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giovedì 22 febbraio 2024

22 febbraio - La persona e l’opera dello Spirito Santo

(Gesù disse ai discepoli:) “È utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado, io ve lo manderò”.

Giovanni 16:7

 

La persona e l’opera dello Spirito Santo

 

Lo Spirito Santo ha preso il posto del Signore sulla terra dopo che Egli è stato assunto in cielo. Non poteva essere mandato prima che Gesù Cristo fosse glorificato.

Le funzioni di questo “Consolatore” sono contenute nei seguenti versetti:

- “Lo Spirito Santo... v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che v'ho detto” (Giovanni 14:26);

- testimonierà di me” (Giovanni 15:26);

- convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Giovanni 16:8);

- “vi guiderà in tutta la verità... e vi annuncerà le cose a venire” (Giovanni 16:13);

- “mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo annuncerà” (Giovanni 16:14).

Lo Spirito Santo è come un “sigillo” che Dio mette su ogni persona che crede quale segno che appartiene a Lui. È anche “il pegno” (cioè la caparra) dei beni celesti che Dio darà ai suoi in eredità (Efesini 1:13-14). È Lui che ci fa comprendere la Parola di Dio e, per la sua testimonianza in noi, noi conosciamo la relazione che abbiamo con Dio per la fede (leggere 1 Giovanni 2:27; Romani 8:15-16; 1 Giovanni 3:24: 4:13).

Lo Spirito Santo è anche la “potenza” che opera nella vita di ogni credente, e la sua azione, come ci insegnano alcuni passi del Nuovo Testamento, non dev’essere né “rattristata” né “soffocata” né “spenta”. Lo Spirito Santo agisce nel cuore dei riscattati del Signore per sviluppare degli affetti sinceri per il loro Salvatore e guidarli a desiderare più ardentemente il suo ritorno.


mercoledì 21 febbraio 2024

Epafra (3/5)

Epafra: un uomo di preghiera!

Epafra era diventato un esempio per molti e il suo impegno non era passato inosservato, perché il suo movente era quello di piacere al Dio che lo aveva salvato e dare gloria solo a lui.

E come facciamo a sapere questo?

Mostrava amore sincero e servizio costante verso coloro che erano amati da Dio e che per mezzo della sua grazia erano diventati sui fratelli.

Com’è il mio amore?

E il mio servizio, è continuo? È disinteressato?

Per amore Epafra si dava molto da fare per la Chiesa e pregava incessantemente per essa. Spesso noi abbiamo una concezione del servizio che discende dall’ambiente “cattolico” da cui proveniamo, per cui occorre fare e ancora fare ed impegnarsi nelle cose concrete (le opere).

E qui c’è un possibile pericolo! Non che ci sia qualcosa di male nel “fare” per il Signore, ma guai se il servizio diventa il nostro idolo e la nostra missione e se invece non è dedizione alla persona del Signore e se non è la sua approvazione, che ci spinge e ci sostiene nel servizio. Dobbiamo sempre ricordare che il Signore condannò chi versava l’obolo nelle casse del tempio (cosa buona in sé), perché la loro motivazione era sbagliata ed incentrata sul proprio egoismo e non sul Signore e sulla sua gloria.

Ma qual’era il servizio particolare di Epafra?

La preghiera costante e continua.

Quanti credenti sono “impegnati” con costanza, per la chiesa e nella chiesa, nel servizio essenziale e fondamentale della preghiera?

Perché sono così pochi?

Forse perché nel fare e nell’operare c’è visibilità e (forse) ci sono apprezzamenti e riconoscimenti, mentre invece la preghiera comporta sacrificio e dedizione continua ed è un servizio nascosto, ed apparentemente senza risultati immediati.

E in questo non c’è da stupirsi, infatti da sempre i credenti ricercano, e vogliono esercitare, i doni più appariscenti, come già accadeva a Corinto.

