quelli che sono “nati da Dio” amano. È da questo che si possono riconoscere: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio” (4:7); “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chiunque ama colui che ha generato, ama anche chi è stato da lui generato” (5:1). In questa epistola si tratta di amare “i nostri fratelli” per la sola ragione ch’essi sono, come noi, figli di Dio partecipi della natura divina. È una dimensione diversa da quella che ci chiede: “amate i vostri nemici” (Matteo 5:44).

 

Troviamo per due volte scritto, dalla penna dell’apostolo Giovanni la dichiarazione: “Nessuno ha mai visto Dio …”. La prima volta, nel vangelo, l’apostolo aggiunge: “… l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (Giovanni 1:18). Nella Sua Persona Gesù ha reso visibile il Dio invisibile. La seconda volta, nella sua prima epistola, l’apostolo aggiunge: “… se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi” (1 Giovanni 4:12). Dio è, in qualche misura, reso visibile nei Suoi figli, se si amano l’un l’altro. È da questo che si può vedere che dimora in loro.

 

La giustizia pratica – Dio non è solo amore ma è luce (1 Giovanni 1:5), Egli è giusto e santo, ha orrore del male. Quelli da Lui generati hanno una natura che ama la giustizia, che desidera e persegue il bene ed odia e fugge il male. Perciò la vita pratica del credente deve essere nella giustizia e nella santità e si può riconoscerlo da questo: “Se sapete che egli è giusto, sappiate che anche tutti quelli che praticano la giustizia sono nati da lui” (1 Giovanni 2:29); “Chiunque è nato da Dio non persiste nel commettere peccato, perché il seme divino rimane in lui, e non può persistere nel peccare perché è nato da Dio” (1 Giovanni 3:9 – cfr. 5:18). Un cammino nel peccato è una incoerenza per il credente.

Solo in Cristo la natura divina si è manifestata senza difetto e nella sua pienezza; in noi ci saranno sempre dei difetti. L’apostolo Giovanni lo dice espressamente e ci indica quali sono le nostre risorse a questo riguardo (cfr. 1 Giovanni  da 1:9 a 2:1) quindi, il solenne insegnamento di questa epistola deve esercitare profondamente i nostri cuori.

 

L’apostolo Giovanni indirizza ai “giovani” un’esortazione particolare: “Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui” (1 Giovanni 2:15). La coscienza di essere stati e di essere gli oggetti dell’amore del Padre dovrebbe risvegliare una risposta d’amore nei nostri cuori, ma questo non può aver luogo se questi sono ripieni del mondo e delle cose del mondo. Noi abbiamo tutto quello che occorre per far fronte alle difficolta che incontreremo: “Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede” (1 Giovanni 5:4). La natura che Dio ci ha donato non è interessata al mondo e la nostra fede fissa gli sguardi sulle cose invisibili.

 

Un cammino nella giustizia ed in santità è sicuramente un cammino nell’obbedienza ai comandamenti di Dio: “Da questo sappiamo che l’abbiamo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: “Io l’ho conosciuto”, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui” (1 Giovanni 2:2-3).

 

Noi possiamo venirci a trovare in situazioni in cui sembra che amare i nostri fratelli ed osservare i comandamenti di Dio siano delle cose incompatibili, ma non è così. Un vero amore che ha in vista il bene spirituale dei nostri fratelli è, necessariamente, in accordo con l’obbedienza ai comandamenti divini: “Da questo sappiamo che amiamo i figli di Dio: quando amiamo Dio e mettiamo in pratica i suoi comandamenti” (1 Giovanni 5:2).


(segue)