Ma è questo che il Signore vuole realmente da me, o per me?

È questo l’impegno che il Signore si aspetta da me?

Sono io che decido a quale servizio voglio essere dedicato e per quanto tempo e quando, oppure lascio al mio Signore decidere dove io devo essere posto nel corpo e quanto impegno io debba dedicare al suo progetto di crescita spirituale stabilito per me?

Che il Signore ci dia di riflettere su queste domande affinché veramente sia lui a prendere gloria dal mio servizio e non io a gloriarmi di quello che svolgo per il Signore!

Che ciascuno di noi possa essere la persona giusta al posto giusto nel momento giusto per il grande servizio che Dio ha previsto per ognuno di noi!

  

La preghiera: un debito d’amore!

Pregare per gli altri, non è solo un comandamento, non è qualcosa di appariscente, ma può cambiare la vita, la mia per prima!

Nella preghiera prendiamo un impegno di amore e di servizio verso i fratelli (e non solo), servizio che deve diventare un debito d’amore. Pregare per gli altri significa presentare a Dio coloro che Dio ama e che lui mi ha messo vicino. Significa intercedere per i loro bisogni, anche se queste persone non mi sono simpatiche o addirittura se mi hanno fatto del male (consapevolmente o no).

D’altronde il Signore cosa ci ha insegnato?

Che esempio ci ha dato sulla preghiera?

Prima di tutto egli ha pregato il Padre di essere sempre pronto a fare la sua volontà. Questa è la nostra prima linea guida nella preghiera. Inoltre ha pregato per i suoi discepoli, soprattutto nelle ultime ore ben sapendo che da lì a poco lo avrebbero tradito ed abbandonato. E ha pregato sulla croce anche per i suoi carnefici!

E noi per chi preghiamo?

Il Signore non ci chiede di pregare “solo” per chi ci è simpatico, o per chi si avvicina di più alle nostre caratteristiche e nemmeno ci chiede di pregare sempre e solo per noi, alimentando così il nostro egoismo.

Il Signore ci ha comandato di pregare per i bisogni dei nostri fratelli.

E noi siamo attenti ai bisogni dei nostri fratelli? Li conosciamo? Ci interessiamo di loro?

Ripeto il debito d’amore lo abbiamo verso tutti i nostri fratelli, non solo verso quelli con cui andiamo d’accordo.

Che chiesa diversa sarebbe la nostra se ognuno di noi si impegnasse ogni giorno a presentare al trono della sua grazia i propri fratelli e sorelle, con i loro bisogni intercedendo con costanza e fedeltà!

Che bello sapere che ci sono fratelli che pregano per me!Questo mi incoraggia, mi rinforza e mi consola. Non posso che ringraziare il Signore per questo sostegno spirituale.

Epafra sarebbe rimasto una persona anonima se non avesse scelto una chiara posizione nei confronti del Signore e della sua opera: egli si era messo completamente a disposizione del Signore Gesù.

L’esempio di Epafra suggerisce alcune domande.

Fin dove arriva il mio amore per il Signore?

Fin dove arriva il mio amore per la sua opera e la sua Chiesa?

Quanto è normale per me amare tutti i figli di Dio?

Che cosa faccio io per aiutare gli altri a crescere nella fede?

Penso sia importante pregare per la mia chiesa e per ogni suo componente?

Quanto tempo dedico nella mia vita all’intercessione per i fratelli? (Sl 16:3; Gv 13:34, 35; Ef 4:15-6).

Epafra è veramente un grande esempio nella preghiera fervente ed incessante. Paolo ancora scrive di lui: “Egli è dei vostri, e servo di Cristo e lotta sempre per voi nelle sue preghiere perché stiate saldi, come uomini fatti, completamente disposti a fare la volontà di Dio” Cl 4:12.

Epafra lottava nella preghiera, e nell’intercessione manifestando un impegno preciso, costante e fedele. Abbiamo bisogno di intercedere nelle nostre preghiere, presso il trono della misericordia di Dio, combattendo in preghiera a fianco di colui che vive sempre per intercedere per noi (Eb 7:25).

Il Signore Gesù Cristo solo sa quanto sia importante il combattimento contro le potenze, le potestà che guerreggiano ogni giorno contro di noi, al fine di abbatterci. Ci ricordiamo che queste potenze, ma soprattutto il principe di questo mondo, sanno di avere oramai poco tempo e si danno da fare notte e giorno per atterrarci e renderci inoffensivi?

21 febbraio - Su chi fissiamo lo sguardo?

Fissando lo sguardo su Gesù, che passava, disse: “Ecco l’Agnello di Dio!”

Giovanni 1:36

 

Corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù.

Ebrei 12:1-2

 

Su chi fissiamo lo sguardo?

 

“Fissando lo sguardo su Gesù”. Soltanto cinque parole, ma c’è già tutto il segreto della vita del cristiano. Fissare lo sguardo su Gesù che è stato crocifisso, per trovare nella sua vita data per noi il perdono di Dio e la pace.

Fissare lo sguardo su Gesù che è risuscitato, per trovare in lui la giustizia, l’unica giustizia che ci giustifica e ci permette di avvicinarci a Dio.

Fissare lo sguardo su Gesù glorificato, per trovare in lui il difensore che prega e intercede per ciascuno dei suoi.

Fissare lo sguardo su Gesù per seguirlo mediante la fede, e trovare nel suo amore la forza per trionfare sulla nostra volontà ribelle e resistere agli assalti del male e di Satana.

Fissare lo sguardo su Gesù per uscire da noi stessi, perché le nostre tenebre si dissolvano davanti allo splendore del suo amore, perché le nostre gioie siano sante e i nostri dolori siano affrontati con serenità, e perché Egli c’insegni a pregare e possa rispondere alle nostre preghiere. Il Signore ci lascia nel mondo, ma ci separa dal mondo e la nostra condotta possa rendergli testimonianza davanti a tutti.

Fissare lo sguardo su Gesù nella Scrittura per imparare ciò che Egli è e ciò che ha fatto, ciò che dona e ciò che richiede. Per trovare in lui il nostro modello. Nelle sue parole per la nostra istruzione, nelle sue promesse per il nostro sostegno.


Théodore Monod

martedì 20 febbraio 2024

Epafra (2/5)

Fedeli nell’ascoltare Dio e nel servirlo!

Ritornando all’esempio che siamo chiamati ad essere, sembra ovvio dirlo ma non si può trasmettere ciò che non si è imparato, e la scuola di Dio è una scuola dove non ci sono bonus per gli esami o scorciatoie.

Alla scuola di Dio è lui stesso, il Signore, l’insegnante ed è anche colui che decide il programma e che stabilisce quando devono avvenire gli esami.

Pensiamo ad Abramo, che aspettò 99 anni per la sua prova più importante.

Vogliamo stare alla scuola di Dio?

Vogliamo imparare da questa scuola?

Siamo pronti a sottomettere la nostra volontà alla sua?

Siamo pronti a mettere in pratica quello che impariamo direttamente dal Signore?

Sappiamo aspettare i tempi di Dio, o vogliamo imporre al Signore i nostri obiettivi e la nostra tabella di marcia, per raggiungerli?

Spesso rimaniamo ammirati dagli esempi di uomini e di donne, di Dio che ci vengono presentati nella Scrittura, e ci domandiamo come possiamo imitare le loro “gesta”.

In realtà se esaminiamo bene ciò che di loro è detto scopriamo che ciò che ha fatto la differenza in loro è la loro ubbidienza, anche nelle piccole cose.

Non ci viene detto che Abramo discusse con Dio quando fu chiamato (Ge 12), così come Giosuè non discusse con Mosè sul come guidare il popolo, e neppure i profeti discutevano le indicazioni o i comandamenti di Dio, a parte delle limitate eccezioni (vedi Giona).

La loro forza era sempre e comunque la fede che si esprimeva nell’ubbidienza a colui che era ed è l’Onnipotente e il Fedele, colui che sa quello che fa.

 

Un’altra caratteristica menzionata da Paolo di Epafra è proprio la fedeltà.

A chi e a che cosa era fedele?

Era un fedele ministro di Cristo.

Il Signore era al centro della sua vita, egli aveva riposto la sua fede, il suo amore e la sua speranza in colui che lo aveva salvato dall’ira a venire e che ora lo portava a praticare il ministerio di Cristo nel servizio, nella fervente attesa del suo ritorno.

Qualcuno potrebbe chiedersi che cosa deve fare per essere, o diventare così. Non c’è nulla di male nel desiderare di somigliare a tali uomini, che sicuramente hanno basato la loro vita sulla fedeltà al loro Signore, e sull’ubbidienza al mandato e alla chiamata ricevuti da lui.

Chi desidera ciò desidera un opera buona, e soprattutto desidera assomigliare di più al proprio Signore.

Quindi in concreto che fare?

Come diventare così, e cioè uomini “qualunque” ma potenti nelle mani di Dio?

Situazioni problematiche da affrontare

 

Ritorniamo ad Epafra, per avere delle indicazioni sull’ambiente e sulla chiesa in cui Epafra viveva e si muoveva.

Grazie alla Parola di Dio abbiamo delle informazioni preziose, e possiamo dire che i problemi a Colosse non mancavano:

• Vedi ad esempio la “grana” tra il padrone Filemone e il suo schiavo Onesimo; in questo caso abbiamo un bell’esempio di come il Signore ci guidi a risolvere problemi di relazione che, se irrisolti, possono arrivare a devastare sia i rapporti personali sia le famiglie, e in molti casi addirittura devastare intere chiese. Non mi riferisco a principi biblici o dottrinali, su cui non è ammesso cedere, piuttosto a diverbi o questioni pratiche o personali. Spesso accade perché siamo incapaci di sopportare un torto e di perdonare, e per questioni di principio siamo anche disposti a distruggere l’opera di Cristo, anche se inconsapevolmente, pur di non cedere dalle nostre ragioni o diritti.

• Inoltre pare che i Colossesi si erano lasciati convincere da qualche predicatore itinerante di estrazione giudaica ad attribuire eccessiva importanza a riti, a tradizioni e a precetti della legge Cl 2:4-23.

Dobbiamo fare attenzione al grosso pericolo in cui possiamo incorrere, perché spesso il voler rispettare delle regole nasconde in realtà il desiderio di sentirci a posto davanti a Dio, sempre pronti a vedere la pagliuzza nell’occhio del nostro fratello... Certamente noi non dobbiamo seguire o rispettare riti, tradizioni, ma piuttosto dobbiamo essere pronti a chiederci chi e che cosa vogliamo seguire.

È il Signore la nostra via?

È la sua Parola la nostra guida?

Posso in qualche modo guadagnare il mio fratello in modo “amabile” piuttosto che criticarlo forse per la sua giovane età, o immaturità spirituale?

• Un altro errore di quei credenti consisteva nel credere che bisognava ricorrere a riti speciali per difendersi dalle potenze ultraterrene, o propiziarsene l’aiuto (culto degli angeli, v.18). Questo errore non dovrebbe riguardarci, eppure nelle nostre realtà quotidiane quante volte facciamo nostri piccoli “rituali”, come ad esempio indossare quell’abito che quella volta ci ha portato “bene”? E che dire di alcuni che sono sempre presenti solo al culto della domenica (la nostra “grande messa”) ed invece trascurano gli incontri settimanali? Anche questo è un rito! Qualcuno potrebbe sorridere, ma la Scrittura invece ci invita a “vegliare” per vedere se noi siamo indenni da ciò che condanniamo.

• Un quarto errore del loro comportamento era quello di voler mortificare il corpo con pratiche ascetiche (2:23). Le pratiche di austerità corporale, osserva Paolo, pur servendo ad umiliare il nostro fisico, non ci fanno in realtà mutare nell’intimo. Peggio ancora, potrebbero inorgoglirci (servono solo a soddisfare la carne), come fanno molti nel mondo ancora oggi.

Cosa fare allora per diventare uomini e donne nelle mani di Dio, esattamente come un Epafra che si dava da fare per sostenere i suoi fratelli che correvano questi pericoli?

Se siamo giovani abbiamo l’esempio di Giuseppe, che nonostante le grandi difficoltà affrontate, poteva dire che era Dio alla guida della sua vita e che lo faceva prosperare. (Ge 39). E Giuseppe sicuramente è un campione di fede da seguire nella mansuetudine, nella fede in Dio, nella speranza che Dio opera nelle vite di coloro che gli appartengono e che mai dimentica coloro che egli ama, nonostante abbia attraversato prove incredibili. Il Signore è fedele, vi renderà saldi (2Te 3:3)!

Se siamo uomini o donne maturi, seguiamo l’esempio di Aquila e Priscilla che furono “flessibili” nell’impostare la loro vita depositandola sull’altare della volontà di Dio, che non solo li benedisse ma si servì potentemente di loro per la nascita di chiese, la crescita di credenti, e l’aiuto concreto ai loro fratelli.

Se siamo in là negli anni o anziani di età, ricordiamo l’esempio di Anna che seppur ottantenne era occupata nelle preghiere al servizio del popolo di Dio, sempre disponibile per gli altri nella preghiera e nel servizio.

Ciascuno di noi, nell’ubbidienza, nella fedeltà e costanza nel proprio cammino di fede, e nella consacrazione al Signore può trovare la gioia della propria vita, ma soprattutto può diventare una luce per coloro che ci stanno intorno, chiedendo a Dio di mostrarci la “nostra propria via” che lui stesso, e non un uomo, ha preparato.

20 febbraio - Credere nell’uomo?

Così parla l’Eterno: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo”.

Geremia 17:5

 

Ogni uomo, benché saldo in piedi, non è che vanità.

Salmo 39:5

 

Credere nell’uomo?

 

Molti scritti di filosofi recenti riguardo all’umanesimo e alla religione mostrano che la tendenza dell’uomo è di credere in se stesso. Credere nell’uomo equivale a credere che l’uomo è buono, capace di migliorarsi e di raggiungere una condizione se non di perfezione, almeno di livello soddisfacente. È credere che sia possibile realizzare la pace sulla terra con gli sforzi umani, e che la società sia davvero in progresso. È vero che l’uomo può fare del bene, ma dobbiamo riconoscere che è anche capace di fare il male e di farlo con determinazione. Dall’era della catapulta fino a quella delle armi nucleari, l’uomo non è molto cambiato. La sua storia, antica e recente, è una storia di guerre. Non è neppure in grado di evitare il male nella sua vita privata.

Da millenni, l’uomo cerca di risolvere i suoi problemi con le proprie risorse. Aspira al bene, all’amore, alla pace, alla felicità, ma non può arrivarvi coi propri mezzi. Così molti, vedendo lo scarto fra i loro ideali e la realtà, si scoraggiano e si deprimono.

Eppure esiste un uomo, mandato da Dio, che è venuto a regolare il vero problema dell’umanità. Quest’uomo, il solo giusto e perfetto, è Gesù Cristo. E’ venuto a liberare gli uomini da quella sorgente di male che Dio chiama peccato e che conduce alla perdizione. Lui, il Figlio di Dio, si è lasciato punire al nostro posto: ha dato la sua vita per amore per noi. Ora è vivente, e offre gratuitamente la liberazione a tutti quelli che credono in Lui.

lunedì 19 febbraio 2024

19 febbraio - Fedele è Colui che ha fatto le promesse

Manteniamo ferma la confessione della nostra speranza senza vacillare.
Ebrei 10:23
 

Fedele è Colui che ha fatto le promesse

 

Dio è fedele. Se fa delle promesse le mantiene. Non si pente d'averle fatte. Ed è anche puntuale perché è scritto che “non ritarda l'adempimento delle sue promesse” (2 Pietro 3:9). Dio non viene meno alla sua parola, come facciamo noi. Abraamo era vecchio e senza figli, eppure Dio gli aveva promesso una discendenza. Umanamente sembrava impossibile, ma lui era pienamente convinto che quanto Egli aveva promesso era “anche in grado di compierlo” (Romani 4:21). Anche Sara, l’anziana moglie, ritenne “fedele Colui che aveva fatto le promesse” (Ebrei 11:11). Se Ebrei 10:23 ci incoraggia a mantenere ferma la confessione della nostra speranza “senza vacillare” è perché “fedele è Colui che ha fatto le promesse”.

“Dio non può mentire”, ricorda Paolo a Tito (1:1).

Ma per godere dell'adempimento delle promesse è necessaria la fede. “Per fede... ottennero l'adempimento di promesse” (Ebrei 11:33) siano queste a scadenza immediata o futura.

Solo il credente può appropriarsi di tutte le promesse di Dio, e sul loro insieme fonda la sua speranza. Solo lui ne può godere. Se Abramo contava sulle promesse divine è perché “credette a Dio che fa rivivere i morti e chiama all'esistenza le cose che non sono”; e in questa fede non è venuto meno (Romani 4:19). Innumerevoli sono i personaggi sia dell'Antico che del Nuovo Testamento i quali, grazie alla loro fiducia in Dio, hanno visto adempiersi promesse preziose. Così è per chiunque crede, non solo per gli eroi e i campioni della fede, ma anche per i credenti umili e semplici che non spiccano per imprese straordinarie e memorabili.

domenica 18 febbraio 2024

Epafra (1/5)

 “...secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi” Cl 1:7.

 

 “Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo, vi saluta. Egli lotta sempre per voi nelle sue preghiere perché stiate saldi, come uomini compiuti, completamente disposti a far la volontà di Dio. Infatti gli rendo testimonianza che si dà molta pena per voi, per quelli di Laodicea e per quelli di Ierapoli” Cl 4:12-13.

 

 “Epafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, ti saluta” Fi v. 23.

 

EPAFRA: chi era?

 Paolo nella sua epistola ai Colossesi nomina due sole volte Epafra, uno dei suoi compagni d’opera e di ministerio e prigionia, discepolo importante nella storia della prima Chiesa.

Sono stato attratto da questo personaggio biblico “minore”, ma sicuramente importante per il piano di Dio a favore della sua Chiesa, e che è menzionato in tre soli brevi versetti biblici.

Infatti: è forse meno importante chi viene ricordato con una singola piccola frase come, ad esempio, quella riportata dalla Bibbia su Enoc, e cioè che “Enoc camminò con Dio”?

In questa piccola e breve frase è riassunta una vita intensa, una vita di ubbidienza e comunione col Signore, una vita come poche. Dio approvò e si compiacque di Enoc al punto che fece scrivere di lui questo breve epitaffio. Se Dio dovesse far scrivere qualcosa di me che cosa lascerebbe detto?

 Chi era Epafra? Come mai è diventato uno dei compagni d’opera citati dall’apostolo? E soprattutto come mai aveva tanto spazio nel cuore di Paolo?

Senza voler inventare storie cercheremo di scavare a fondo nella Parola per ricercare quegli insegnamenti spirituali che possano essere utili per ciascuno di noi affinché, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, possiamo diventare anche noi degli Epafra.

Già il suo nome è ricco di interesse, ha infatti due possibili significati, assolutamente contrastanti l’uno con l’altro.

Nel primo caso è un abbreviativo del nome Epaphroditus che veniva imposto in onore di Epaphus, figlio di Giove e di Io, quindi ideale per un adoratore di idoli.

Invece l’altro significato è “amabile”.

Sicuramente Epafra era passato dall’essere un adoratore di idoli, al servizio del Dio vivente e vero, l’unico veramente amabile e che trasforma i cuori degli uomini e li rende simili a sé (1Te 1:9).

 

Amore espresso nel servizio

Della vita di Epafra si sa ben poco, infatti non abbiamo molte informazioni di lui dalla Bibbia. Ad esempio non ci viene detto se fosse giovane oppure anziano, neppure sappiamo se fosse sposato oppure no. Inoltre, non abbiamo idea se esercitasse un attività professionale oppure fosse un servitore a pieno tempo nell’opera del Signore.

Apparentemente, pur essendo menzionato come un compagno d’opera di Paolo, era quello che noi definiremmo un credente qualsiasi.

Epafra probabilmente si convertì durante l’evangelizzazione di Paolo ad Efeso, e si suppone che sia stato il fondatore della chiesa che si riuniva a Colosse e, se così fosse, si giustificherebbe ancora di più il suo amore così profondo ed intenso per questa comunità.

Pur conoscendo poco di lui alcuni tratti della sua vita però sono molto chiari.

Era un uomo che amava grandemente la Chiesa: il suo più profondo desiderio era quello di spingere i credenti a conoscere sempre meglio la persona e l’opera del Signore Gesù Cristo. Solo il Signore sa quanto bisogno la Chiesa di oggi ha di uomini (e donne, perché no?) che sono profondamente attaccati a Dio e innamorati della sua Chiesa. Uomini pronti al sacrificio (del proprio egoismo, dei propri interessi, della propria vita?) per trasmettere ad altri l’amore di Dio, e l’amore per Dio.

La prima indicazione su questo aspetto del “nostro” personaggio la troviamo all’inizio della lettera aiColossesi: Come avete anche imparato da Epafra, nostro caro compagno, il quale è un fedele ministro di Cristo per voi (Cl 1:7).

Paolo dice che c’era da imparare da questo uomo, ed inoltre che era non solo un ministro (servo) di Cristo, ma anche un “fedele” ministro per loro, cioè per i credenti di Colosse.

Che bel quadro di servizio che viene dipinto di questo uomo di Dio.

È sempre opportuno e necessario che i credenti si pongano davanti alla Scrittura e si chiedano:

“Cosa ho imparato sino ad ora dal Signore? L’ho fatto mio? Sono io qualcuno che gli altri devono considerare un esempio? Ho qualcosa da insegnare o trasmettere? Gli altri mi possono considerare fedele?”

Queste domande non devono inorgoglirci né farci “gonfiare”, piuttosto devono portarci alla riflessione e farci mettere umilmente davanti allo specchio della Parola di Dio.

Non voglio spingere nessuno a sentirsi in colpa, perché ciò non è mai utile, piuttosto è il Signore che ci deve stimolare ad ubbidire alla sua Parola dopo averla ascoltata.

Quanti messaggi abbiamo ascoltato da quando siamo credenti?

Quanta lettura della Bibbia abbiamo fatto?

E di tutto ciò cosa è entrato veramente nella nostra vita pratica?

Se ci sentiamo mancanti, non scoraggiamoci, perché con il Signore c’è sempre speranza.

Penso a Pietro che dopo aver tradito il suo Signore era tornato a fare il pescatore, ma il Signore era là ad aspettarlo! Forse Gesù ci aspettando e ci sta chiedendo “Mi ami tu?”.

Se davvero lo amiamo, allora che aspettiamo a servirlo?

C’è bisogno di ognuno di noi nella sua Chiesa.

(continua)